Ernő Erbstein, il ‘genio ebraico’ che costruì il Grande Torino | Kolòt-Voci

Ernő Erbstein, il ‘genio ebraico’ che costruì il Grande Torino

Niccolò Mello: ‘Erbstein ha avuto tanti ‘figli’, tutti gli allenatori che hanno cercato un’alternativa al gioco all’italiana’

Michele Caltagirone

Ernő Erbstein, il ‘genio ebraico’ o l’architetto del Grande Torino. Una vita vissuta pericolosamente in un periodo in cui, in un’Europa devastata dalla guerra e percorsa dalla barbarie del nazismo, era un crimine essere semplicemente ‘un ebreo’. Non è facile riassumere in poche righe la parabola di un grande uomo di calcio capace di costruire una delle squadre più celebri di ogni tempo, la morte tragica e prematura ha consegnato lui e tutti i suoi giocatori al mito, il 4 maggio del 1949, quella morte che gli era passata accanto tante volte pochi anni prima, in un periodo storico in cui la follia era diventata ordinaria amministrazione. 

Erbstein è stato però, soprattutto, un uomo di calcio la cui eredità ha permesso di gettare le basi della concezione moderna del ruolo di allenatore. Esponente di quella ‘scuola’ danubiana che, per prima, ha cambiato nella sua essenza il gioco più bello del mondo, ha avuto in Italia diversi ‘eredi’ che, con le loro squadre, sono diventate sinonimo stesso di un calcio offensivo e spettacolare come quello prodotto dal leggendario squadrone granata. Di Erbstein e di altri allenatori ‘ebrei danubiani’ si è occupato di recente in un libro anche il giornalista e scrittore Niccolò Mello a cui abbiamo chiesto di ricostruire dal punto di vista tattico la ‘rivoluzione’ dell’allenatore ungherese.

La carriera da calciatore

Ernő Erbstein era nato nel 1898 nella città che oggi si chiama Oradea, in Transilvania, attuale Romania. In quell’epoca si chiamava Nagyvarad e si trovava in una provincia di lingua ungherese dell’impero austro-ungarico. Ernő aveva appena due anni quando la sua famiglia si trasferisce a Budapest, nella capitale ungherese cresce e s’innamora del calcio. 

Il giovane Erbstein è un agente di borsa che alterna il suo lavoro con la sua vera passione, gioca centrocampista e fa presto la sua conoscenza con l’Italia: all’età di 26 anni milita infatti nell’Olympia Fiume e, successivamente, al Vicenza. La Carta di Viareggio del 1926, quella voluta dal fascismo che impedisce ai calciatori stranieri di militare in Italia, lo spinge al trasferimento negli Usa: qui gioca le ultime partite della sua carriera con i Brooklyn Wanderers, alternando la sua passione sportiva al lavoro in banca. 

La successiva crisi economica che preannuncia di pochi anni il crollo di Wall Street lo spinge a tornare in Ungheria, siamo alla fine degli anni ’20 ed Ernő decide di seguire la sua passione a 360 gradi. Inizia a studiarlo, quel calcio danubiano che incanterà il mondo negli anni ’30: la sua è una terra fertile sotto questo punto di vista e, praticamente, è come andare all’università. Ne impara a memoria dettami, movimenti e regole non scritte: quelle che applicherà nella sua nuova carriera da allenatore.

Il ritorno in Italia e la guerra

Quando torna in Italia è il 1927, la sua prima esperienza in panchina è con un club dilettantistico ad Andria, in Puglia e questa parentesi gli consentirà di attirare l’attenzione della dirigenza del Bari che lo vuole alla guida nella squadra nella Divisione Nazionale. 

In seguito guida altri club: la Nocerina, il Cagliari, nuovamente il Bari e, soprattutto, la Lucchese dal 1933 al 1938 con due promozioni: dalla C alla B e dalla cadetteria alla massima serie. Nel frattempo le leggi razziali promulgate dal regime fascista in Italia gli rendono difficile la vita, tuttavia lui prosegue ad allenare e nel 1938 accetta l’offerta del Torino. La formazione granata, alla quale impone gli schemi classici del calcio danubiano, s’impone come rivelazione del torneo e sembra la rivale più accreditata del Bologna per il titolo, formazione emiliana guidata da un altro ‘genio ebraico’ come Arpad Weisz. La sera del 18 dicembre 1938 c’è da festeggiare la vittoria sull’Ambrosiana-Inter campione d’Italia, ma per Erbstein non ci sarà nessuna festa: il regime gli impone di lasciare il paese in quanto ebreo. 

Gli anni successivi portano alla catastrofe bellica mondiale e per lui saranno i più difficili, l’ex tecnico granata cerca di tornare in Ungheria ma nel 1944 verrà arrestato e internato in un campo di lavoro. Tra mille peripezie e grazie anche all’aiuto della figlia Susanna, riuscirà a scampare alla deportazione nei campi di sterminio. Nel 1945 torna in Italia insieme alla famiglia e qui viene nascosto dal presidente del Torino, Ferruccio Novo, fino alle fine del conflitto.

Il Grande Torino

Novo conserva intatta la grande fiducia nei confronti del ‘genio’ ungherese e lo assume come consulente e, successivamente, come direttore tecnico. Sarà Erbstein a dare il via alla favola del Grande Torino che vincerà quattro scudetti di fila dalla stagione 1945/46 al campionato 1948/49. 

Valentino Mazzola e compagni conquisteranno l’Italia giocando un calcio assolutamente futuristico per quell’epoca e, per meglio comprenderlo, abbiamo chiamato in causa il giornalista e scrittore Niccolò Mello, autore del libro “Stelle di David. Come il genio ebraico ha rivoluzionato il calcio” che ha dedicato ampio spazio a quello che, oltre 70 anni fa, fu il ‘fenomeno Erbstein’. “Erbstein è stato importante – ci dice – in quanto esponente del calcio danubiano e di quella filosofia di gioco basata su veloci passaggi rasoterra, movimento senza palla, un gioco corale organizzato in un certo modo e una preparazione fisica di un certo tipo. Il Torino del resto fece la differenza anche con carichi ad alto ritmo e questo è assolutamente da rimarcare. 

Gli elementi da sottolineare sono tanti: una manovra corale, la componente atletica, un gioco rapido palla a terra, intercambiabilità dei giocatori perché nel Toro c’erano tanti giocatori polivalenti in grado di interpretare più ruoli e di pressare. In quella squadra c’erano caratteristiche che anticipavano già il ‘calcio totale‘: ma non è nato tutto dal caso, la componente della filosofia di gioco danubiana è stata fondamentale, rappresentata da Erbstein tra gli altri, ma prima di lui da altri allenatori come Hugo Meisl, il maestro dell’Austria-Wunderteam degli anni ’30, così come dopo di loro ci sarebbero stati Gusztav SebesBela Guttman o Imre Hirschl. Un mix di culture, quella tedesca, slava ed ebraica da cui è nato quel tipo di calcio. 

Come ho scritto nel mio libro, il ‘calcio totale’ è stato concepito dagli ebrei del Danubio e dai danubiani in generale prima ancora degli olandesi.

Precursore del calcio moderno

I metodi di Erbstein, evidenzia Niccolò Mello, erano assolutamente all’avanguardia in quel periodo. “Aveva introdotto i bagni defaticanti dopo la partita, aveva un quaderno dove annotava nei dettagli tutto ciò che riguardava l’allenamento settimanale con diete o preparazioni specifiche. Senza contare che all’epoca lo spazio dedicato essenzialmente alla preparazione fisica era abbastanza innovativo. E poi, dal punto di vista tattico, i movimenti continui senza palla e lo scambio di ruoli, cose che oggi sono normali ma che in quel periodo erano assolutamente rivoluzionarie. 

Come ha ricordato Benito Lorenzi in un’intervista rilasciata a Roberto Beccantini anni fa, il Grande Torino il pressing lo faceva già, molti anni prima dell’Ajax di Cruyff o del Milan di Sacchi. Non sappiamo se fosse un tipo di pressing diverso, magari non era così sistematico: purtroppo oggi non si può dire perché parliamo di un calcio sviluppato prima dell’era televisiva e nessuno lo può andare a rivedere. Dalle testimonianza che sono giunte fino a noi si parla però di ‘pressione sui portatori di palla avversari‘ ed era qualcosa di sconvolgente a quei tempi”. Abbiamo inoltre chiesto chi, più di altri, può aver raccolto il testimone di Erbstein negli anni successivi alla sua scomparsa relativamente al calcio italiano. 

“Non c’è un solo erede, ma diversi – spiega – gente come Lajos Czeizler che nel 1951 portò il Milan a vincere uno scudetto che mancava dal 1907, oppure Corrado Viciani e il suo ‘gioco corto’ alla Ternana e, in tempi successivi, Nils Liedholm o Arrigo Sacchi, solo per citarne alcuni: sono tutti quegli allenatori che hanno cercato una via alternativa al cosiddetto calcio all’italiana. Erbstein alla fine non ha avuto un solo erede, ma tanti figli”.

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