A Kippùr non c’è il “se”, ma il “quando”, ed è proprio in questi momenti che si realizza la salita | Kolòt-Voci

A Kippùr non c’è il “se”, ma il “quando”, ed è proprio in questi momenti che si realizza la salita

Riccardo Shemuel Di SegniNell’ora di Ne‘ilà 5781, 28 Settembre 2020

(בִּנְעָרינּו ּ ובִּזְקנינּו (שמות  י ט “con i nostri giovani e con i nostri anziani” (Shemòt 10:9)

Il Kippùr di quest’anno si svolge in condizioni eccezionali, qui, in Europa e ancora di più nello Stato d’Israele, per le necessarie misure di contenimento della diffusione di un virus fino a poco fa del tutto ignoto. In tutti gli anni precedenti il problema della tefillà a quest’ora della giornata era di convincere il pubblico sempre più numeroso a fare un minimo di silenzio perché le voci dei chazanìm fossero ascoltate. Anche questo mio messaggio, divenuto un’abitudine, da molti anni viene stampato su carta perché a questo momento della giornata la voce non arriva lontano.

Quest’anno è tutto diverso, abbiamo cominciato a imporre misure restrittive già a Purim e siamo arrivati al Yom haKippurim, che i Maestri con un gioco di parole dicono che è KePurìm, come Purim, e non ne siamo usciti. Anzi ogni giorno è come Purìm, tutti mascherati. Chi dieci giorni fa ha potuto partecipare alle tefillòt di Rosh haShanà ha fatto il confronto tra le folle di un tempo e i pochi ammessi ora, tra le berakhòt alle famiglie raggruppate sotto al talled e quelle distanziate, tra i presenti e gli assenti, sentendo la mancanza dei nostri bambini e dei nostri anziani. Al Faraone che provava a dire a Moshè che il permesso di uscire dall’Egitto riguardava solo gli adulti maschi, Moshè rispondeva che “andremo via con i nostri giovani e con i nostri anziani, con i nostri figli e le nostre figlie, perché per noi è la festa del Signore”. Da allora è così per le nostre feste e se ora questo ci manca è perché la moltitudine, anche se inevitabilmente chiassosa e difficilmente controllabile è un ingrediente fondamentale del nostro essere e del nostro gioire con Hashem. Speriamo di tornarci molto presto. D’altra parte cerchiamo di cogliere l’opportunità e di riscoprire che le feste non sono solo riunione e confusione, ma prima di tutto un richiamo all’individuo e alle sue responsabilità. 

Come tutti sappiamo, ciò che preoccupa in questa crisi non è solo il rischio per la salute e la vita, ma le sue conseguenze economiche. In una comunità come la nostra, in cui il sostentamento prevalente deriva da attività commerciali, prima il blocco totale, poi il rallentamento della circolazione hanno prodotto effetti disastrosi. Famiglie intere che conducevano seppure con difficoltà un’esistenza dignitosa si sono trovate all’improvviso senza mezzi. Una situazione di questo tipo ha richiesto misure tempestive ed eccezionali; dobbiamo riconoscere che la risposta c’è stata, la coscienza dell’importanza della tzedaqà, che sappiamo essere pilastro della vita comunitaria, non è mai venuta meno; chi ha potuto dare ha dato. Ma è stato un pronto intervento che solo in parte ha tamponato le situazioni; e il problema non è solo materiale. Ognuno ha reagito a modo suo, ma è forte la richiesta di dare un senso a tutto questo, la necessità di trovare equilibrio, serenità, di non sprofondare nella depressione.

Nei giorni di inizio dell’anno ebraico, a Rosh haShanà e Kippur finiamo l’arvìt con la recitazione solenne della tefillà al haparnasà, la preghiera per il sostentamento, che verrebbe deciso ora per tutto l’anno a venire. Si vede che l’altr’anno non l’abbiamo recitata con la dovuta attenzione, o che era stato deciso che l’anno dovesse rivoltarsi in questo modo. La verità è che tutta questa storia serve a mettere in dubbio le nostre certezze: dal punto di vista sanitario, l’illusione che il progresso della scienza salvi da ogni malattia a cominciare da quelle contagiose; e, dal punto di vista economico, che le normali e abituali attività possano garantire sicurezza, anche se si mettono in conto le crisi del mercato.

La verità che la crisi ci sbatte in faccia è quella dei nostri limiti. Ma se ci fermiamo a questo, davvero non ci sarebbe alternativa alla disperazione. L’insegnamento della nostra tradizione è molto più complesso e proprio il Kippùr ce lo spiega. Perché se e è vero che l’uomo non è onnipotente e se lo deve ricordare sempre, è anche vero che le sue potenzialità sono enormi: וַתְחַסְרהּו מְעַט מאֱֹלקים : “di poco l’hai reso inferiore a D.” (Tehillìm 8:6). E per quanto riguarda economia e mercato ricordiamoci quello che hanno detto i Maestri: “Il Signore benedetto passa il suo tempo a costruire scale, per far scendere uno e far salire l’altro” (Bereshit Rabbà 68); o, in termini circolari, “è una ruota che gira nel mondo” (TB Shabbàt 151 b). Chi sta in alto nella scala o nella ruota deve sapere che da là può solo scendere, chi sta in basso può solo risalire. “La discesa serve per la salita” (TB Makkòt 7b).

A Kippùr sappiamo che se siamo scesi in basso con un comportamento sbagliato possiamo e dobbiamo risalire. Nella vita, dicono i Maestri, ci sono alti e bassi ma fanno parte del gioco, l’importante è non perdere la fiducia che dal basso si risale. E se alcune cose che ci davano gratificazione le abbiamo perdute, il momento è buono per capire se erano veramente necessarie, se il loro prezzo corrispondeva al loro reale valore, se sono queste le cose che dobbiamo cercare di avere quando staremo meglio. “Quando”, non “se”.

A Kippùr non c’è il “se”, ma il “quando”, ed è proprio in questi momenti che si realizza la salita. Nelle parole dei Maestri appena citate si parla di salite e discese, in verticale, di movimenti circolari (le ruote che girano),e in questi giorni è un altro movimento ancora che viene preso in considerazione, è la teshuvà, il ritorno. Che si provi a vedere le cose in una prospettiva differente, rimettendosi in discussione, e tutto avrà un significato diverso e positivo.

 חתימה טובה, תזכו לשנים רבות