Kippùr. Il cuore dell’esperienza ebraica | Kolòt-Voci

Kippùr. Il cuore dell’esperienza ebraica

Scialom Bahbout

Le 25 ore che passano dall’inizio alla fine di Yom Kippur sono il cuore dell’ebraismo e anche il cosiddetto ebreo di kippur non può fare a meno di questo cuore. Se questo giorno è importante, lo è sempre di più quest’anno in cui si fanno i conti con un anno in gli Yamim Noràim, i giorni temibili, per il messaggio che trasmettono, sono stati preceduti dai mesi terribili contrassegnati dall’epidemia del Coronavirus.  

Ma cosa fa di Yom kippur un giorno speciale? Una risposta a questa domanda dà Shmuèl Yosèf Agnon, premio Nobel per la letteratura del 1966, nell’introduzione al libro Yamìm Noràim.

Agnon narra che all’età di quattro anni uno dei suoi parenti lo condusse dal nonno che si trovava nella Casa di preghiera. L’atmosfera era magica e tutto era meraviglioso: le luci delle candele, l’odore della cera e le persone ammantate negli scialli di preghiera, la voce soave di una persona anziana che stava alla Tevà e la cui voce usciva dal suo Tallet e si diffondeva nella casa. Le persone erano tutte ammantate nei propri Talitot e non potevano essere visibili in faccia. L’impressione che aveva il bambino era che tutto il mondo non era altro che un anticamera di questa casa e che ciò che vedeva e viveva in quel momento non dovesse avere mai fine, e che questa casa e gli uomini che la riempivano erano una sola cosa.

Via via che si affievolivano le voci e i canti di cui rimaneva solo l’eco, la grande gioia che sentiva improvvisamente venne meno. Quando le persone si tolsero anche i tallitot, quello che era una unità svanì improvvidamente e le persone cominciarono a parlare tra loro, Agnon narra che egli scoppiò in un pianto che nessuno riuscì a capire. La gente si chiedeva che era successo al bambino, ma nessuno riuscì a capire la causa di quel pianto ininterrotto. A distanza di molti anni Agnon risponde alla domanda: nel momento in cui le persone si erano tolti i tallitot e non esprimevano più quella unità e cominciavano a chiacchierare, quella meravigliosa unità era venuta meno e l’immagine magica di quel giorno era sfiorita.

Finito quel giorno tutto torna nel trantran quotidiano perché non si può vivere in un’atmosfera magica per sempre: questo riguarda il comportamento sia del privato, dei leaders e della collettività. Un vero peccato che non si riesca a impegnarsi per  creare e mantenere una certa “tensione” per periodi più lunghi o organizzando momenti così intensi anche in altre occasioni. L’epidemia del Coronavirus è stata ed è tuttora un’occasione che potrebbe lasciare un segno anche nel nostro comportamento quotidiano.  

Untanè tòkef, una delle preghiere fondamentali di Rosh hashanà e Kippur, scritta nel Medioevo dà una risposta a come far sì che il ricordo di kippur rimanga sempre nel nostro cuore.

Rabbi Amnon di Magonza, cui è attribuita questa preghiera, ha dovuto superare sfide e prove terribili per affermare la propria identità, scrive parole che sembrano riferirsi a situazioni come quella che viviamo: “(in questi giorni viene deciso) quanti spariranno  dal mondo e quanti saranno creati, chi vivrà chi morrà, chi perirà di morte prematura, per la pestilenza ….  La pestilenza è un evento che era quasi naturale fino a circa due secoli fa (basta leggere ai Promessi Sposi del Manzoni, alla peste nera ecc) e della quale eravamo convinti di esserci completamente liberati. Questo giorno serve a ridimensionare l’uomo e a fargli capire che deve cercare di usare bene il tempo che gli è concesso per vivere e di usare gli strumenti che ha a disposizione, in modo che il cuore possa tornare ad averlo

Infatti nella parte successiva della preghiera viene affermato che:

Il ritorno (teshuvà), la preghiera (tefillà), l’atto giusto di carità (zedakà) sviano i decreti fatali,

In questo giorno abbiamo l’opportunità di tornare a essere noi stessi,  a rivivere e ad affermare la nostra identità; questo possiamo fare con un processo di preghiera autoriflessiva (in ebraico Tefillà deriva dal verbo giudicare) e soprattutto dobbiamo pensare che questo processo non può essere fatto da soli, ma necessita della partecipazione e della donazione della zedakà, l’atto riparatore di sostegno al prossimo.

Il giorno di Kippur siamo tutti pieni di buoni propositi. Ma quanto durano queste promesse? il tempo di un lampo. Indubbiamente è difficile vivere sempre al livello dell’esperienza che viviamo il giorno di Kippur, l’importante è che il ricordo di questa esperienza rimanga sempre nei nostri cuori

Hatimà tovà