Coronavirus: un segno per la prossima generazione | Kolòt-Voci

Coronavirus: un segno per la prossima generazione

Riflessioni su Ecclesiaste e Coronavirus

Scialom Bahbout

L’epidemia dovuta al Coronavirus ha riportato in prima pagina l’esperienza della morte, che è rientrata improvvisamente e prepotentemente nella vita del singolo e della società. La morte era stata quasi bandita dalle case e confinata negli ospedali. La riflessione sulla morte e sulle epidemie ha spinto molte persone a cercare ispirazione nella lettura dei testi classici: ecco quindi che si tornano a leggere I promessi Sposi di Manzoni, il Decameron di Boccaccio o La Peste di Camus.

Davvero strano che tra questi testi non trovi posto nessuno dei libri della Bibbia. Pur senza averle inserite nelle proprie leggi costitutive, l’Europa dichiara di ispirarsi alle radici giudaico-cristiane: ci saremmo quindi aspettati di trovare tra i testi proposti alla lettura e su cui riflettere qualcuno dei testi biblici. Ecclesiaste è un libro con molte domande e con qualche risposta per chi lo legge in momenti di crisi con la dovuta attenzione.

Certo leggere Ecclesiaste, senza avere un supporto interpretativo, può gettare nella disperazione. “È migliore il giorno della morte di quello della nascita”, “tutto è vanità”, “non c’è niente di nuovo sotto il sole” e “la fatica operosa dell’uomo è vana”: queste e molte altre affermazioni ci inducono a pensare che contrastare il Virus sia del tutto inutile.

Ecclesiaste è stato tradito dalle traduzioni e dall’incapacità di interpretazione della maggior parte dei lettori occidentali. Hèvel, la parola che viene tradotta con vanità, ha molti significati e per capire cosa significa dobbiamo collegarla con la prima volta che essa compare nella Bibbia. Hèvel (Abele) è il nome del primo uomo che, appena uscito dall’Eden, viene ucciso dal fratello Caino: anche se la vita è temporanea, bastano pochi giorni di vita per svolgere un ruolo importante nella storia dell’uomo. Infatti, il testo biblico testimonia che l’offerta di Abele fu accolta dal Signore: Abele portando un dono al Signore, aveva concepito la sua vita come dono e non come strumento per ottenere qualcosa. Inoltre, Abele, come i Leaders biblici più importanti, era un pastore di greggi, un lavoro che rende veramente libero. Gli Egiziani traevano la propria sopravvivenza dalla terra della quale erano schiavi, schiavi del Faraone cui appartenevano tutte le terre e consideravano gli ebrei come abominevoli proprio in quanto pastori. Il pastore è un uomo libero che può muoversi a suo piacimento nelle praterie, mentre Caino, uomo della terra, non riesce a liberarsi della terra dalla quale riceve il proprio sostentamento. A Caino, abbattuto perché la sua offerta non fu accolta con favore, viene detto: “se ti comporterai bene potrai andare a testa alta”: la sua reazione lo rende schiavo dei suoi istinti e uccide Abele.

La vita seppure breve di Abele lascia un segno nella storia: egli è stato il primo uomo ad aver concepito la propria vita come dono, cosa che lo salva dal destino riservato a Caino, che sarà additato come primo assassino ovunque egli vada. Quindi Abele lascia alla generazione successiva l’idea della vita concepita come dono.

Quando i Maestri d’Israele si sono trovati di fronte al dilemma se includere o meno Ecclesiaste nella Bibbia, si sono divisi, ma alla fine ha prevalso l’opinione che il testo fosse sacro e quindi dovesse essere interpretato in modo che fosse inserito nella Bibbia. Il lettore moderno rimane stupito di fronte a questa decisione coraggiosa, che rientra nell’atteggiamento della tradizione ebraica, tesa a non ignorare le domande, anche e soprattutto, quando sono scomode. L’importante è non fraintendere ciò che vuole trasmetterci il testo. Hèvel, che siamo abituati a tradurre con vanità, significa in realtà che tutto è temporaneo e questo vale per il bene come per il male.

Si parla spesso in questi giorni che dobbiamo essere consapevoli che siamo destinati a convivere con il Coronavirus, ma Ecclesiaste ci dice che tutto è temporaneo e che non bisogna aver paura della morte, ma utilizzare la vita nel migliore dei modi.

C’è un Tempo per vivere e un tempo per morire: per Ecclesiaste rendersi conto che la morte è parte integrante della vita dà un senso alla stessa vita. La sapienza, la gioia e l’operosità, benché temporanei, sono momenti importanti della vita che lasciano un segno nella storia e questo non va sminuito.

Una generazione va e una generazione viene e questa raccoglierà il segno lasciato dalla generazione che l’ha preceduta. Ecclesiaste sostiene in fondo che l’importante è capire e riconoscere che vi sono regole entro le quali l’uomo deve muoversi, che i risultati raggiunti da una generazione verranno trasmessi alla generazione successiva. L’opera di un uomo può sembrare temporanea, ma non tutta la sua opera, perché una sua parte lascerà un segno.

Compito di ogni generazione è lasciare in eredità un segno a quella che avanza e così facendo dare un significato alla propria vita.