Un lavoro che non è fisico | Kolòt-Voci

Un lavoro che non è fisico

Shalom Rosenberg

La ’avodàt Hashèm – culto divino, non è lavoro creativo, ma il simbolo dell’accettazione del giogo del cielo. La filosofia moderna vi si è ribellata perché non l’ha capito pienamente.

Ci separiamo dal libro di Vayikrà che ci ha presentato il sistema dei sacrifici e passiamo al libro di Bemidbàr che si occupa anch’esso delle regole del santuario. Questi temi ci sembrano oggi appartenere a un passato lontano. La nostra vita ebraica è guidata dal principio stabilito dai nostri Maestri: «Sostituiremo i tori con le nostre labbra» (Hoshèa’ 14, 3), che come spiegava rabbì Yehoshùa’ ben Levì: «Le preghiere sono state stabilite in corrispondenza dei sacrifici quotidiani» (TB Berakhòt 26b). La preghiera ha rimpiazzato i sacrifici e la recitazione dei brani relativi ai sacrifici sostituisce i sacrifici stessi. La preghiera è ’avodà shebalèv – il culto nel cuore. «Lo servirete con tutto il vostro cuore», questo principio fondamentale è radicato nell’Ebraismo sin dalla sua nascita. Il principio della preghiera e la sua ritualità sono un’aggiunta che sostituisce il culto nel santuario. La sinagoga è diventata un piccolo santuario.

Nel contesto dei sacrifici ricorre in continuazione una parola chiave: ’avodà – culto. Questa parola ha avuto un’importanza decisiva nel vocabolario sionista. Così nello slogan sionista-religioso Torà Va’avodà – Torà e lavoro, la ’avodà rappresentava l’idea della produttività che è alla base della redenzione del popolo sulla sua terra. Questo slogan ha rappresentato la fertile de-costruzione del detto classico dei Pirkè Avòt – Massime dei Padri: «Shim’òn il giusto… diceva che su tre cose il mondo si appoggia, sulla Torà, sulla ’avodà e sulle opere di bene». Nelle prossime righe vorrei ritornare invece al significato originale di questo detto, e cioè la ’avodà intesa come ’avodàt Hashèm – culto divino, una ’avodà che non si esprime nella produttività che vi è in esso, ma nella sua simbologia di accettazione del giogo divino.

L’uomo ribelle

Più di ogni altro filosofo Friedrich Nietzsche rappresenta la rivolta contro questa ’avodà. Ci sono nella sua opera numerosi e diversi strati. A volte mi sembra che ci siano in lui tre anime diverse. Una di queste, è diventata, a mio avviso, il profeta della sitrà atrà – parte oscura (termine kabbalista che indica le forze del male NdT), cioè l’anima dell’uomo che si ribella. Nietzsche si ribellava contro la concezione che vedeva nella religione l’imposizione dell’accettazione del giogo del cielo e che pretendeva la sottomissione assoluta nei confronti del padrone del mondo. Egli non era solo in questa lotta. La rivolta contro Dio appare nell’insegnamento di molti pensatori moderni che sono alla base dell’umanesimo, e cioè la concezione secondo la quale l’uomo vive in piena autonomia ed è il centro di ogni valore.

Con molte differenze, abbiamo trovato idee simili anche all’estremità filosofica opposta – i marxisti, che si identificavano nella figura di Prometeo che sottrae il fuoco agli dei. Il Marxismo ha costruito un’ideologia che ha trovato la sua espressione nel capovolgimento semantico del termine ’avodà. Questi proponevano la ’avodà – lavoro, come sostituzione della ’avodàt Hashèm – servizio divino. L’uomo redime se stesso per mezzo della politica e dell’economia. I nostri Maestri lo avevano già previsto descrivendo la generazione della divisione, che costruisce una torre (di Babele NdT) verso il cielo e dichiara: «Facciamoci una torre e pratichiamo la ’avodà zarà – culto estraneo (idolatria), sulla cima, mettendogli una spada in mano e sembrerà come se Gli facesse guerra».

Questa è la rivolta dell’uomo che grida: «D-o è morto», ma anche «Meno male che sono orfano!» (citazione del racconto dello scrittore Shalòm ’Alekhèm, che descrive l’abbandono della tradizione paterna NdT). A mio avviso il risultato di questa rivolta è ben rappresentato dalla copertina di una rivista popolare, dove una nave affonda in mezzo al deserto, da qualche parte della Russia. Questa non è finita lì a causa di qualche incontro del terzo tipo, ma è la testimonianza muta del mare che si è ritirato per decine di chilometri ed è diventato deserto, proprio a causa dell’opera dell’uomo – con l’uso maldestro dei fiumi che vi scorrono. Questa immagine mi ha fatto capire il significato dell’intenzione divina quando ha messo l’uomo nel Gan ’Èden: «Le’ovdà ulshomrà – per operarvi e per proteggerlo». Promoteo ha certamento “lavorato”, ma non l’ha protetto. Ma ancora peggio sono i “campi di lavoro”, che erano in realtà “campi di schiavitù”. E dal lato opposto dell’arco politico, i nazisti, discendenti di Caino l’assassino, hanno trasformato il “lavoro” in un inferno, quanto hanno inciso sulla porta d’ingresso di Auschwitz lo slogan satanico “il lavoro rende liberi”.

Amore e tikkùn

La controversia sulla ’avodà è un conflitto incentrato sull’immagine dell’uomo che ci poniamo come modello. Ma a questo riguardo, ci ha insegnato rav Kuk che nonostante la rivolta contro la divinità sia focalizzata in senso antropologico, questa è in realtà fondata su un principio teologico errato. Siamo in presenza di un errore fondamentale della comprensione del concetto di ’avodà. Quelli che hanno alzato la bandiera della rivolta hanno concepito la ’avodà divina in maniera errata, a causa di una percezione immatura, perché la ’avodà non è sottomissione.

Per capire questo dobbiamo fare riferimento  a un concetto preso dalla mistica e dalla kabbalà, diventato di dominio pubblico. Le parole di Iyòv: «Che parte è stabilita da Dio lassù?» (Iyòv 31, 2) sono diventate nel pensiero tradizionale ebraico l’espressione della condizione umana: l’anima dell’uomo non è un un prodotto del mondo materiale, ma un’entità celeste, una scintilla del fuoco divino. La conseguenza è che il rapporto dell’uomo con Dio non è quello di un’entità estranea e lontana, ma quella di un Dio nascosto che supera i confini del mondo, ma che ha la sua presenza anche dentro noi stessi. La concezione che vede nella ’avodàt elo-kìm – culto divino, per esempio quando ci si inchina, come sottomissione a un re straniero, è totalmente estranea alla nostra concezione dell’anima come “scintilla divina”. Noi mettiamo in pratica una ’avodà – culto, che è amore,  e non una ’avodà che è sottomissione.

Ma ancora di più, nella tradizione ebraica troviamo un concetto che completa questa idea, fondato sulla aggadà (in questo caso si riferisce al Midràsh NdT) e successivamente sviluppato dalla Kabbalà: Il santo, benedetto Egli sia, ha creato l’uomo non come servo ma come collaboratore. Questa è l’idea del tikkùn – riparazione. Il santo, benedetto Egli sia, ha creato l’uomo perché riparasse i mondi, compito che lo rende collaboratore di Dio. Anche la ’avodàt elo-kìm – culto divino, quindi è parte di questa riparazione del mondo. L’uomo, attraverso le mitzvòt, cambia sia sé stesso, sia il volto dell’intera realtà. La Kabbalà esprime questo concetto con una durezza senza precedenti,  la ’avodà non sarebbe sottomissione, ma addirittura una necessità suprema. Come se fosse Dio ad aver bisogno dell’uomo, di noi che siamo i suoi collaboratori.

Sangue che torna alle origini

Non posso terminare questi appunti teorici senza fare riferimento al carattere concreto che la ’avodà – culto, ha nel libro di Vayikrà: il sacrificio di animali. Essenzialmente si tratta di sacrificarne le parti grasse e il sangue, che rappresentano la vita, che è il principio che supera la materia e che è presente in ogni essere vivente. L’anima è in effetti l’elemento divino superiore, ma troviamo la santità anche nel corpo materiale e quindi ci  è vietato consumare il sangue. Per mezzo del sacrificio il sangue che si trova sull’altare viene restituito a Dio, alla fonte della vita.

Questa cerimonia si scontra con la sensibilità estetica di tante pesrone nel mondo moderno, tuttavia senza che la non-eticità del consumo di carne riesca a sconvolgerli come buongustai. Nel suo commento al siddùr – formulario di preghiere, rav Kuk esprime dei concetti legati alla sua visione vegetariana. Alla fine della preghiera delle diciotto benedizioni aggiungiamo dei versetti che esprimono la nostra preghiera perché venga ripristinata la ’avodà – culto, ai tempi del messia: «Sia la Tua volontà… che venga ricostruito il santuario, presto, ai nostri giorni… e là ti serviremo con timore… e sarà gradita l’offerta di Yehudà e di Yerushalàyim come in passato e ai tempi antichi». Su quest’ultimo versetto scrive rav Kuk: «In futuro l’abbondanza della conoscenza sarà diffusa e penetrerà addirittura negli animali: “In tutto il Mio sacro monte non verrà fatto più alcun male o alcuna distruzione, poiché la terra si è riempita della conoscenza dell’Eterno” (Yeshayàhu 11, 9) e il sacrificio sarà allora composto di offerta farinacea, dai vegetali, e sarà gradita a Dio come in passato e ai tempi antichi». Rav Kuk ci delinea una visione più equa alla quale l’uomo dovrà prendere parte lasciandosi però dietro il suo istinto di sbranare la carne.

Traduzione D. Piazza

Makòr Rishòn 22.5.2020 – Titolo originale: “’Avodà sheenà melakhà”

Shalom Rosenberg  (1935) è un pensatore ebreo osservante, israeliano, professore emerito dell’Università Ebraica, dove è stato preside della facoltà di pensiero ebraico. Si occupa principalmente di filosofia della religione, rapporto tra religione ed etica, interpretazione dei testi, ermeneutica ebraica e generale.

https://he.wikipedia.org/wiki/שלום_רוזנברג