Come l’Esodo ha influenzato la cultura occidentale | Kolòt-Voci

Come l’Esodo ha influenzato la cultura occidentale

Emanuele Calò

Negli scorsi giorni gli ebrei hanno commemorato Pesach, la Pasqua, narrata nell’Esodo. Una storia di libertà, che il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rubando il mestiere del compianto Mike Bongiorno, trasforma in una simpatica gaffe storica: “Pasqua significa, lo sanno bene i Cristiani, passaggio. È il passaggio e anche il riscatto dalla schiavitù all’Egitto”. Di questa gaffe, non scevra di simpatici accenti, sono state fornite diverse interpretazioni, ma nessuna in chiave psicoanalitica, forse perché un’eccessiva insistenza sarebbe parsa, per essere precisi, alquanto malevola.

Senza l’Esodo, Alfred Hitchcock avrebbe avuto difficoltà ad occuparsi dei suoi temi centrali, l’innocente perseguitato, la fuga e l’inseguimento. Certamente, permangono delle ambiguità, non tanto per screditare il personaggio centrale quanto per rendere più agile la narrazione; come osservava François Truffaut a Hitchcock, “while your hero is generally innocent of the crime for which is under suspicion, he is generally guilty of intentions before the fact”.

Un altro topos onnipresente nella letteratura, popolare e non, è quello del personaggio che nell’evoluzione della trama poi si rivela essere l’opposto rispetto alle premesse: Mosé che appariva come un principe egiziano poi s’invera nelle sue reali vesti di schiavo ebreo, Gesù, che appare come un umile ebreo, si invera diversamente.

In Esodo 14:11, laddove si legge: “Poi dissero a Mosè: “Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto?”, è difficile non richiamare l’ebreo tedesco Erich Fromm (Fuga dalla libertà) e forse pure l’ebreo americano Woody Allen, per via del lugubre motto di spirito.

Soltanto Sigmund Freud fece un tentativo per rovesciare la prospettiva ne L’uomo Mosè e la religione monoteistica, promuovendo Mosé da schiavo ebreo a dignitario egiziano. Come si è giustamente rilevato (Giovanni Cucci, Freud e Mosé, La Civiltà Cattolica, II, 2009, 235:245) negare a Mosé l’identità ebraica comporta la coeva negazione della specialità del popolo ebraico, scelto da D-o. Freud non poteva ignorare le vicende esistenziali di Hans Kelsen, Karl Popper e Gustav Mahler (il quale si rivolse a Freud, perché considerò le corna inflittegli dalla consorte Alma come una patologia) tutti austriaci come lui, la cui “liberazione” dall’ebraismo, a monte oppure a valle, costituì la chiave per accedere all’area dell’eguaglianza di diritti in cui dimostrare che non erano proprio eguali, perché al loro livello di talento nessuno sarebbe riuscito ad approdare.

Freud fu lieto dell’adesione alla psicoanalisi di Carl Gustav Jung perché costui era protestante, cotanta letizia discendeva dalla sua percezione dell’ebraismo come un fardello in una società antisemita, della quale il famigerato sindaco di Vienna, Karl Lueger, più volte lodato da Adolf Hitler nel Mein Kampf, fu un degno rappresentante. Quando Freud tenta di dimostrare che Mosé non era ebreo, parla più di sé che del liberatore del popolo ebraico; dimostrando che il popolo cui apparteneva era un popolo come gli altri, anche lui rientrava nella norma e se Mosé non era ebreo, anche lui avrebbe potuto non esserlo.

L’Esodo è, da ultimo, oggetto di letture distorte, dove l’attenzione verso il punto di partenza (l’Egitto, la schiavitù) conduce talvolta alla rimozione del punto d’arrivo, Eretz Israel, per via di un’interpretazione dove l’unico assente ingiustificato è il dato letterale. Non è un caso che discorrendo dell’Esodo, se ne rimuova la destinazione, perché se si rivelasse l’ovvio (si andava in Israele, si andava verso la Terra Promessa) non si potrebbe continuare ad indossare i discutibili panni dell’antisionista della domenica.
Il marcionismo, forse trattato con eccessiva severità, continua ad insinuarsi sotto mentite spoglie, segnatamente, nella politeistica contrapposizione fra una divinità severa ed un’altra clemente e, soprattutto, nella visione pressoché inconscia di un Vecchio Testamento redento da quella Nuovo. Tuttavia, perfino nella corrente e maggioritaria visione degli ebrei quali “fratelli maggiori”, quel viaggio verso la Terra Promessa precederebbe tutti i viaggi, se non fosse stato per Genesi 12:1: “Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il Paese che Io ti indicherò”, dove però la meta è sempre la medesima: Israele.
Forse per quello la Presidenza del Consiglio, che pure si batte da par suo contro l’antisemitismo e nel cui sito si trovano alcune importanti risoluzioni, potrebbe considerare che nella madre di tutte le definizioni di antisemitismo, che è quella dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) accolta dappertutto, la parola “Israele” e/o “israeliani” compare undici volte. Sarà un caso?

http://moked.it/blog/2020/04/21/la-valutazione-da-fare/