Il ragazzo ebreo che si salvò confondendosi tra i nazifascisti | Kolòt-Voci

Il ragazzo ebreo che si salvò confondendosi tra i nazifascisti

Accolto come un figlio in casa del barone Parrilli, frequentata dai Mussolini, dai Ciano e dai generali tedeschi. Per non tradirsi si adattò a mangiare anche i cibi proibiti, come salame e aragosta 

Ariela Piattelli 

Un ragazzo ebreo nascosto con una falsa identità a casa di un barone nella Roma occupata dai nazisti. Segue le trame di un thriller ad alta tensione la storia vera e inedita di Giuseppe «Peppino» Nemni, morto a Roma a 97 anni. Una vicenda rocambolesca con due protagonisti, Peppino e il barone Luigi Parrilli, e ancora altri personaggi: i gerarchi nazisti, gli uomini del fascismo, dai Mussolini ai Ciano e così via. Giuseppe era nato a Tripoli nel ’23, suo padre Raffaello era un industriale molto importante, amico di Cesare Balbo e Mussolini. 

Da Tripoli a Roma 

Nemni ha dieci anni quando il padre lo manda a studiare in Italia. La sua avventura s’inizia però all’età di vent’anni, nel settembre del ’43, quando i tedeschi occupano l’Italia: già cacciato dalla Careggi di Firenze in seguito alle leggi razziali, Peppino si trova solo a Forte dei Marmi. «Scappavano tutti, non solo gli ebrei. Ero disperato, così presi un treno per Firenze», ha ricordato Nemni nella sua testimonianza. Arrivato alla stazione di Firenze trova una scena apocalittica e le SS con le mitragliatrici: «Prendevano i giovani per mandarli a lavorare in Germania, gli ebrei li avrebbero mandati nei campi di sterminio». 

Con un documento su cui è scritto «Di razza ebraica», grazie a un facchino riesce a mettersi in salvo e a riprendere il suo viaggio per Roma, dove avviene l’incontro con i Parrilli. Arriva senza un soldo in tasca, l’unica meta possibile è il «Massimo D’Azeglio», l’albergo dove Peppino accompagnava spesso suo padre. «Chiesi aiuto, mi diedero subito una stanza spiegandomi che lì c’erano i tedeschi, e nessuno mi avrebbe cercato. Lì trovai nuovi amici, prima tra tutti Elvira “Pupa” Parrilli». Pupa è la nipote del barone Parrilli. Con la madre, la baronessa Corallina, aveva una camera al Massimo d’Azeglio. « Tra ragazzi facevamo un po’ di “social life” nel nostro salotto. Sapevamo che Peppino era ebreo, e mio zio lo prese sotto la sua ala. Noi poi ci trasferimmo in una casa in via Bellini», racconta Pupa. 

L’incontro con il barone 

Il barone Parrilli era un uomo d’affari, vicino al fascismo, viveva come i nobili di una volta, attorniato da persone importanti. Cavaliere dell’Ordine di Malta e ben introdotto in Vaticano, era sposato con Luisa Poss, figlia del senatore fascista Alessandro Poss. Il barone è stato uno dei protagonisti dell’operazione «Sunrise», che aveva l’obiettivo di far sedere attorno allo stesso tavolo i tedeschi e gli Alleati per arrivare alla resa tedesca. Parrilli conosceva i generali e i comandanti della Gestapo, tra cui il famigerato Herbert Kappler, che mise in atto la deportazione degli ebrei di Roma, e il generale delle SS Karl Wolff. Peppino i gerarchi nazisti se li ritroverà nel salotto di casa Parrilli. Il barone quando incontra Nemni al Massimo D’Azeglio decide di nasconderlo nella casa in via Bellini. «Non ho mai capito perché decise di nascondermi», diceva Nemni. «Forse conosceva mio padre e sapeva che era un uomo importante». 

La razzia del ghetto di Roma 

«La villa della baronessa era di un lusso sfrenato. Di sera arrivavano i Ciano, i Mussolini, i generali tedeschi, che ignoravano la mia identità». Il barone gli aveva dato dei documenti falsi: «Ero per tutti il nipote, Giuseppe Tagliaferri. I tedeschi venivano sempre in divisa. Mi chiamavano Peppino». Nemni in segreto aveva sempre cercato di mantenere una certa osservanza dell’ebraismo. E un cibo proibito scatena uno dei momenti più tesi della storia. «Un giorno a pranzo servirono l’aragosta. Wolff si rivolse alla baronessa dicendo “con questa fame che c’è in giro, se la dai a un ebreo non la mangia”. Questo mi spinse a mangiarla. Non parlavano mai degli ebrei, capitò solo quella volta». 

È dopo qualche giorno che Nemni si trova ad assistere al rastrellamento del ghetto di Roma. «Mi nominarono capitano dell’Unione Nazionale Protezione Aerea. Andavo con una macchina a controllare il coprifuoco. La mattina della razzia del ghetto, il 16 ottobre, ero lì e vidi le deportazioni, caricare gli ebrei romani sui camion. Non potevo fare nulla, ricordo le urla, chi tentava di scappare, i tedeschi che buttavano i bambini con violenza dentro i camion. E li ho visti andar via». 

Verso la salvezza

Nemni a Roma conosce anche il giovane Vittorio Gassman: «Diventammo amici, uscivamo con le ragazze. In seguito ci ritrovammo a Milano». Poi il barone decide che è troppo pericoloso restare a Roma e manda Peppino da sua moglie nella villa di Pegli. «Per la contessa ero come un figlio. Una notte ci fu un’incursione aerea e navale, scappai per la paura. Lei mi ritrovò e abbracciandomi disse: “Anche se ti avessero preso ti avrei salvato, perché nessuno può toccarti”. Solo dopo ho capito cosa voleva dire». Dopo pochi giorni il barone vuole Peppino a Milano: «A Tortona mi fermarono i fascisti di Osvaldo Valenti, pensavano che fossi una spia. Quando mi misero in fila con altri uomini per giustiziarmi, mi salvò una telefonata». Con il barone, Peppino va a Stresa, dove cena con alcuni nazisti, «ricordai le parole di Wolff e mangiai per la prima volta il salame. Non volevo insospettirli. A mezzanotte a Baveno il barone mi mise su una barca. Navigammo verso Locarno, dove ci accolse il sindaco. Finalmente ero in salvo». 

Peppino non incontrerà mai più il barone. Ma quando la contessa Poss viene arrestata dagli americani, Parrilli contatta Nemni: «Mi chiese di far scrivere a mio padre una lettera agli Alleati per spiegare che sua moglie mi aveva salvato la vita. Lo feci, con piacere. E lei si salvò. Pensai poi che Parrilli fosse un informatore degli americani infiltrato nell’esercito tedesco. Mentre la contessa Poss forse lo era dei tedeschi. È una storia di intrecci, un vero e proprio thriller». 

La Stampa 22.12020