Ebrei fascisti a Tripoli | Kolòt-Voci

Ebrei fascisti a Tripoli

Gérard David Journo

Mi ricordo che mio padre z”l mi raccontava che a Tripoli c’erano alcuni ebrei che avevano abbracciato l’ideologia fascista. Gli italiani in quell’epoca stavano facendo grandi cose a Tripoli, costruivano palazzi e strade, sviluppavano il commercio con l’Italia, spendevano grandi somme per l’istruzione, e poi, come sempre avviene, fra i due litiganti, italiani e libici, il terzo gode, la minoranza ebraica. Ma la maggioranza degli ebrei era diffidente, aveva relazioni educate ma imbarazzate con i fascisti e quindi cercavano di far ragionare quei pochi ebrei, che presi dall’entusiasmo si erano messi la camicia e il fez nero.

Questi erano così convinti che collaboravano agli arresti dei dissidenti, facevano i delatori perché credevano che eliminare le mele marce avrebbe fatto bene alla comunità. Badate bene, questi ebrei non erano assimilati, erano credenti, rispettavano i precetti e si recavano regolarmente in sinagoga. Ma gli altri, diffidenti, dopo aver capito come erano fatti questi ebrei fascisti, non si fidavano più neanche di convincerli a desistere perché facendo questo, potevano essere giudicati come pericolosi oppositori comunisti.

Poi tutto cambiò ed arrivò il 1938, c’erano già state brutte avvisaglie, come gli ebrei che furono frustrati in piazza perché si ostinavano a tenere i negozi chiusi di sabato, ma in quell’anno con le leggi razziali tutto precipitò. Gli alunni e i maestri ebrei buttati fuori dalle scuole, gli impiegati fuori da tutte le istituzioni e quindi anche quegli ebrei fascisti dovettero restituire il loro bel fez e camicia nera e tessera del partito. Quindi, agli occhi di tutti erano solo degli ebrei e come tali erano rimasti. Poi venne la guerra e i bombardamenti, l’esodo in paesi o città più piccole e lontane, la fame e la miseria, per molti l’internamento in campi di concentramento. 

Ma mio padre mai dimenticò i nomi di quelle persone, delle sofferenze che, volontariamente o involontariamente, avevano inflitto ai loro correligionari.

Ma non li fece mai quei nomi, non volle mai mettergli il marchio, solo una volta, quando ne morì uno mi disse: non è perché è morto che è diventato un santo. Fascista era e fascista è rimasto.

Per gentile concessione dell’autore