Divinamente (Spal-Lazio 2-1) | Kolòt-Voci

Divinamente (Spal-Lazio 2-1)

Marco Contini Vitale

Le parole sono importanti, e non solo per chi fa il mio mestiere. Bisogna rispettarle, averne cura, a volte coccolarle un po’, fare lo sforzo di comprenderle prima di scaraventarle su un foglio o in un discorso, foss’anche al bancone di un bar. Le parole sono quel che distingue l’essere umano da tutte le altre bestie, e secondo alcune cosmogonie sono l’essenza stessa del creato. Insomma, sono sacre. A volte, poi, possono anche essere divertenti. Basta saperci giocare. Sempre con rispetto parlando.

Per celebrare il ritorno al successo della Spal, maturato al termine di 90 minuti da infarto contro la Lazio, vorrei proporre allora un piccolo esercizio spirituale fondato su una delle più antiche diramazioni della semantica: la ghematria. Vale a dire, quel sistema che – applicato all’originale testo biblico – attribuisce a ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico un valore numerico. La “alef” vale 1, la “bet” 2, eccetera… Dopo le prime nove c’è la “yod” che vale 10, la “kaf” che vale 20, e così fino al 90, poi si passa al 100, al 200 e su per li rami finché finisce l’alfabeto. Su questa base, sommando il valore numerico di ciascuna delle lettere che la compongono, si ottiene il “punteggio”, chiamiamolo così, di ogni singola parola menzionata nella Torah.

Direte: e poi, dopo che ogni parola è stata trasformata in un numero, che te ne fai? La domanda è legittima. Ma siccome l’ebraico, per chi ci crede, non è una qualsiasi lingua semitica, bensì quella usata dal Signore Iddio per creare il mondo, ogni vocabolo si presta a un esercizio di esegesi che una volta cominciato non finisce più. Per esempio, se due parole hanno lo stesso valore numerico potrebbe darsi che siano tra loro imparentate, e allora bisogna studiarne il significato e capire come quella parentela algebrica possa aiutare a svelare i misteri dell’universo. E comunque, di certo non sono state messe lì per caso. I cabalisti, e non solo loro, sono secoli che ci perdono il sonno.

Ma torniamo alla Spal. L’interpretazione che va per la maggiore è che la chiave della vittoria, domenica, sia stata il cambio di modulo tra il primo e il secondo tempo: dal consueto 3-5-2, al nuovo e sorprendente 4-2-3-1. Col primo stavamo perdendo, col secondo abbiamo ribaltato il risultato. Un miracolo.

Così ho pensato che si potrebbe fare un piccolo esercizio di ghematria al contrario: assegnare a ciascuna cifra la sua lettera corrispondente, vedere se ne vien fuori qualche parola di senso compiuto, e provare a interpretarla.

Tenuto presente che la scrittura ebraica tendenzialmente funziona come gli sms degli adolescenti, nel senso che a parte qualche significativa eccezione non contempla le vocali (che si pronunciano, ma non si scrivono), tre lettere sono più che sufficienti a formare un vocabolo. Per esempio: la traduzione di gamba è “réghel”, ma si scrive rgl. Chi capisce, bene; chi non capisce s’attacca al cazzo. (Sì, qst ebr a vlt sn 1 po strnz!).

Orbene: il modulo 3-5-2 equivale alla triade composta dalle lettere “ghimel” (la G di gatto), “he” (acca aspirata) e “bet” (B oppure V, dipende). Il 4-2-3-1, invece, si traduce in “dalet” (la D), “bet” (di nuovo, B o V), “ghimel” (gatto) e “alef” (un segno generico di vocale, il più delle volte una A o una E, che però non appare quasi mai alla fine di una parola). Ci son stato su delle ore: ma per quanto guardassi quell’accrocco di lettere, e per quante vocali provassi a infilarci in mezzo, non saltava fuori niente. Ho anche chiesto a un’angelo (angelo donna, per questo ci metto l’apostrofo) che conosce l’ebraico molto più di me, ma nemmeno lei ne è venuta a capo. Vuoi vedere che il calcio e le sacre scritture non hanno niente in comune? No, non è possibile. Sarebbe la smentita di tutto ciò in cui credo.

E infatti, alla fine, il mio angelo ha trovato la quadra. E che quadra!

Perché è vero, singolarmente presi quegli schemi non significano un tubo: lo dice sempre anche Leo Semplici. Però sommate i numeri: 3+5+2 fa 10, così come 4+2+3+1 (ovvio, visto che a calcio si gioca in 11 e che nei moduli tattici il portiere non si conta). E adesso leggeteli in sequenza, che in fondo è quel che domenica è successo in campo: prima un modulo, poi l’altro. 10 e poi 10.

La lettera che secondo la ghematria vale 10 è una delle poche vocali che si scrivono, la “yod”, vale a dire la I. L’accostamento dei due schemi adottati dalla Spal dà quindi come combinazione una doppia “yod”. Che non è, manco lei, una parola del vocabolario. Ma è uno dei modi in cui – essendo vietato pronunciarlo invano – nei testi sacri si scrive il nome del Creatore.

Non voglio scomodare il Talmud, ma a questo punto il significato è lampante: domenica, Semplici, ha allenato da Dio.

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