Ritorno a Leopoli | Kolòt-Voci

Ritorno a Leopoli

La piccola Parigi dell’Est: prima austroungarica poi polacca, sovietica e oggi ucraina. Negli anni ho visto guerre e tragedie, i paesaggi cambiare. Ma le comunità possono sopravvivere al loro destino

Anne Applebaum

Fu alla fine della calda estate del 1985, durante l’epoca chiamata in seguito “gli anni della stagnazione” sovietica, che vidi per la prima volta la città di Leopoli. Per un giorno e mezzo il mio treno si era diretto verso Leningrado, fermandosi di tanto in tanto in piccole città, ognuna con una triste stazione ferroviaria, un sudicio binario, un chiosco dove si potevano comprare biscotti secchi. Ricordo di aver avvertito quel senso di frustrazione che sempre accompagnava i viaggi in Unione Sovietica. A quell’epoca, gli stranieri venivano relegati in determinate città, su strade speciali e treni riservati. Mentre sorseggiavo il tè, guardavo fuori dal finestrino e desideravo sapere di più di quella piatta e incolta campagna che si estendeva appena oltre i binari. Per me era un territorio proibito, inaccessibile quanto la luna. E poi, piuttosto inaspettatamente, il mio desiderio venne esaudito. Il treno si fermò. Eravamo arrivati nella città di Leopoli, nell’Ucraina sud-occidentale. Un annuncio fu trasmesso a sorpresa. Il treno necessitava di riparazioni e si sarebbe fermato per qualche ora, i passeggeri avevano il permesso di scendere.

Era come se qualcuno mi avesse detto che si poteva entrare nella cornice di un quadro: saltai giù dal convoglio tuffandomi nel paesaggio proibito. Alcune ore dopo, mi trovavo in un vecchio cimitero ricoperto d’erbacce. Tutt’intorno a me, un migliaio di monumenti alla travagliata storia di Leopoli. Scostai le erbacce dalla faccia di una massiccia lapide e vidi il simbolo K & K: Kaiserlich und Koniglich, imperiale e reale, il simbolo austroungarico scolpito sotto l’epitaffio. Lì vicino, addossate l’una all’altra, c’erano bianche pietre tombali di marmo su cui erano incise eleganti scritte in polacco. Alcune tombe erano ucraine, contrassegnate dalla croce della chiesa greco-cattolica ucraina. C’erano altresì tombe sovietiche più nuove, sormontate da una stella rossa. Tante nazioni, una seppellita sopra l’altra, tante persone diverse, che si contendevano un po’ di spazio – allora avevo la sensazione che il cimitero custodisse la storia segreta del monotono paesaggio sovietico. Ritornai verso il treno.

Anche se partii dall’Europa qualche giorno dopo, Leopoli continuò a tormentarmi. L’viv, o Lvov, o Lwow: al momento della mia visita era sovietica, ma era stata polacca prima della Seconda guerra mondiale, austroungarica fino alla Prima guerra mondiale, e prima ancora parte della Confederazione polacco-lituana. Era stata abitata perlopiù da ebrei, ma c’erano anche armeni, georgiani e tatari. Ora erano gli ucraini a rivendicarla, dopo averla ripopolata negli anni 40; gli ebrei se ne erano andati, i polacchi erano stati deportati e le altre nazionalità disperse ai quattro venti. Si erano consumati dei massacri e delle tragedie terribili. Il cimitero era stato davvero una testimonianza della storia della città: un tempo era un luogo multilingue, multinazionale e multiculturale, oggi non più. Non appena potei, ci ritornai. Durante il mio secondo viaggio a Leopoli, nella primavera del 1991, trovai la città pressoché identica. Il vecchio cimitero infestato d’erbacce era ancorali, insieme alle case fatiscenti, le piazze di acciottolato e le strade deserte che mi ricordavo dall’ultima, fugace visita. Questa volta, al centro del parco principale, vidi però alcune donne anziane in piedi sotto la bandiera blu e gialla, intente a vendere spille di metallo a forma di tridente, il simbolo nazionale dell’Ucraina. Giovani uomini, pelle ruvida e capelli lunghi, ridevano e scherzavano e vendevano giornali con l’inchiostro sbavato che titolavano “Ucraina libera,” “Ucraina democratica” e “L’Ucraina agli ucraini”. Gli anziani erano riuniti a piccoli gruppi e discutevano di politica. Di fronte al teatro dell’opera, un altro capannello si stava accanendo contro una statua di Lenin, colpendola ripetutamente. Quando tornai il giorno dopo, Lenin non c’era più. Il monotono paesaggio sovietico che una volta avevo contemplato dal finestrino era stato alterato per sempre.

Nel 1990, quel genere di espressione – “L’Ucraina agli ucraini!” – era fonte di preoccupazione. In Occidente, quello che stava succedendo a Leopoli veniva già descritto come parte “dell’ondata nazionalista” che allora si diceva si stesse diffondendo nell’Europa dell’Est e nell’ex Unione Sovietica. L’Ucraina era travolta da un movimento indipendentista che innervosiva i leader mondiali. Il presidente George Bush senior, durante una visita a Kiev nel 1991, disse agii ucraini di abbandonare questa strada pericolosa: “Viva l’Unione Sovietica,” disse. Ma contrariamente ai suoi desideri, l’Ucraina conquistò l’indipendenza qualche settimana dopo, insieme alle repubbliche sovietiche. Dopo qualche mese, l’Unione Sovietica cessò di esistere. Quell’ondata nazionalista – le donne anziane che vendevano le spille con la bandiera, i giovani con i giornali, le persone che demolivano la statua di Lenin – aveva spazzato via uno Stato totalitario. Leopoli stava cambiando, ma sarebbe stato in meglio o in peggio?

Nel 2018, tornai ancora una volta a Leopoli, 25 anni dopo la mia prima visita e 18 anni dopo la seconda. Questa volta, le abitazioni fatiscenti erano state ristrutturate e riparate. Le strade di ciottoli erano gremite di ristoranti, di turisti, di gente che si affrettava a sbrigare le proprie faccende. Ero a Leopoli per una ragione: era stato pubblicato in ucraino il mio libro sulla storia dell’Ucraina (La grande carestia, da poco pubblicato anche in Italia per Mondadori, ndr). Ero ospite al Festival del libro di Leopoli, un grande evento culturale, proprio come la Milanesiana in Italia, che riunisce migliaia di persone nel centro della città. Mentre passeggiavo accanto agli stand dei libri, sentii parlare molte lingue – francese, inglese, e anche ucraino, russo e polacco – e trovai anche volumi scritti in lingue diverse. Gli oratori si trovavano lì per discutere di storia, letteratura, politica e arte. I capannelli di persone che discutevano davanti al teatro dell’opera erano spariti. Invece, conobbi il sindaco della città, un ucraino con molti viaggi alle spalle abituato a parlare con i sindaci di altre città europee e che sognava di riportare Leopoli in Europa.

Il cimitero in rovina è stato restaurato: si può ingaggiare una guida che porta in giro i turisti e mostra i monumenti ai cittadini polacchi, ucraini e russi. La città è il centro di una nuova industria informatica, così come una mecca per gli storici. In altre parole, a livello spirituale Leopoli è diventata ancora una volta un luogo multilingue, multinazionale e multiculturale. Vi sto raccontando la storia di Leopoli perché per me è sinonimo di speranza. Leopoli è un luogo con un passato di tragedie, guerre e dittature. Ma le comunità possono sopravvivere alle tragedie, alle guerre e alle dittature, e poi ristabilirsi.

La Storia non è una maledizione né una prigione, non condanna nessuno o nessun luogo a un particolare destino. Noi possiamo cambiare i luoghi in cui viviamo, possiamo renderli migliori. La gente di Leopoli c’è riuscita. Possiamo riuscirci anche noi.

Traduzione di Licia Vighi

©RIPRODUZIONE RISERVATA ANNE APPLEBAUM

Il Fatto Quotidiano, 30.6.2019

Chi è ANNE APPLEBAUM Nata a Washington nel 1964, naturalizzata polacca, è una giornalista (Spectator, Washington Post, Economist) e saggista. Con “Gulag” ha vinto nel 2004 il Pulitzer. Il suo ultimo libro, uscito in Italia a maggio per Mondadori, è “La grande carestia”