Le spie sefardite d’Israele | Kolòt-Voci

Le spie sefardite d’Israele

Rocco Giansante

Nato in Canada, Matti Friedman è uno scrittore e giornalista che vive a Gerusalemme. I suoi reportage e libri raccontano la società israeliana e il Medio Oriente di oggi, evidenziando i legami che, nonostante il conflitto, legano lo stato ebraico e i paesi islamici che lo circondano. Nel suo primo libro, The Aleppo Codex, Friedman narra la storia del Codice di Aleppo, il più antico manoscritto del testo masoretico della Bibbia ebraica. Si tratta di una storia avvincente e complicata che partendo da Aleppo in Siria si conclude a Gerusalemme. Il manoscritto si muove nello spazio mediorientale seguendo gli eventi della Storia: la fine dell’Impero Ottomano, l’affermarsi del Sionismo, la nascita del nazionalismo arabo, la fondazione di Israele. Friedman segue il tragitto del manoscritto e così facendo traccia la fitta rete di rapporti che uniscono Israele e il mondo arabo.

Nel suo ultimo libro, Spies of No Country, uscito a Marzo, Friedman racconta la storia delle prime spie mandate dal Mossad nei paesi arabi.

Il libro si apre a Haifa nei primi mesi del 1948 nel momento in cui il mandato britannico sulla Palestina sta per terminare: dopo anni di scontri sanguinosi, ebrei e arabi si preparano alla guerra. Haifa, città mista araba e ebraica il cui porto la rende di grande importanza strategica, sarà conquistata dall’esercito israeliano. Un flusso di rifugiati inizia ad arrivare in Libano e Siria: tra di loro ci sono anche delle spie, un gruppo di giovanissimi ebrei provenienti dai paesi islamici.

Friedman racconta la storia di quattro agenti: Gamliel Cohen originario di Damasco, Isaac Shoshan di Aleppo, Havakuk Cohen, nato in Yemen, e Yakuba (Jamil) Cohen di Gerusalemme. Questi quattro facevano parte di un più vasto gruppo di giovani ebrei nati e cresciuti in paesi mussulmani, arruolati dalla dirigenza ebraica e, in seguito, dal Mossad perché potevano “passare per Arabi” con grande facilità: infatti parlavano la lingua e avevano vissuto abbastanza tempo con il “nemico” per conoscerne a fondo la cultura e i modi.

Privi di un’adeguata preparazione, senza risorse e contatti, questi giovani furono mandati in missione in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Lì, senza appoggi o la possibilità di comunicare con i loro superiori, dovevano svolgere il loro lavoro di raccolta di informazioni.

Friedman racconta una storia affascinante e tragica di giovani ragazzi che, spinti da un’ideale, il Sionismo, misero in pericolo le loro vite. Lontani dalla professionalità del Mossad di oggi, le spie di Friedman lavoravano senza stipendio, senza strumenti tecnici (non possedevano neanche una macchina fotografica!) e, soprattutto, con una vaga idea di quello che doveva essere il loro compito. Molti partirono prima della nascita dello Stato d’Israele, letteralmente “spie di nessun paese” come recita il titolo del libro.

Nonostante il volume di Friedman evochi una vicenda della fine degli anni ‘40, Spies of No Country è un’opera di grande attualità. Nella lingua ebraica esiste il verbo le’histaver, passare per arabo: i mist’aravim sono agenti speciali delle forze antiterrorismo israeliane che si fingono arabi per poi operare all’interno della società palestinese. La popolare serie televisiva Fauda racconta la storia di un’unità di mist’aravim. Ma i giovani protagonisti del libro di Friedman erano nati arabi, diventarono sionisti e si ritrovarono a “pretendere” di essere quello che in realtà erano già. Questi passaggi suggeriscono non solo la complessità di un’identità che è allo stesso tempo araba e ebraica ma, soprattutto, la varietà e molteplicità che sono alla base di ogni costruzione identitaria.

In più, la storia narrata da Friedman inserisce il conflitto mediorientale in un’ottica non-binaria che rifiuta il semplice schema di arabi contro ebrei. Spies of No Country, infatti, racconta una storia che è tutta mediorientale. Qui, infatti, non si parla di Ebrei Ashkenaziti, di kibbutzim, di intellettuali europei ma di Ebrei Orientali nati e cresciuti tra il Libano e la Persia. In molte versioni della storia d’Israele, gli Ebrei Orientali, i mizrachim, hanno un ruolo marginale, molto spesso descritti unicamente come vittime degli arabi che li hanno cacciati dalle loro case e, poi, della società israeliana che li ha discriminati. Nelle storie di Gamliel, Yakuba, Habakuk e Isaac, i mizrachimnon sono spettatorori ma protagonisti che rivestono un  ruolo di primo piano nella creazione dello Stato d’Israele.

Ancora una volta, Matti Friedman ricostruisce un legame tra Israele e gli stati confinanti: così facendo, non solo indica una possibile via d’uscita al conflitto attuale ma inserisce la vicenda israeliana all’interno del Medio Oriente, denunciando come false quelle interpretazioni che considerano Israele come un corpo estraneo alla regione imposto dal colonialismo occidentale.

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