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Il primo e nuovo premier dell’Ucraina antiputiniana è un “ebreo sfrontato”

Paola Peduzzi

Arseniy YatsenyukMilano. Nella telefonata in cui una dama della politica estera americana, Victoria Nuland, si lasciava andare a un liberatorio “Fuck the Eu”, fanculo all’Europa, il passaggio importante riguardava un politico ucraino non ancora quarantenne, testa pelata e occhiali da secchione, inglese perfetto e assiduità con l’occidente. “Penso che Yats sia il nostro uomo, quello che ha esperienza economica e di governo”, diceva la Nuland all’ambasciatore statunitense a Kiev. Yats è Arseniy Yatsenyuk, il nuovo premier dell’Ucraina, o forse sarebbe meglio dire il nuovo premier di Kiev perché in Crimea ce n’è un altro: Sergei Axionov.

Yatsenyuk è un avvocato e un economista, ha creato un suo studio legale, ha lavorato alla Banca centrale ucraina diventandone per un breve tempo il capo, è stato ministro delle Finanze e anche degli Esteri, ha fondato un suo partito, è stato candidato alla presidenza, ha sposato la figlia di intellettuali ucraini di un certo spessore, ha fatto due figlie e ha arredato una bella casa di campagna poco lontana dal palazzo che fu dell’ex presidente Yanukovich. Ha molti amici in occidente, e questo è il suo primo problema in Ucraina, ma è anche uno che si è costruito una corazza da tecnico abbastanza grossa da renderlo simpatico alla piazza di Kiev, e un profilo abbastanza lineare da farlo sopravvivere a quel che si dice e si pensa riguardo a quella piazza.

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Le ossa di Berdicev

Fece conoscere la Shoah già durante la guerra, finì perseguitato da Stalin.

Berdicev è una cittadina ucraina di circa 60 mila abitanti. Tanti quanti ne contava all’inizio della Seconda guerra mondiale; solo che allora metà circa erano ebrei. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”. Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Qui i soldati della Wehrmacht vennero accolti nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico. Qui due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen, con il volonteroso sostegno degli ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in soli tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala. Alcune tra quei milioni di ossa appartenevano a Ekaterina Savel’evna, madre di Vasilij Grossman, professione scrittore.

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Essere sempre di sentinella

Alessandro Schwed

Sere fa, in televisione, un film iniziato. Barbe, riccioli, lo shtetl. Mi succede come ogni volta che vedo la gente danzare in circolo, le mani sulle spalle di quelli accanto; ebrei in una strada stretta; persone con un naso come dico io; certi lungagnoni con gli occhiali che sono a casa. Torno al mio golfo. Ma qui dobbiamo essere in Ucraina e la casa è perduta dall’aprile del 1943. Sto al televisore come se mi apprestassi a gustare il brodo di Pessach della mamma, e mi bevo tutto lo shtetl. Una intera scodella di bonomia ebraica. Guardo tutto per non perdere un appuntamento e mi cresce un languore, o un tremito, e non capisco in quale porta mi sto infilando. Infatti, i cosacchi. A cavallo; tra le vie strette. Ubriachi. A folate. Le sciabole verso un orizzonte che non c’è. La gente dello shtetl scappa, che ti dicevo che non poteva durare, le bancarelle rovesciate, lo sai che quelli tornano sempre, i vecchi acciuffati come i topi dal gatto – e adesso che faremo? – Ognuno si nasconde nei buchi che trova, in anfratti, dietro la spazzatura. La morte ebraica viene a caso. Un collo è agganciato a un balcone con sotto un corpo. I piedi scalciano nell’aria. Fatto: la morte. Eppure prima eri vivo. Vorrei sapere come faccio, adesso che la commedia è un dramma. Continua a leggere »