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Tag: Torino

Piemonte Kibbutz: quando gli ebrei sfuggiti ai lager trovarono a Torino una casa

Un primo passo per tentare di raggiungere la Palestina

Federico Callegaro

Kibbutz TorinoDisplaced Persons: persone «spostate», da inserire in un nuovo contesto. E’ con questa definizione, coniata dagli Alleati dopo la fine della guerra, che verranno identificati più di 30 mila ebrei provenienti da nazioni diverse ma con in comune due cose: quella di essere arrivati in Italia da Germania, Austria e Polonia e quella di essere sfuggiti alla morte dopo lunghi periodi di prigionia nei campi di concentramento tedeschi.

La loro storia inizia subito dopo che la storiografia cessa di interessarsi agli eventi che li riguardano direttamente, ovvero subito dopo lo svuotamento dei lager nazisti. Questo grande flusso di uomini, donne e bambini, in fuga da un passato che volevano dimenticare, finiranno per transitare dal nostro Paese per raggiungere la Palestina. Durante l’ultimo periodo degli anni ’40, infatti, saranno così tanti quelli che sceglieranno l’Italia come via privilegiata per raggiungere il mare che Mario Toscano, uno dei primi studiosi del fenomeno, coniò per lo stivale la definizione di «porta di Sion». Da questa dinamica non si sottrassero le città piemontesi: campi di profughi ebrei nacquero a Rivoli e a Grugliasco, mentre nella campagna intorno a Torino sorsero anche i kibbutz. Colonie agricole in cui si viveva di agricoltura, con una visione comunitaria del tempo e dei mezzi che doveva anticipare e servire a formare per quello che poi sarebbe stato il futuro in Palestina.

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Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo”

Alla fine della guerra, l’arcivescovo di Torino disse no all’assegno del Vaticano destinato a un campo di rifugiati. Una studiosa ha ritrovato la lettera del rifiuto

Ariela Piattelli

Cardinale Maurilio Fossati

Cardinale Maurilio Fossati

Nel marzo del 1946 l’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire destinato agli aiuti per i mille ebrei scampati ai campi di sterminio nazista, ospitati nel campo profughi di Grugliasco, una delle stazioni di sosta, prima di prendere il mare per la Palestina. I sopravvissuti all’orrore, tutti stranieri, non erano considerati degni della carità perché «in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti». Lo rivela un documento straordinario, ritrovato quasi per caso da Giulietta Weisz, ricercatrice volontaria dell’Associazione Italia-Israele. La lettera firmata dal Cardinal Fossati del 31 marzo del ’46, in cui spiega al Monsignor Baldelli della Pontificia Commissione Assistenza a Roma le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati.

Il comandante del campo di Grugliasco, il Maggiore Brunnel, timoroso che il Vaticano potesse entrare nei suoi affari e aprire un’inchiesta sul campo, aveva convinto il Cardinale, prima con una visita, poi con un rapporto dettagliato, che i mille sopravvissuti alla Shoah erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro visto che di loro se ne occupavano già gli alleati (come l’Unrra – «United Nations Relief and Rehabilitation Administration» e l’ente ebraico «American Joint Distribution Committee»). Ed è bastato poco per convincere Fossati ad impedire che l’assegno fosse destinato agli aiuti. Brunnel era andato da lui con due crocerossine, descritte dall’Arcivescovo nella lettera ritrovata come «persone mature, di molto criterio, ottime cristiane».

«Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni poi sono i più cattivi» scrive ancora Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle.

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Torino: un ebreo sionista di 105 anni racconta la sua vita straordinaria

Emanuel Segre Amar

Segre AmarNei giorni 11 e 12 giugno il Gruppo Sionistico Piemontese, insieme alla Comunità Ebraica di Torino, ha ospitato un personaggio davvero speciale: Georges Loinger, classe 1910 (il 29 agosto compirà 105 anni). Il Centro sociale di piazzetta Primo Levi era strapieno, con un pubblico solo in parte appartenente alla Comunità, e l’indomani la sala mensa della scuola era nuovamente piena di allievi della scuola che hanno scelto di tornare sui banchi nel primo giorno delle loro vacanze per ascoltare, dalla viva voce di Georges Loinger, delle parole che, di sicuro, ricorderanno per sempre.

Della Prima Guerra Mondiale Loinger ricorda, soprattutto, la lunga assenza del padre, partito militare. Quando iniziò gli studi di ingegneria, il padre lo convinse a studiare quanto necessario alla cura ed all’esercizio del corpo umano, il che gli sarebbe servito sia per insegnarlo a sua volta ai giovani, che sempre sarebbero stati al centro della sua attenzione, sia per mantenere quel controllo di se stesso che gli avrebbe permesso di compiere le tante azioni che lo avrebbero reso famoso, in Francia come in Israele.

Quando Hitler non era ancora stato eletto cancelliere, Loinger va ad ascoltare una conferenza del dr. Joseph Weill che, presentando il Mein Kampf, scritto da “un certo Hitler”, invita tutti gli astanti a leggerlo perché “quanto vi è scritto, questo uomo lo farà”. Fu proprio grazie a Weill se nacque in Francia quel movimento ebraico di resistenza ai tedeschi del quale fece parte Loinger; egli, essendo un francese alsaziano, aveva il vantaggio di essere bilingue, il che lo avrebbe poi salvato in molte circostanze.

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Torino. Negazionismo, serve una legge?

Un interessante convegno a Torino interamente ripreso in video (qui)

negazionismoIl negazionismo, cioè la polemica e violenta tendenza a negare la realtà storica della Shoah, sta purtroppo acquisendo forza e diffusione anche in Italia, accompagnato da atti di aperto antisemitismo come quelli recentemente avvenuti a Roma. In tale quadro, ha ripreso vigore l’iniziativa volta a codificare il reato di “negazionismo” all’interno del nostro sistema giuridico, nonché l’acceso dibattito sviluppatosi intorno a un tema così caldo e delicato.

Storici, giuristi, politici, uomini delle istituzioni e comuni cittadini si interrogano sull’opportunità di un simile passo: può costituire uno strumento effettivamente utile a scoraggiare o stroncare sul nascere atteggiamenti che avanzano striscianti sul web e nei social networks per poi esplodere in atti clamorosi e offensivi? Soprattutto, è possibile contribuire concretamente con la forza della legge a bloccare la diffusione di aberrazioni e falsità storiche capaci di distorcere la formazione dei cittadini, particolarmente dei più giovani, e di condurli al pregiudizio o al vero e proprio antisemitismo? Oppure una legge anti-negazionismo rischia di alterare nel fondo quella libertà di opinione e quella circolazione di idee che costituiscono una base insostituibile della nostra democrazia? E se il vietare la diffusione di concezioni e ricostruzioni della realtà indubbiamente aberranti portasse invece involontariamente acqua al mulino dei negazionisti, facendone impropriamente delle vittime in nome della libertà di pensiero, dei martiri di un sempre famigerato “reato d’opinione”?

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Pitigrilli, l’ebreo battezzato che diventò spia dei fascisti

Il brillante scrittore che fu assoldato dall’Ovra e concluse la sua carriera al Messaggero di S. Antonio

Alberto Rosselli

PitigrilliA poco più di trent’anni dalla sua scomparsa, la figura di Pitigrilli, al secolo Dino Segre, rimane ancora sepolta nel vasto e ben curato cimitero del pregiudizio, salvo alcune meritorie e coraggiose opere di rivalutazione (vedi gli scritti e le memorie di don Sergio Andreoli, Elio D’Aurora e il saggio introduttivo di Umberto Eco a compendio de L’esperimento di Pott, Sonzogno, Milano, 1976). Pitigrilli nacque a Torino il 5 maggio 1893 da famiglia borghese. Suo padre, David Segre, era un ebreo, ex ufficiale dell’esercito, mentre sua madre, Lucia Ellena, discendeva da un’antica famiglia di contadini cattolici.

All’insaputa del padre, Dino fu battezzato nel 1897 dalla mamma. Lo pseudonimo Pitigrilli, trae le sue origini da un fatto. Appena ventenne, Dino chiese alla madre a quale animale appartenesse la pelliccia del cappotto che stava indossando, ed ella rispose: «E’ di petit gris, di piccolo scoiattolo”. Di qui l’italianizzazione di petit gris, cioè Pitigrilli.

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No Rav

L’analisi della redazione del mensile torinese Hakeillah sul post Birnbaum, il rabbino che lascia una Comunità ancora divisa. Anche dopo le conversioni.

In questi ultimi mesi abbiamo avuto molte occasioni di riflettere sul ruolo e sulle funzioni dei leader spirituali: abbiamo assistito alla novità storica delle dimissioni di un papa; assisteremo tra poco alla scelta dei nuovi Rabbini Capi di Israele, uno dei quali forse per la prima volta nella storia dello Stato non sarà charedì ma modern orthodox; in Italia, in seguito a una lettera dal rabbinato israeliano forse un po’ improvvisata, abbiamo assistito a discussioni e polemiche, anche aspre, su quanti e quali dei nostri tribunali rabbinici possano essere internazionalmente riconosciuti. Tra l’altro, su questo numero di Ha Keillah ospitiamo un’intervista all’Imam Izziddin Ilzir, presidente dell’UCOII, che ci permette di gettare uno sguardo anche sulla realtà da noi forse poco conosciuta dell’Islam in Italia.

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Torino ha il suo ristorante Kasher

Un locale dove si rispettano le norme della religione ebraica, domani (oggi ndr) l’inaugurazione

Antonella Mariotti

Spezzeranno il pane, vi spargeranno un po’ di sale sopra e berranno vino. Kasher naturalmente. È la festa più che l’inaugurazione di «Alef» primo ristorante di cucina che rispetta le regole kasher: «Ma non chiamiamoli divieti, sono una serie di indicazioni da seguire per scegliere e preparare il cibo».

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