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Alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica

candelabro-ebraico-300x300Negli ultimi anni, il mondo della ricerca ha iniziato a guardare in maniera diversa alla storia millenaria degli ebrei e delle loro comunità. A questo rinnovamento sul piano degli studi a livello nazionale e internazionale si affianca ora, per la prima volta, alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica nel suo rapporto con la storia generale. Il corso si propone, in generale, di  fornire strumenti, metodi e competenze utili ad affrontare in autonomia una ricerca di storia ebraica, preparando alla stesura di un progetto di ricerca di dottorato, di un progetto finanziabile da istituzioni nazionali ed internazionali, alla realizzazione di articoli scientifici e all’impostazione di percorsi didattici su temi e questioni di storia ebraica nella scuola primaria e secondaria.

Il corso, diretto da Marina Caffiero, rappresenta il primo passo verso la costruzione di percorsi didattici specifici nel quadro generale dell’offerta post-lauream del più grande ateneo di Italia. Si tratta di un risultato importante in un ambito di studi sul quale, finora, le università italiane sono rimaste in disparte, nonostante segnali di interesse su questi temi giungessero da più parti e in particolare dal mondo dell’istruzione secondaria di primo e secondo livello.

L’introduzione del Giorno della Memoria nel calendario scolastico italiano, ad esempio, ha dimostrato l’importanza di inserire la vicenda specifica della Shoah in una cornice più ampia e precisa. La scuola interculturale e multietnica dei nostri giorni, che affronta quotidianamente la sfida difficilissima dell’integrazione rispettosa e costruttiva tra maggioranze e minoranze, guarda con grande interesse all’esperienza complessa degli ebrei e dell’ebraismo. In questo senso, obiettivo prioritario del corso è offrire ai docenti una cornice di riferimento che li aiuti a inserire questioni di storia ebraica nella trattazione generale dei corsi di storia, ben al di là delle poche righe dedicate tradizionalmente dai manuali italiani e che, di norma, restano confinate nell’antichità e intorno alla nascita del cristianesimo per poi affacciarsi direttamente alle leggi razziali e alla Shoah. Per questo motivo le lezioni prevedono sia argomenti di metodologia sulle fonti e sulla storiografia sia la discussione di fatti e questioni di storia ebraica in ordine cronologico, dall’antichità ai giorni nostri.

Il corso prevede 80 ore e il conseguimento di 10 crediti formativi validi. Le lezioni si svolgeranno dal 20 aprile alla metà di giugno, di giovedi e venerdi pomeriggio e sarà possibile seguirle via internet su piattaforma dedicata. Le iscrizioni scadono il prossimo 20 gennaio.

Per informazioni : http://www.dipscr.uniroma1.it/corsi-di-alta-formazione-2016/2017

 

Da ebreo, sono contro il reato di negazionismo

I negazionisti ringraziano commossi: finalmente una legge che stabilisce che una verità storica ha bisogno di una legge per essere creduta. Confermate anche tutte le teorie complottiste: “La Storia la scrivono i vincitori”

Roberto Della Seta

roberto_dellasetaÈ giusto ed è utile introdurre una specifica sanzione penale per chi nega la Shoah? La questione, di cui si discute da anni, ritorna di attualità ora che il Senato ha approvato quasi all’unanimità (tra i pochissimi astenuti la senatrice a vita Elena Cattaneo) un disegno di legge che intervenendo su una legge del 1975 – la cosiddetta legge Reale nata per contrastare i fenomeni di terrorismo – dispone un aumento di pena di tre anni di carcere per i casi nei quali l’istigazione e l’incitamento a commettere atti di discriminazione razziale, reato già presente nel codice penale, si fondano “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”.

Il tema, ripeto, non è nuovo. In Italia se ne parlò per la prima volta nel 2007 quando l’allora ministro della Giustizia Mastella propose di introdurre il reato di negazionismo per punire con il carcere chiunque neghi pubblicamente l’esistenza storica e le dimensioni storicamente accertate della Shoah. L’idea di Mastella suscitò molte adesioni ma anche critiche radicali, e comunque rimase lettera morta. Stefano Rodotà scrisse che la norma proposta era “una di quelle misure che si rivelano al tempo stesso inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi”. Alcuni dei più autorevoli storici italiani – da Carlo Ginzburg a Giovanni De Luna, da Sergio Luzzatto a Bruno Bongiovanni – promossero un appello pubblico in cui sostenevano che “ogni verità imposta dall’autorità statale non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale”. Punti di vista analoghi espressero nell’occasione intellettuali europei come Paul Ginsborg e Thimoty Garton Ash: “La negazione dell’Olocausto – scrisse Garton Ash – va combattuta nelle scuole, nelle università, sui nostri media, non nelle stazioni di polizia e in tribunale”.

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La Shoah non ha alcun significato religioso

CONTROMEMORIA Conversazione tra i professori Yirmiyahu Yovel e Yeshayahu Leibowitz sul significato della shoah. Marzo 1983

Yirmiyahu: Avraham Yehoshua Heshel sostiene che sono tre le questioni fondamentali riguardanti la riflessione della nostra generazione: la shoah, la salvezza e la perplessità della generazione; e aggiunge: «Esse sono l’essenza della Torah, e la nostra generazione le denigra». È d’accordo che la riflessione sulla shoah faccia parte dell’«essenza della Torah»?

Yeshayahu: No. La storia non possiede un significato religioso. Un’azione per avere un significato religioso deve essere compiuta in nome del cielo, e solo da questo punto di vista è possibile attribuire un significato religioso alle azioni storiche sia attive, come la guerra degli asmonei combattuta per la Torah, sia passive, come le sofferenze a causa della Torah nelle persecuzioni del 1096, e dei decreti del 1648, quando sante comunità sacrificarono la propria vita per la santificazione del nome divino: questi avvenimenti hanno un significato religioso.

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Per gli ebrei la Storia non ha nessun significato religioso

Nonostante se ne parli molto, il pensiero messianico è secondario nella fede ebraica.

Yeshayahu Leibowitz 1903-1994

Un grande storico inglese ha definito la Storia come “La cronaca dei crimini, delle follie e delle tragedie del genere umano”. Ciò che ha detto Edward Gibbon è vero ma non è completo: certo la Storia è tutto questo ma è anche la cronaca della lotta del genere umano contro i crimini, contro le follie, e contro le tragedie. Queste infatti hanno origine dalla natura del creato e dello stesso genere umano perciò combatterle richiede all’uomo, sia come singolo e come collettività, uno sforzo enorme in quanto deve opporsi a tale natura; si tratta cioè della lotta dell’uomo contro se stesso; una lotta antica quanto la Storia umana, che deve necessariamente continuare costante in tutti i tempi. Impariamo inoltre, sia dalla Storia e sia conoscendo l’uomo e la natura, come in questa lotta non esista certezza di vittoria ma sono gli sforzi impiegati nella lotta che costituiscono certamente la vera sostanza del significato e del valore della Storia stessa. Continua a leggere »

Gemma Volli fra genere e storia

Gemma Volli, “Le escluse” Ibiskos Editrice Risolo 2006, pag. 229 ? 20

Maria Corti, studiosa di letteratura, considera l’autobiografia di Sibilla Aleramo, “Una donna”, uscito nel 1906, ‘una dichiarazione di guerra’. Originale “ritratto di signora” che, scegliendo di vivere ‘solo per sé’, attraversa la cultura italiana di mezzo secolo.

Scelta ardua, anzi impossibile per le “Le escluse” di Gemma Volli, che pubblica la sua raccolta di novelle nel 1938, presso l’editore Cappelli di Bologna. Provvidamente ristampata nel 2006 da Ibiskos Editrice, offre l’opportunità al lettore e allo studioso di indagare la condizione femminile nell’Italia del Ventennio e di godere di una letteratura di genere di buona qualità. Continua a leggere »

Global Rothschild – La famiglia torna alle origini

In un’unica holding i rami inglese e francese dopo duecento anni

Marcello Sorgi

Appartengo alla quinta generazione dei Rothschild. Siamo passati attraverso due guerre mondiali, rivoluzioni, grandi recessioni. Il fatto che siamo ancora qui rappresenta già un grosso risultato». Il sorriso complice sul viso, l’eleganza abituale nei gesti, la voce senza alcuna incrinatura d’emozione, Sir Evelyn Robert Adrian de Rothschild ha salutato così, martedì, l’uscita dal vertice del suo gruppo, una famiglia di grandi banchieri ebrei tra le più ricche e più note del mondo, che dopo due secoli, quasi, di divisione tra il ramo francese e quello inglese, ha ritrovato la sua unità sotto la guida del cugino parigino David. Continua a leggere »

Il pogrom e l’esodo dei 40 mila ebrei libici

Furono 40 mila gli ebrei libici espulsi nel 1970, assieme agli italiani. Come gli ebrei di Djerba, di fronte alla città tunisina di Gabès, dove una comunità ebraica fu creata nel 586 a.C. da profughi di Gerusalemme in fuga dopo la distruzione del primo Tempio da parte del babilonese Nabucodonosor. Come gli ebrei della bellissima Casablanca, dove c’è la seconda sinagoga più grande del mondo e dove al Qaeda ha colpito tre anni fa. Come gli ebrei d’Algeria, che erano 200 mila ebrei nel 1962 e si sono ridotti a un centinaio scarso. Come gli ebrei di Siria, che dai 45 mila del 1948 sono passati ai 5.000 del 1987 e ai 63 del 2001.

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