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Attacco ad una sinagoga, la prima volta in Israele

L’assalto di oggi a Gerusalemme segna un drammatico precedente per lo Stato ebraico

MannaiaPer quanto possa apparire strano agli occhi di un europeo, abituato alle costanti misure di sicurezza che circondano i luoghi di preghiera ebraici nelle città del Vecchio Continente, le sinagoghe sono tra i luoghi pubblici meno protetti all’interno di Israele. E mai, nella storia dello Stato ebraico, il terrorismo palestinese aveva colpito i fedeli riuniti all’interno di un luogo di culto. Per questo, l’attacco di stamani alla sinagoga Kehilat Yaakov nel quartiere di Har Nof di Gerusalemme, che ha provocato quattro morti e otto feriti oltre all’uccisione dei due assalitori, segna un grave precedente nell’ennesima escalation di violenza che sta montando tra israeliani e palestinesi.

C’era già stato, nel 2008, l’attacco alla Merkaz Harav Yeshiva, il più importante collegio rabbinico di Gerusalemme, nel quartiere di Kyriat Moshe, non lontano da Har Nof, con il suo tragico bilancio di otto studenti uccisi, oltre all’assalitore palestinese. Tecnicamente, la yeshiva serviva anche da sinagoga e la stessa Kehilat Yaakov, teatro dell’attacco odierno, è la sinagoga della Yeshiva Toras Moshe, la scuola religiosa di lingua inglese di Gerusalemme. Eppure, i media israeliani sottolineano la drammatica ‘novità’ di quanto avvenuto oggi.

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La piccola Moncalvo d’Israele

Nicola Gallino

Obadiah_of_Bertinoro_Italian_SynagogueC’è in Israele un pezzo di storia ebraica piemontese custodito dagli eucalipti e dal vento caldo che qui gira dal promontorio di Giaffa. È l'”Aron ha Kodesh” della sinagoga di Moncalvo, sacro armadione ligneo dove gli ebrei monferrini riponevano i rotoli della Torah. Due colonne ioniche tinte a finto marmo. Ante massicce e protettive. Sopra, il capriccio d’oro e intagli di un fastigio. E in cima le Tavole della Legge incoronate. Un manufatto di ebanisteria primo Ottocento in tutta la sua solennità, salvato e restituito al culto della sinagoga Obadiah da Bertinoro di Ramat Gan, popoloso e tranquillo sobborgo residenziale di Tel Aviv. L'”aron” è affidato alle cure di un nucleo di ebrei italiani che hanno fatto “aliyah” negli anni Quaranta e Cinquanta e che oggi si godono una longeva e serena stagione di affetti e di memorie.

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La marcia dei pinguini in sinagoga

Surgelati: Quando l’agghiacciante realtà supera la fantasia

Sandro Servi

Il sottotitolo non si riferisce ai prodotti alimentari surgelati di cui gli ebrei della santa comunità di *** sono costretti a cibarsi, dopo la chiusura dell’unico spaccio kashèr cittadino (vedi una cronaca precedente su questo giornale), ma agli ebrei stessi di quella santa comunità, che si ostinano nella frequentazione del loro magnifico bet ha-kenesseth dove in questa stagione si raggiungono temperature polari. Per esempio, durante l’ultimo Shabbàth, le conseguenze della bassa temperatura si fecero via via avvertire con il procedere della tefillà: i primi a risentirne furono i turisti israeliani, che, convinti di essere entrati in un bet ha-kenesseth “normale”, si erano tolti cappotto e giacca, rimanendo in maniche di sabbatica camicia bianca. Ma il clima produsse soprattutto un qualche rallentamento nella capacità fisiologiche degli oranti.

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Ebrei romani per la pace e contro la disinformazione

E, intanto, il loro forum chiude: “Troppi infiltrati”

Una veglia di incontro e preghiera per i fratelli israeliani impegnati in una guerra che la comunità ebraica romana segue, ora dopo ora, con apprensione e angoscia. E’ un conflitto che spaventa, ancora una volta, e al quale gli ebrei della capitale hanno deciso di rispondere riunendosi in preghiera nella Sinagoga. Un incontro, quello che si è tenuto sabato sera, per ribadire il “no” ai fondamentalismi, al disprezzo della vita umana e all’”odio seminato dai terroristi di Hamas”. All’appello hanno risposto in tanti, famiglie, ragazzi, anziani, che nel Tempio Maggiore hanno voluto far sentire la loro vicinanza a chi ha reagito ai razzi lanciati da Gaza, in difesa dei cittadini di Israele. Tanti avevano la bandiera di Israele sulle spalle, altri mostravano volantini in cui si attaccava una parte della stampa italiana per non aver fornito informazioni corrette sul conflitto. “Cari giornalisti – si leggeva su un manifesto posto all’ingresso della sinagoga – ‘Israele non attacca, semmai risponde’”.

Roma: Sinagoga oltraggiata dai manifestanti

Offese agli ebrei davanti alla Sinagoga. Alemanno: solidarietà alla Comunità ebraica. Mille bambini chiusi in una scuola, nessuno poteva andarli a prendere. Pacifici: le manifestazioni non passino davanti al Ghetto

ROMA – Polemica in margine agli scontri con sassaiole di incappucciati e cariche di polizia che hanno trasformato in guerriglia uno dei cortei degli studenti mercoledì a Roma: un gruppo di giovani che era stato deviato dalla Questura davanti alla Sinagoga ha pronunciato cori offensivi e lanciato fischi all’indirizzo del tempio. «Sputi, fischi, bandiere palestinesi, urla contro Israele, grida pro Saddam e mortaretti. E mille bambini della scuola ebraica bloccati in istituto», denuncia il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

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Ucciso a due anni dai terroristi, il mio fratellino dimenticato

Stefano Gay Tachè morì nell’assalta alla Sinagoga di Roma. “Salviamolo dall’oblio”.

Pierluigi Battista

«Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gay Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l’Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma».

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Rabbini e mercanti: tre secoli di tolleranza sotto la protezione dei Medici

Gli ebrei a Livorno: una panoramica storica su questa città che ne accolse una “nazione” assai numerosa. Finirono col rappresentare il dieci per cento della popolazione locale. Ma dopo il 1830 i traffici furono messi in crisi e la comunità iniziò a decadere

Gabriele Bedarida

La Nazione Ebrea (si usa il termine Nazione nel senso di rifugio per un gruppo perseguitato) fu senza dubbio la più numerosa e la più importante economicamente e culturalmente, fra le varie Nazioni che risiedettero a Livorno. La presenza ebraica crebbe lentamente fra la fine del sec. XVI e l’inizio del XIX fino a rappresentare circa il 10% della popolazione totale della città. Gli Ebrei svolgeranno a Livorno il commercio di intermediazione e di deposito fra gli scali di Levante e le piazze d’Italia e del Nord Europa valendosi dei privilegi accordati dal governo mediceo alla città.

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