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Ci mancava la guerra dei panini kasher

“Ghetto, un pastrami triste e solitario” è il titolo di questa recensione di un sito culinario, Puntarella Rossa. Leggete i commenti firmati in calce all’articolo. I gestori kasher scoprono che il web sa anche far male.

Vabbè, ci sono forme di ingenuità che è giusto vengano punite. Però le punizioni dovrebbero avere una proporzione. Comunque alla fine il consiglio è questo: se siete a Roma e vi viene voglia di pastrami – magari perché siete recentemente stati a New York e vi siete goduti il famoso monumento da una libbra di Katz’s – beh, lasciate perdere. Lo so, state già pensando che “al Ghetto qualcuno che ti fa un pastrami decente lo troveremo di sicuro”. Attenzione, rischiate di sedervi, ingannati anche dai tre adesivi del Gambero Rosso, ai tavolini all’aperto del Bistrot kosher cafè, in via Madonna del Pianto 69. Un locale tanto carino, visto da fuori, tutto laccato bianco, con le tinte giuste, e i funghi che riscaldano per bene, quanto approssimativo nel servizio e, purtroppo, nella cucina.

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Dal messianismo al missionarismo

Anche Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità di Roma, ne denuncia il rischio in un’intervista rilasciata alla rivista cattolica “Trenta giorni”

Giacomo Galeazzi

Sos falso messia. Allarme tra gli ebrei per il boom dei movimenti messianici. Il «messia» si differenzia dal profeta perché, a differenza di quest’ultimo, si proclama non semplice intermediario, ma diretta incarnazione della divinità o di un altro principio divino. La distinzione, tuttavia, non è sempre così netta; non è raro, infatti, che alcuni profeti, raggiunta una certa notorietà, dichiarino la propria discendenza divina o siano considerati messia dai propri seguaci.

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La stoffa del commerciante

È morto Wicky Hassan, titolare dei marchi di abbigliamento Miss Sixty e Energie

Nato a Tripoli nel 1955, figlio di commercianti ebrei di stoffe, nel 1967 fu costretto con tutta la famiglia a trasferirsi a Roma dopo la rivoluzione di Gheddafi. Il salto di qualità più recente era stato l’acquisizione di un brand come «Roberta di Camerino», ma Wicky Hassan – morto per un tumore – non aveva mai dimenticato di dovere la sua fortuna ai jeans.

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Non è con le manette che si batte il razzismo

Arrestare i militanti di Roma per le opinioni xenofobe è controproducente. Se fossero liberi di parlare, sarebbe ancora più facile dimostrare i loro errori

Fabrizio Rondolino

Dopo gli orribili episodi di violenza razzista esplosi a Torino e a Firenze l’opinione pubblica si aspettava una giusta reazione dello Stato. La reazione c’è stata, ed è stata mediaticamente clamorosa: cinque attivisti del gruppo romano di estrema destra «Militia» arrestati, altri 11 sotto inchiesta. I reati? Associazione per delinquere finalizzata alla diffusione dell’odio razziale ed etnico, minacce, procurato allarme, apologia di fascismo. In pratica: «centinaia di scritte xenofobe sui muri di Roma», come hanno riportato i giornali.

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Riccardo Pacifici nel mirino

Mentre sulla newsletter L’Unione Informa del 13.12 un delirante articolo attaccava i supposti legami delle Comunità ebraiche con i “fascisti da sempre”, ieri un blitz contro i neofascisti di Militia sventava minacce concrete

Luca Lippera

«Quel porco ebreo lo facciamo saltare». Minacce, livori, progetti in itinere, deliri. Cinque capi carismatici del movimento di ultradestra «Militia», dopo mesi di intercettazioni, sono stati arrestati ieri mattina dai carabinieri del Ros. Uno dei provvedimenti riguarda, per l’ennesima volta, Maurizio Boccacci, 54 anni, di Albano Laziale, l’estremista che da sempre rivendica senza tentennamenti la legittimità di «professare l’idea fascista» e nega la storicità dell’Olocausto. Il gruppo, stando alle indagini del Raggruppamento speciale operativo dell’Arma, stava pianificando un’azione contro Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana definito, appunto, «quel porco» e contro altri «obbiettivi istituzionali» per «porre le basi di una guerra rivoluzionaria».

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Vietato avere una portavoce di religione ebraica

Sinistra: Schiavo di Israele. Un giornale accusa il sindaco di Roma perché nel suo staff ha una giovane di religione ebraica che lavorò per Libero

Brunella Bolloli

Vietato avere una portavoce di religione ebraica. E neppure supporter tra i vertici della Comunità. A Roma c’è un quotidiano, si chiama “Cinque giorni”, che attacca il sindaco Gianni Alemanno perché ha nel suo staff una giovane donna ebrea. È un giornale gratuito, di 24 pagine, distribuito anche in un’edizione lombarda, fa opposizione e a volte ci riesce anche bene: dalla cronaca capitolina alla Regione, dalla nera allo sport. In fondo ci sono gli annunci immobiliari e l’oroscopo. Sfogliarlo è perfino piacevole. Però, da quando Ester Mieli è approdata dalla Comunità ebraica romana all’ufficio comunicazione del Campidoglio, “Cinque giorni” ha cominciato a martellare Alemanno con articoli del tipo “L’atteggiamento quasi servile del sindaco verso la comunità ebraica” (mercoledì 26 ottobre); “Per i fedelissimi di Alemanno c’è sempre un lavoro” (3 dicembre), e questo per citare solo gli ultimi in ordine di tempo.

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Un ponte tra spiritualità e materialità

Morashà ha pubblicato il rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma, traslitterato e tradotto

Claudia De Benedetti

Gli amici Mira David Piazza mi hanno donato la prima edizione del volume dedicato a Shabbat del Siddur di rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma con traslitterazione a fianco e traduzione italiana, pubblicato nella collana Sidùr Benè Romi di Morashà: un omaggio che ho molto gradito perché mi ha dato lo spunto per riflettere sul significato che ha per me la tefillà (la preghiera, ndr.).

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