Roma | Kolòt-Voci

Tag: Roma

Daniel, matto ma non troppo

Ruth Migliara Di Segni

DanielMattoAnno 1776. Nel ghetto di Roma, splendidamente dipinto da Mario Pacifici nel suo nuovo romanzo “Daniel il Matto”, gli ebrei conducono vite semplici e senza pretese. Ciascuno cerca di portare a termine la giornata, facendo il suo mestiere e tenendosi lontano dai guai. Dall’esterno, d’altronde, molteplici pressioni rendono la vita non facile. Di fronte ad un furto, c’è subito chi non vede l’ora di trovare un colpevole nel ghetto. La chiesa, dal canto suo, tenta con ogni via, di ricondurre il popolo ebraico alla “giusta fede” e, in tutto questo, le autorità civili stanno a guardare e assecondano la logica per cui l’ebreo è colpevole e perdente in partenza.

A Daniel il matto non importa di niente e nessuno e, inizialmente, in questo, ci sembra davvero un folle. Ma se si seguono le sue avventure, intrecciate a quelle di altri personaggi del ghetto, si finisce per comprendere che, come spesso accade, il matto è forse l’unico ad afferrare la verità delle cose. D’altronde la follia di Daniel sta forse solo nel non arrendersi all’ingiustizia e nel coraggio di esporsi e prendere posizione. Egli è inoltre “speciale” non solo per la sua irriverenza.

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Mamma, li riformati!

Antonio Di Gesù (nell’articolo è “Rav Antonio”), è il secondo convertito italiano (ex-ortodosso) che prende la guida di una comunità riformata dopo il milanese Haim Cipriani (Kolòt)

Cecilia Tosi

Bet HillelC’é una sinagoga nuova in città. O meglio: presto ci sarà. Lo promettono gli ebrei di Beth Hillel, un gruppo nato quest’anno a Roma per creare la prima comunità riformata della Capitale. In Italia i riti si svolgono solo in sinagoghe di fede ortodossa, dove le regole dei libri sacri sono vissute come intangibili. Nel mondo, specie negli Usa, esistono invece molti gruppi riformati, che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi. Roma non si è mai aperta a questa prospettiva e i luoghi di culto ricadono sotto l’autorità del rabbino capo. Almeno, così è stato finora.

La prima occasione per presentare la nuova comunità al “pubblico” è stato Yom Kippur: in piazza Margana, tra i vicoli del ghetto, si festeggiava il Giorno dell’Espiazione in modo diverso dal solito. «Sono andato ad assistere al rito al mio tempio abituale, poi ho fatto un salto là», racconta Gadiel. «Quando sono arrivato in piazza Margana ho avuto una sensazione positiva, il clima era più informale del solito, i bambini accolti con entusiasmo e non costretti a stare sull’attenti. E poi, ho visto una donna davanti al testo sacro, questa sì che è una novità: di solito alla lettura si alternano solo uomini». Le donne, i bambini, i gay, le coppie miste. Nessuno deve essere messo da parte, secondo la comunità riformista. «Inclusività. Di questo avevamo bisogno», spiega Franca, che si considera pienamente ortodossa ma condivide questa iniziativa. «Qui a Roma una ventata di intransigenza spinge a un’attenzione eccessiva verso i dettagli, al di là della grande tradizione. Una volta ogni comunità ebraica aveva una sua identità legata al territorio, ora la globalizzazione ha omogeneizzato tutto, cristallizzando le norme dell’ortodossia. E l’Italia è l’unico Paese dove l’intesa con lo Stato riduce a una sola le comunità riconosciute».

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La Roma ebraica del New York Times

L’eco della Roma ebraica arriva Oltreoceano

David Laskin

Il Portico d’Ottavia è uno di quei tocchi di surrealismo urbano che si può incontrare solo a Roma. Da una cavità di circa 20 piedi al di sotto del livello stradale, ci sono le rovine di un enorme portico vecchio di 2,000 anni che impone la sua cadente geometria in marmo nel presente. La cupola della chiesa Barocca, Santa Maria in Campitelli, collega la piazza successiva come una matrona impicciona. Pochi passi dopo le rovine, camerieri poliglotti accalappiano turisti per cena sulle loro terrazze tra piramidi di carciofi. Un poster sul muro di un palazzo preannuncia kosher sushi- prossima apertura! uomini barbuti in kippot si fanno largo tra studenti in gilé.

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Alla ricerca del mikvè perduto, nella più antica sinagoga

Roma. In un ristorante di Vicolo dell’Atleta i resti di una civiltà: “Qui era il centro della cultura universale”. Con il Rabbino Capo a Trastevere, cuore della Roma ebraica

Edoardo Sassi

L’umidità è perfetta, lì sotto, ideale per una cantina. E non a caso oggi vi si conservano vini imbottigliati. Si scende, ma non troppo, sotto l’attuale livello stradale. Tutt’intorno archi e mattoni antichi disegnano grandi, silenziose volte. C’è poca luce. Sarà la suggestione, ma un’aura di sacralità si percepisce, in questi ambienti. E si percepisce anche, da qualche parte, la presenza dell’acqua.

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L’intuito del ricercatore per hobby

“Frugavo in quelle carte dimenticate”. Il volontario Giancarlo Spizzichino, 76 anni, ingegnere chimico in pensione e appassionato di storia. È stato lui a scoprire la storia del Ghettarello. I faldoni con le mappe erano rimasti chiusi dal 1929

Gabriele Isman

Giancarlo Spizzichino

Mille faldoni e altrettanti registri, in larga misura ancora da scoprire. “Qui c’è davvero tanto da fare” dice Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento Cultura della comunità ebraica romana. Nelle stanze accanto alla sinagoga, lavorano l’archivista responsabile Silvia Haia Antonucci e il volontario Giancarlo Spizzichino, 76 anni, ingegnere chimico in pensione e appassionato di storia. È stato lui a scoprire la storia del Ghettarello, ma si schermisce quando qualcuno gli parla di “scoperta straordinaria”.

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Se Auschwitz diventa una scuola per ebrei disattenti

«Ad Auschwitz saresti stata attenta». Frase antisemita contro un’alunna. Il ministro Profumo chiede una relazione. Classe in rivolta

ROMA – Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha chiesto una «relazione scritta» in merito alla frase antisemita che, secondo quanto riferito da Repubblica, sarebbe stata pronunciata da una docente di matematica nei confronti di un’alunna ebrea in una scuola romana: «se fossi stata ad Auschwitz saresti stata più attenta». La richiesta del ministro è stata fatta alla preside dell’istituto Caravillani, Anna Maria Trapani, la quale già il 21 gennaio aveva inviato un richiamo scritto alla professoressa, che ore si trova in malattia. Il fatto sarebbe accaduto a ottobre ed è stato reso noto giovedì durante una visita della classe della giovane al Museo della Comunità ebraica.

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Ebrei romani per la pace e contro la disinformazione

E, intanto, il loro forum chiude: “Troppi infiltrati”

Una veglia di incontro e preghiera per i fratelli israeliani impegnati in una guerra che la comunità ebraica romana segue, ora dopo ora, con apprensione e angoscia. E’ un conflitto che spaventa, ancora una volta, e al quale gli ebrei della capitale hanno deciso di rispondere riunendosi in preghiera nella Sinagoga. Un incontro, quello che si è tenuto sabato sera, per ribadire il “no” ai fondamentalismi, al disprezzo della vita umana e all’”odio seminato dai terroristi di Hamas”. All’appello hanno risposto in tanti, famiglie, ragazzi, anziani, che nel Tempio Maggiore hanno voluto far sentire la loro vicinanza a chi ha reagito ai razzi lanciati da Gaza, in difesa dei cittadini di Israele. Tanti avevano la bandiera di Israele sulle spalle, altri mostravano volantini in cui si attaccava una parte della stampa italiana per non aver fornito informazioni corrette sul conflitto. “Cari giornalisti – si leggeva su un manifesto posto all’ingresso della sinagoga – ‘Israele non attacca, semmai risponde’”.