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Fortemente assimilati, fortemente patrioti

Da domani la mostra «Prima di tutto italiani» sulla partecipazione degli ebrei romani alla Grande Guerra

Edoardo Sassi

Ebrei Grande GuerraQuell’aura struggente tipica di un passato non poi così lontano, dunque ancora in grado di «rivivere» anche attraverso carte familiari, vecchie foto, testimonianze appena sbiadite epperò capaci di riannodare i fili di esistenze, di drammi umani e collettivi, mettendo insieme pezzi di piccola e grande Storia: «Caro fratello Ricevei a suo tempo tue cartoline, e mi scuserai tanto si fino ad ora non t’abbia risposto, causa che dove mi trovo fino ad oggi non si trovava carta per scrivere…»; «…voglio augurarmi che come Bersagliere saprai fare il tuo dovere da vero seguace di Lamarmora. Sempre Avanti!!! Non mi va di perdermi in chiacchiere il grido è uno solo: Viva l’Italia!»; «Carissimo Gabriele Ricevo sempre tue notizie e te ne ringrazio anche a nome della tua cara mamma»…

Belli, poco conosciuti e intensi i materiali esposti nella mostra «Prima di tutto Italiani. Gli Ebrei Romani e la Grande Guerra», che si inaugura domani alle 15 nel Museo Ebraico di Roma (fino al 6 marzo). Una mostra curata da Lia Toaff e che attraverso foto, lettere dal fronte, libri di preghiera, cartoline, onoreficenze intende appunto raccontare l’importante contributo ebraico alla Prima Guerra; un contributo italiano, composto da storie di uomini che di lì a non troppo saranno declassati dalle leggi razziali del loro Paese (1938), perseguitati e in tanti casi sterminati nei campi nazisti.

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Il piccolo esodo degli ebrei italiani

Aliyah. Fra crisi e identità, il piccolo esodo verso Israele degli ebrei italiani. Nel 2014 sono partiti in 300. Mai così tanti dagli anni ’70. Un tempo erano ragazzi, ora soprattutto famiglie. Più romane che milanesi. Alla ricerca di un impiego e della possibilità di vivere pienamente la propria cultura

Giorgio Ghiglione

Aliyah_Young_Aliyah_main (1 of 1)Trecento persone. È il numero degli ebrei italiani che nel 2014 ha scelto di fare l’aliyah, l’emigrazione verso Israele. Una piccola cifra se paragonata all’esodo che riguarda la Francia, ma nel nostro Paese la comunità è molto più ridotta, attestandosi intorno ai 35 mila membri, secondo le stime della comunità ebraica di Milano. «Non è una migrazione colossale, però è un dato interessante se uno guarda la serie storica» spiega il professor Sergio Della Pergola, docente di Studi sulla popolazione ebraica all’Università di Gerusalemme. «L’immigrazione più massiccia è avvenuta subito dopo la Guerra dei Sei giorni, quando si arrivò al massimo storico, poco più di 350 persone», continua Dalla Pergola. «Quest’anno siamo alla cifra più alta a partire dagli anni ’70».

Quello degli olim, questo il nome degli ebrei che vanno a vivere in Israele, è un fenomeno in crescita da almeno 10 anni. Come ci racconta ancora Dalla Pergola: «A partire dal 2003-04 si è verificato un continuo incremento nel numero degli immigrati verso Israele. Se guardiamo i dati degli anni precedenti, sia nel 2013 che nel 2012 il numero è di circa 130-140 persone. Nel 2014 abbiamo un raddoppio rispetto ai dati dei due anni precedenti, che a loro volta erano più alti rispetto a quelli di tutto l’ultimo decennio».

Ma chi sono i nuovi israeliani di origine italiana? «Ce ne sono due tipi» racconta al telefono da Tel Aviv Fiammetta Maregani. «Quelli come me che non vengono solo per ragioni legate al sionismo, ma anche per motivi culturali ed economici, e quelli invece più legati agli ideali religiosi e sionisti». Ricercatrice in antropologia all’Università di Tel Aviv, Maregani si è trasferita in Israele nel 2012. «Fino a dieci anni fa – spiega – quelli che facevano l’aliyah per ragioni politiche e religiose erano più numerosi. Oggi, vista anche la crisi in Italia, molti si trasferiscono per motivi economici».

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Non me ne andrò via da qui

Giacomo Kahn

Giacomo KahnIl funerale dei tre ragazzi uccisi in Cisgiordania – Eyal Yifrah (19 anni), Gilad Shaar (16) e Naftali Fraenkel (16) – ha mostrato al mondo intero un’immagine del popolo d’Israele affranto, piangente, ma saldo e composto nel suo dolore. Nessun grido, nessuna voglia di vendetta, se non la legittima richiesta di giustizia, di vedere catturati e condannati gli esecutori di questo brutale omicidio. “Loro – ha detto il premier Netanyahu, nell’elogio funebre – celebrano la morte, noi la vita. Loro inneggiano alla crudelta’, noi alla pietà”. Una crudeltà non di questi giorni. Da troppo tempo il fanatismo islamico e il terrorismo palestinese urla: “Itbach al-yahud”, a morte gli ebrei.

Ad Hebron, la città che ospita la Grotta di Macpelà, acquistata da Abramo ed in cui sono seppelliti i Patriarchi – il luogo che forse più della stessa Gerusalemme costituisce la prova del legame tra la terra d’Israele e il popolo ebraico – sono stati assassinati negli ultimi venti anni oltre quaranta ebrei: studenti come Erez Shmuel; padri e figli come Mordechai e Shalom Lapid; gherim (convertiti all’ebraismo) come Rafael Yariri e Margalit Shohat; giovani sposi come Effie e Yaron Ungar; rabbini come Shlomo Ra’anan (nipote del grande rabbino rav Kook) pugnalato al cuore e Elnatan Horowitz; o come la piccola Shalhevet Pass, 10 mesi, uccisa da un cecchino; famiglie intere sterminate come Yosef Dickstein, sua moglie Hannah e la piccola Shuv’el (nove anni).

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Bioetica e figli contesi, la riflessione dell’ebraismo

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn albero viene sradicato da un’alluvione e va a finire nel campo, di un altro proprietario, dove attecchisce e fa frutti. Domanda: i frutti di chi sono, del primo o del secondo proprietario? A prima vista andrebbero divisi, ma bisogna fare una distinzione. Vanno divisi se l’albero è arrivato con le radici coperte dal terreno originale, cosa che gli ha consentito per un certo tempo l’autonomia, ma se le radici erano nude, è solo la terra del secondo proprietario che ha consentito l’attecchimento, la crescita e ha dato il nutrimento; quindi il secondo proprietario deve al primo solo il valore dell’albero spoglio. È un caso tipico discusso e codificato da secoli nella legge rabbinica, in parallelo a casistiche analoghe di altri sistemi legali.

Oggi si propone un caso per alcuni aspetti analoghi. Un ovulo fecondato è stato impiantato per errore in un utero diverso da quello della donna cui era stato prelevato l’ovulo, ha attecchito ed è cresciuto. Di chi è il prodotto del concepimento? Lasciato a sè stesso non gli sarebbe stata possibile una crescita autonoma, che invece ora c’è stata grazie all’ospite che lo sta portando in grembo. Tra la storia dell’albero e quella dell’ovulo fecondato vi sono tante differenze, da una parte un vegetale, dall’altra un essere umano, da una parte una situazione essenzialmente economica, dall’altra un sistema di relazioni con sentimenti, rischi e passioni. Eppure nel minimo che accumuna le due situazioni, se fosse lecito un confronto tra i due casi, la conclusione sarebbe che il feto è di chi porta avanti la gravidanza salvo rifusione del valore dell’embrione, valore ben difficile da calcolare, ma che dovrebbe comprendere almeno le spese in senso lato (mediche, stress, ore di lavoro perso) che sono state necessarie per produrlo. Sempre che sia eticamente lecito, e la cosa è notoriamente controversa, fissare un prezzo per questo tipo di “prestazioni” biologiche umane.

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Roma: La filiera kasher sarà materia di studio al Liceo ebraico

Intesa tra liceo Ebraico e Agrario Marini su studio filiera Kosher

KosherRoma, 8 mag. (Adnkronos) – Il liceo ebraico Renzo Levi e l’istituto tecnico agrario Emilio Sereni questa mattina hanno firmato il protocollo d’intesa che vedrà impegnati professori e alunni in una collaborazione volta ad ampliare la conoscenza e l’applicazione della cultura ambientale. A firmare il documento, nell’Aula Magna del Renzo Levi, i presidi Rav Benedetto Carucci Viterbi e la professoressa Patrizia Marini. Il protocollo determinerà lo scambio di esperienze tra le scuole per accrescere la conoscenza culturale oltre che tecnica, giuridica, amministrativa e professionale degli studenti nella filiera di coltivazione, produzione e commercializzazione di prodotti Kosher, e incrementerà la conoscenza e le relazioni con enti ed istituti con finalità analoghe in Israele.

“Già dall’anno scolastico 2013-14 – spiega una nota – la scuola secondaria di secondo grado Renzo Levi ha avviato un progetto sperimentale denominato ‘Per fare tutto ci vuole un fiore…’, dedicato a un gruppo di giovani diversamente abili per facilitare l’avvicinamento al mondo floro-vivaistico grazie alle collaborazioni con l’Orto Botanico di Roma e l’Università La Sapienza. Con la firma di oggi l’istituto Emilio Sereni si impegna a partecipare al progetto ‘Per fare tutto ci vuole un fiore…’ mettendo a disposizione le proprie strutture e i propri docenti; nel corso del 2014 verranno organizzati presso l’Istituto Tecnico Agrario stage per il gruppo dei ragazzi coinvolti nel progetto sperimentale. Verranno inoltre promosse attività finalizzate alla divulgazione delle regole alimentari ebraiche all’interno dell’istituto agrario”.

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Elio Toaff, la storia dell’ebraismo italiano

Rav Elio Toaff shalit”a compie oggi 99 anni. Tanti auguri!

Daniele M. Regard

COMUNIT¿ EBRAICA, FESTA PER 95 ANNI RABBINO EMERITO ELIO TOAFF -FOTO 7Era il lontano, lontanissimo 1915, nasce a Livorno Elio Toaff, una delle figure storiche dell’ebraismo italiano. Scampato ai campi di sterminio nazisti, un giovane Toaff entra a far parte della Resistenza combattendo sulle montagne. Nel dopoguerra, dopo una breve esperienza nella comunità di Venezia, nel 1951 diventa rabbino capo di Roma.

Un amore, quello con la comunità romana, che crescerà nel corso del tempo. Nel 2001 decide di lasciare il suo posto a capo del rabbinato romano, in questo mezzo secolo Toaff scrive la storia dell’ebraismo italiano. Tradizionalista, ma riformatore, vicino alla gente, capace di parlare al popolo e sembrare allo stesso tempo un gigante in presenza di presidenti, autorità e Papi. Comunica con il verbo e con il cuore, storico il suo incontro nella sinagoga di Roma con Giovanni Paolo II. Riuscì, in questa come in altre circostanze, ad avvicinare le fedi, a farle dialogare per scrivere insieme un futuro di pace, rispetto e fratellanza.

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Il bimbo di tre anni caduto in piscina per il quale si recitano tehillim

Al Gemelli la disperazione dei genitori . “La sorellina ha cercato di salvarlo non possiamo credere che sia successo”. “Ipotermia terapeutica” ancora due giorni per sciogliere le riserve sul pericolo di vita

Rory Cappelli *

PiscinaUn via vai senza fine nel reparto di terapia intensiva pediatrica del policlinico Gemelli. Amici, parenti, vicini di casa, tutti si stringono intorno alla famiglia del piccolo D., il bambino caduto nella piscina del comprensorio “Monte degli Ulivi” di via della Giustiniana mercoledì sera. Nel pomeriggio arrivano anche i nipoti, adolescenti con la kippah bianca in testa: perché la famiglia di D., una famiglia di commercianti attivissimi a Roma, è parte della comunità ebraica.

«In questo momento non vogliamo pensare al peggio» dice S., il padre, con voce rotta. «Non vogliamo credere alla possibilità che il nostro piccolo possa morire. I medici ci dicono che le sue condizioni sono ancora gravi. Ma non sappiamo ancora mente di certo». Ma cosa è successo? Come mai un bambino di due anni e 10 mesi si trovava da solo nel giardino del comprensorio? Di più: vicino alla piscina, oltretutto piena nonostante la stagione?

«Ieri sera, verso le 7 e mezza, ci siamo accorti che nostro figlio non era più con noi, in casa, con i suoi giochi e i suoi rumori di bambino» racconta ancora il padre. «Abbiamo pensato che potesse essere andato in giardino a giocare, magari con i suoi fratelli. I nostri bambini sono abituati a stare all’aria aperta e a giocare fuori. Mai avremmo potuto immaginare quello che poi è successo». La prima ad accorgersi che S. è caduto dentro la piscina, è la sorellina di 10 anni: con il retino delle foglie cerca di tirarlo fuori dall’acqua. Da quel momento in poi è un concitato e angosciante succedersi di eventi: «Ho sentito delle urla e poi il suono di un’ambulanza che arrivava a sirene spiegate« racconta un vicino. Una donna—forse la zia, forse la tata romena — chiama il 118. I soccorsi sono immediati. I sanitari trovano il piccolo in forte ipotermia e in arresto cardiocircolatorio: nessuno sa dire quanto tempo sia rimasto sott’acqua.

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