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Come Roma (e i suoi ebrei) fu consegnata ai nazisti l’8 settembre del 1943

Un episodio che stranamente non rientra mai nella retorica del “culto” della memoria e che gli ebrei italiani preferiscono allegramente dimenticare. È proprio l’8 settembre 1943 a essere la premessa del 16 ottobre 1943 e del successivo sterminio di migliaia di ebrei italiani.

Re, ministri e generali, lo Stato in fuga. La cronaca delle drammatiche ore di quell’8 settembre 1943 in cui l’Italia fu consegnata ai nazisti invece che agli alleati.

Silvio Bertoldi

Vittorio_Emanuele_III_Bianca_croce_di_SavoiaAlle cinque della sera, l’ora fatale in cui Ignacio Sanchez, il torero di García Lorca, affronta la morte nell’arena, Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi a lasciare Roma. È l’8 settembre 1943, un sereno mercoledì che prelude a un dolcissimo autunno, e il re ha 74 anni. Il ministro della Real Casa, Acquarone, ha telefonato che il Quirinale è ritenuto più sicuro di Villa Ada, meglio trasferirvisi. Sarà il primo passo di un itinerario peraltro previsto e destinato, nell’ipotesi, a concludersi in Sardegna, per sfuggire a una eventuale cattura da parte dei tedeschi. Si è pensato a tutto nel caso d’un abbandono della capitale: due cacciatorpedinieri dovranno prendere a bordo i sovrani e portarli alla Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa. Alle 18.15 precise la Fiat 2800 dell’autista Baraldi varca il portone della reggia. Vittorio Emanuele ed Elena si ritirano nei loro appartamenti. Il preludio della fuga di Pescara è questo.

Ma gli avvenimenti precipitano ed è difficile dar conto in breve d’ognuno di essi. La cronaca segnala l’improvviso ritorno del sovrano a Villa Ada, come per un cessato allarme, e subito dopo l’altrettanto improvviso ritorno al Quirinale per un improvvisatissimo Consiglio della Corona. È ormai certo che Eisenhower annuncerà alla radio in serata la firma dell’armistizio da parte dell’Italia e coglierà di sorpresa governo e militari, impreparati all’evento e chissà perché convinti che l’annuncio sarebbe stato dato il giorno 12.

Sicché non hanno fatto nulla di quanto era previsto dagli accordi sottoscritti per fornire i mezzi richiesti dagli Alleati in vista del lancio su Roma di una divisione paracadutisti: e quando, la sera del 7, due ufficiali americani si erano presentati segretamente nella capitale per concordare le comuni iniziative, tutti sono caduti dalle nuvole. Il generale Carboni, comandante della difesa di Roma e delegato a riceverli, era a una festa; il capo di stato maggiore generale Ambrosio proprio quel giorno era a Torino per un trasloco; Badoglio era a letto dalle nove, Roatta cenava in famiglia e per quei due ospiti annunciatissimi era a disposizione soltanto un colonnello che non parlava inglese e un principesco banchetto con cui si sperava di addolcire la loro irritazione.

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Comunità Ebraica di Roma, ecco come Ruth Dureghello ha sbaragliato Fiamma Nirenstein

Rossana Miranda

Ruth DureghelloNovità nella Comunità Ebraica di Roma. Domenica scorsa si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Consiglio. Secondo le cifre ufficiali, la lista numero 1 “Per Israele” ha ottenuto il 44,08% delle preferenze, mentre la lista numero 4 “Israele Siamo Noi” ha raccolto il 22,95%. La lista numero 2 “Menorah” ha raggiunto il 21,37% e la lista numero 3 “Binah” ha raccolto l’11,6%. Hanno votato 10.885 membri.

LA FAMA FUORI DALLA COMUNITÀ 

Alla scrittrice e giornalista Fiamma Nirenstein, già deputato del Pdl, inserita a giugno del 2011 nella lista dei “50 ebrei più influenti del mondo” del quotidianoJerusalem Post, non è bastata la notorietà all’esterno della Comunità Ebraica romana per vincere le elezioni con la lista “Israele Siamo Noi”. Ruth Dureghello, alla testa alla lista “Per Israele” è il candidato presidente più votato. Non ha raggiunto la maggioranza assoluta del 45% ma diventerà molto probabilmente la prima donna alla guida della Comunità Ebraica più antica di Europa, quella romana, dopo accordi con esponenti di altre liste eletti in consiglio. Continua a leggere »

Elio Toaff. Il rabbino che rubò un carro armato

“Ho commesso un solo peccato nella mia vita, ho rubato un carro armato tedesco e l’ho inviato in Palestina”. Così raccontava ridendo nella sua ultima intervista, che il rabbino Elio Toaff rilasciò al giornale Shalom, in occasione del suo 95mo compleanno

Giacomo Kahn

Rav ToaffL’età non lo ha abbattuto ed Elio Toaff, la più fulgida e illustre personalità vivente dell’ebraismo italiano, ha deciso di interrompere un forzato riposo dovuto a due dolorose fratture per concedersi in una lunga intervista a Shalom, in occasione dei suoi 95 anni. Ci accoglie con un grande sorriso, in un salotto tappezzato di simboli e documenti (menoroth, mezzuzzoth, ketubot), di libri, di fotografie (spicca nella libreria quella del rebbe dei Lubavitch Menachem Mendel Schneerson, quasi a voler smentire tutte le dicerie che negli anni lo volevano contrapposto al movimento ortodosso dei Chabad), di stampe antiche fra cui quella del vecchio tempio di Livorno (distrutto dai bombardamenti) posto simbolicamente sull’architrave della porta di ingresso.

Risponde con tranquillità e pacatezza ma soprattutto con grande ironia – doti che gli sono sempre state riconosciute – e non sono mancati momenti di vera e propria ilarità, fin dall’inizio dell’intervista: “Sono onorato che una Fondazione porti il mio nome con l’obiettivo di diffondere la Cultura ebraica, una cultura che a volte però non hanno nemmeno gli stessi ebrei”.
L’ironia di rav Toaff, a volte un vero e proprio disincanto, nasce non solo dalle sue radici toscane, dalle esperienze anche drammatiche vissute (risparmiato sul ciglio della fossa stava per essere fucilato dai nazisti), dalla profonda cultura anche umanistica, ma soprattutto come lui stesso confessa “dall’aver sempre vissuto in mezzo alla gente anche e soprattutto la più umile e la più semplice. Bisogna fare attenzione: a volte i rabbini stanno troppo dietro le cattedre”.
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Milano. L’appello dei due presidenti

Kolòt ha sempre dato voce a tutti i testi pervenuti in redazione. Ecco l’ultimo  arrivato, prima del voto milanese di domenica

Riccardo Pacifici – Walker Meghnagi

fotogramma - lagattolla -Cari amici, abbiamo deciso di scrivere un appello comune in nome del lavoro che negli ultimi abbiamo fatto insieme. Per il bene della nostre Comunità, dell’ebraismo italiano, per il bene dello Stato d’Israele. Ci hanno unito battaglie comuni contro l’omertà di taluni di fare sentire la voce delle due più importanti Comunità in Italia in difesa delle ragioni d’Israele. Israele è e rimarra’ sempre il centro delle nostre attivita’, senza se e senza ma.

Quando alcuni leader comunitari avrebbero voluto “mantenere un basso profilo”, per paura di infastidire ed urtare la suscettibilità dell’opinione pubblica e di alcuni salotti di “benpensanti”, noi abbiamo continuato il nostro lavoro senza farci intimorire da nessuno per le ragioni d’Israele.

Noi sosteniamo che la nostra responsabilita’ come Ebrei e quelle di sostenere Israele SEMPRE e oggi ancora di piu’ alla luce dei nuovi fenomeni di antisemitismo e antisionismo – Noi siamo con Israele! Non permetteremo mai critiche all’unico stato Ebraico, Democratico, offrendo ai nostri nemici strumenti per leggittimare le loro critiche!

Se dovessimo vedere la lista WELLCOMMUNITY sconfitta a queste elezioni, temiamo che tali critiche saranno considerate legittime o – peggio ancora – possano passare ancora senza alcuna presa pubblica di distanza. Questo è il serio rischio: che alcuni fra i nostri avversari possano sentirsi legittimati nel loro pensiero antisionista.

Insieme abbiamo deciso di scrivere questo appello perché purtroppo i problemi che affliggono la comunità ebraica di Milano , non sono solo quelli della difesa d’Israele, ma anche delle nostre scuole. Un costo senza dubbio tra i maggiori per le nostre comunità, ma che sosteniamo essere anche il miglior investimento. E soprattuto l’unico che possa garantire sopravvivenza alla nostra comunità e a quelle comunità che hanno deciso di tenerle aperte con sacrifici enormi per l’intera collettività.

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Mattarella ricorda Stefano, il bambino ebreo ucciso a Roma nella strage in Sinagoga del 1982

Fu la prime aggressione antisemita in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

Maurizio Molinari

Assalto alla Sinagoga“Il nostro Paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell’ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio del suo discorso di insediamento.

Stefano Taché è il bambino ebreo di 2 anni che viene ucciso nell’attentato alla Sinagoga Maggiore di Roma il 9 ottobre 1982. Sono le 11,55 del sabato di “Shemini Azeret”, la festa ebraica durante la quale i bambini ricevono una benedizione collettiva dal rabbino. Il commando di terroristi lo sa, sceglie di colpire puntando a compiere una strage di piccoli. Quando la funzione finisce, i fedeli, le famiglie con i piccoli, escono dall’uscita su Via Catalana.

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Gli ebrei romani (e i carabinieri) a caccia della biblioteca trafugata

Nel 1943 la razzia nazista per documentare la «civiltà scomparsa». Perse le tracce di 7 mila volumi. Il sospetto che siano ancora tutti insieme, forse nell’Est

Paolo Conti

MuseoRoma“Io sono convinta che lo straordinario tesoro costituito dalla biblioteca della nostra Comunità non sia andato distrutto. E che sia ancora chiuso in chissà quale deposito. Ora il nostro compito è rintracciarlo. Ci vorrà tempo. Ci vorranno energie umane ed economiche. Ma ci riusciremo”. Alessandra Di Castro, raffinata antiquaria romana (l’attività di famiglia risale al 1878 e il suo negozio affaccia su piazza di Spagna), storica dell’arte, dirige da due anni il Museo ebraico di Roma. Ovvero il luogo che testimonia le radici della Comunità degli ebrei romani, radicata a Roma prima ancora della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, che nel 1943 subisce l’atroce rastrellamento del 16 ottobre: 1.259 deportati nei campi di sterminio. Ne torneranno appena 16, di cui una sola donna. E nessun bambino.

La ferita mortale inferta alla Comunità ebraica dai nazisti nel 1943 non è solo umana, solo di sangue e di vite. II 30 settembre negli uffici della Comunità si presentano due ufficiali nazisti che analizzano e mettono sotto sequestro sia 17 mila pezzi storici della biblioteca della Comunità sia il fondo del Collegio rabbinico italiano.

Non sono ufficiali qualsiasi: sono Pohl e Grunewald, studiosi di filologia semitica, membri dell’Err, l’Einsatzstab Reichsieiter Rosenberg, unità speciale incaricata di saccheggiare materiale di interesse culturale e politico nei Paesi occupati. Forse già conoscono l’importanza di quella miniera di sapere. Devono collaborare a uno dei folli progetti del regime nazista, la futura documentazione di una «civiltà scomparsa», quella ebraica destinata a perire con la Endlösung der Judenfrage, la Soluzione finale della questione ebraica, ovvero la Shoah. II 14 ottobre arrivano i facchini della ditta di trasporti Otto e Rosoni per un primo carico dei libri, che si conclude il 23 dicembre. II fondo del Collegio rabbinico riappare fortunosamente nel 1949, grazie alla Missione Italiana per le Restituzioni diretta dal quel formidabile intellettuale-detective che fu Rodolfo Siviero. Dei 7 mila volumi della Comunità chiusi in due vagoni partiti da Roma si perdono le tracce. Ne restano solo 25, tra cui un magnifico codice di Torà e Haftarot del XVI secolo. Erano chiusi in una cassaforte e oggi sono gelosamente protetti nel Museo ebraico. Cosa conteneva la biblioteca?

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Gli ebrei in piazza per i marò

Stefano Magni

++ INDIA: MARO'; IN TRIBUNALE A KOCHI, NUOVA UDIENZA 18/6 ++#Bringbackourmarò è la campagna lanciata dalla comunità ebraica romana per riportare a casa i marò italiani, per tre anni imprigionati in India pur senza aver subito alcun processo. Riccardo Pacifici, presidente della comunità romana, promette un’iniziativa al giorno. Il caso dei marò sta assumendo le dimensioni di una vera umiliazione nazionale. Ben tre governi, MontiLetta e Renzi non sono riusciti a tirarli fuori, nonostante la legge ci dia ragione. Prima di tutto perché i due militari italiani, Latorre e Girone, sono sospettati di un crimine su cui non esistono prove certe. E che, anche nel caso fosse stato commesso, è comunque avvenuto in acque internazionali, dunque non competerebbe neppure alla magistratura indiana.

A muoversi è la comunità ebraica, non tanto la società civile italiana. Solo le giunte di centrodestra stanno esponendo il poster con i volti dei due marò, per chiederne la liberazione. Le giunte di sinistra non ci pensano neppure. Da parte dell’ex ministro degli Esteri Emma Bonino, erano giunte solo parole, incredibili per la loro mancanza di garantismo: “Potrebbero anche essere colpevoli”. Quando tutti sanno che, in un sistema giuridico liberale, si è innocenti fino a prova contraria. La sinistra più chic schifa il populismo di chi rivuole indietro “i nostri ragazzi”. Non è infrequente che l’immagine dei marò subisca lo sfottò di attori, comici, vignettisti. Allo sfottò della sinistra chic, segue la violenza belluina della sinistra dei centri sociali. Quella che, il 25 aprile scorso, a Milano, inneggiava alla morte dei marò. Scene che dimostrano come, in Italia, vi sia ancora una strisciante guerra civile fredda.

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