Riccardo Di Segni | Kolòt-Voci

Tag: Riccardo Di Segni

L’ebraismo è mio e me lo gestisco io

Una ex-consigliera di Roma reagisce male al duro discorso pronunciato a Roma nel giorno di Kippur da rav Riccardo Di Segni (clicca).

Claudia Fellus

Voglio ringraziare rav Di Segni, per il discorso che ha tenuto al tempio maggiore di Roma il sacro giorno di Kippur. Penso che se vogliamo renderlo proficuo dobbiamo illuminare quelle zone, o quelle ombre che possono suscitare, ancora una volta, travisamenti, dolore e incomprensione (gli intellettuali e la loro spocchia, il loro rapporto con lo Stato di Israele, i bei tempi dei rabbini che tolleravano tutto, l’ebraismo chic e il compromesso penoso e patetico).

Continua a leggere »

Senza lo studio nessuno cresce, nessuno cambia

ARCHIVIO: I discorsi del 2007 – 2008 – 2009 – 2010


Il testo del discorso dedicato, nel Tempio maggiore di Roma, all’ora di Ne’ilà di questo Kippur 5772 dal rabbino capo della Capitale.

Riccardo Di Segni

Qualche giorno fa Gadi Luzzatto Voghera ha raccontato questa storia su Moked, il giornale online dell’UCEI: “Mi è capitato un anno fa di fare un bel viaggio nella Polonia ebraica e ad Auschwitz con un gruppo di amici padovani, ebrei e non ebrei. Persone colte, che hanno dato vita a un bel dibattito intellettuale […]. L’ultimo giorno siamo stati raggiunti da un nutrito gruppo di ebrei romani, la classica “piazza”, e l’indomani siamo andati insieme a visitare Auschwitz. Bandiere israeliane, hatikva, commozione. Ma anche uno sguardo supponente e, direi, “di superiorità” che si percepiva nei confronti degli amici romani. Una signora di passata militanza comunista mi avvicina e mi chiede lumi: “ma chi sono, ma come si comportano, ma proprio non c’è terreno di confronto”, mi dice. La guardo un po’ stupito e le rispondo: “amica mia, questo è il popolo”, chiedendomi per cosa avesse mai combattuto in questi anni di militanza politica da sinistra.”

Continua a leggere »

Il digiuno della frattura

Domani, dall’alba a sera, gli ebrei digiunano per il 17 di Tamuz che apre il periodo di lutto che si conclude con il digiuno del 9 di Av.

Riccardo Di Segni

Tamuz è un mese ebraico estivo. Il nome non è originariamente ebraico, deriva dalla lingua babilonese, che con lo stesso nome indicava un suo dio. Era il dio che con la sua morte e resurrezione in qualche modo rappresentava la ciclicità della natura. Le donne ne piangevano ritualmente la morte nel mese a lui dedicato, forse il giorno 18, e questo uso pagano si era radicato anche tra gli ebrei, alla vigilia della distruzione del primo Tempio, scatenando la riprovazione del profeta Ezechiele (8:14).

Continua a leggere »

Ma quanto è amara l’erba amara?

Pesach su Kolot (clicca sui titoli)

Ma quanto poteva essere grande un’oliva? Che cosa non c’è bisogno di pulire per Pèsach? I denti del figlio lontano Gli insegnamenti dell’Haggadà di Pèsach Pèsach: la trama nascosta La festa dal simbolo plurale L’imprevisto previsto


Pesach è fatto da una grande storia principale e da tantissime regole da rispettare. Ogni regola è un mondo, pieno di dettagli, ciascuno con i suoi significati. Vale la pena soffermarsi su ognuna di queste regole e andare un po’ in profondità. In queste pagine si parla del maror

Riccardo Di Segni

Perché il maror? Il maror, “erba amara”, è uno degli elementi essenziali nella celebrazione del Seder, la cena pasquale. L’origine di questa presenza e nel comando biblico rivolto a Moshè, da trasmettere a tutti gli ebrei egiziani: la notte del 15 di Nisan tutti dovranno riunirsi in casa per consumare un pasto in cui l’alimento essenziale e il pesach (pesach Mitzraim), l’agnello scannato poco prima e con il cui sangue sono stati dipinti gli stipiti e l’architrave delle porte. L’agnello arrostito dovrà essere mangiato insieme a pane azzimo e merorim, letteralmente “cose amare” (Shemot 12:8). Una volta istituito il rito di pesach per le generazioni future (pesach dorot) questo dovrà parimenti essere mangiato insieme ad azzime e merorim (Bamidbar 9:11).

Continua a leggere »

Roma: Comunità ebraica al voto

Domenica l’elezione del presidente, per la prima volta con il proporzionale. Sassun: «Andare oltre il Portico d’Ottavia». Pacifici: «Online il mio programma». Il silenzio di Magiar

Valeria Arnaldi

Giornate calde per la Comunità ebraica capitolina che domenica, con un anno di anticipo, andrà alle urne — anche i residenti all’estero – per rinovare il Consiglio e nominare il Presidente. Colpa di un dialogo interno non sempre facile, culminato alcuni mesi fa nelle dimissioni di un terzo dei consiglieri. Non è l’anticipo però a riscaldare animi e attese, ma la novità del metodo di voto.

Continua a leggere »

Unità e identità – Intimazioni e questioni di metodo

Ugo Volli

Mi sembra che la discussione su gli effetti dell’Unità sul mondo ebraico italiano suggerisca ancora una piccola riflessione: di metodo, questa volta. Chi l’ha seguita ha letto due intimazioni a non discutere di certi argomenti perché le parole che venivano usate per descriverle erano sbagliate: David Bidussa se l’è presa con l’uso del termine “identità”, sostenendo a torto che fosse un concetto solo contemporaneo: Anna Foa ha squalificato ogni discussione sull'”assimiliazione”.

Continua a leggere »

Identità ebraica forte ma attenta ai deboli

Bruto è uomo d’onore. Volli prima viene in soccorso di rav Di Segni, poi lo bacchetta. Ritorna il mito dei “pochi ma buoni”.

Ugo Volli

Il dibattito sugli effetti dell’emancipazione e dell’unità d’Italia sull’ebraismo italiano mi sembra richiedere qualche precisazione. Bisogna innanzitutto sforzarsi di uscire da questioni puramente verbali. Il problema non è certo se l’uscita dai ghetti potesse essere inquadrata a metà dell’Ottocento in termini di identità, di nazione o magari della wittgensteiniana “forma di vita”, ma se noi possiamo comprendere oggi quel che è accaduto, sulla base delle migliori categorie di cui disponiamo, buone o vecchie che siano.

Continua a leggere »