Riccardo Di Segni | Kolòt-Voci

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“Gemelli nati da un unico tronco”

Una risposta a rav Giuseppe Laras (Corriere della sera, 13 gennaio) e al priore Enzo Bianchi (La Stampa, 18 gennaio) sul pericolo, da parte cristiana, di una lettura a senso unico delle Scritture

Riccardo Di Segni

Un articolo di rav Giuseppe Laras pubblicato sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2015, puntuale con l’urgenza dei tempi, ha richiamato ad un impegno condivisibile tra ebrei e cristiani: “Riportare la Bibbia a fondamento della cultura e dell’etica”; precisando: “Tuttavia senza il reale riferimento positivo e non ambiguo a Israele non sarà né autentico né produttivo il dialogo tra ebrei e cristiani”. Il riferimento, peraltro generico, a “Israele”, è stato ripreso e precisato il 18 gennaio dal priore Enzo Bianchi, che ha replicato a rav Laras su La Stampa, con alcune considerazioni che meritano attenzione. Bianchi parla di “un tema bruciante e sul quale non pare esserci comprensione; il tema della terra e dello Stato di Israele”. Premette: “Secondo le Scritture del Nuovo Testamento c’è un Israele di Dio, che sono gli ebrei in alleanza con Dio, ma non tutto Israele è l’Israele di Dio, è discendenza di Abramo”. E aggiunge: “È certo che spontaneamente la chiesa di sente legata agli ebrei credenti…ma non identifica questa alleanza …con una dimensione etnica, culturale o politica. Noi cristiani che non abbiamo più terra né patria perché ogni terra straniera è per noi patria…, essendo cittadini del mondo in grado di fare scelte politiche, possiamo volere o non volere lo Stato di Israele, ma teologicamente non abbiamo parole in merito…la mia fede non mi autorizza ad ipotizzare uno Stato d’Israele”

Effettivamente da queste parole emerge l’incomprensione. L’incomprensione di chi, come cristiano, non avrebbe “più terra né patria”, ma che ha sempre avuto terre e patrie, definite cristiane e talora cristianissime, nei confronti di chi – il popolo d’Israele – la terra ce l’aveva, promessa, ma l’ha perduta per millenni, senza tuttavia dimenticare il suo rapporto con essa. A molti cristiani, in quanto cristiani, è stato e viene ancora contestato il diritto di residenza nelle loro terre (persino oggi, nell’indifferenza della maggioranza dei loro fratelli), e ancora di più il diritto di dominio sul loro territorio; ma questo non serve a educare a un rapporto diverso con gli ebrei, ai quali, molto più radicalmente, viene spesso contestato sia il diritto di insediamento in altre terre che quello di ritorno nella propria, per non parlare del diritto di indipendenza.

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Rabbini capo di Roma del 900. Altro che marginali

E’ uscito un nuovo numero della Rassegna Mensile di Israel, curato da David Gianfranco Di Segni e Laura Mincer, interamente dedicato ai Rabbini Capo di Roma della prima metà del Novecento: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Si tratta di uno spaccato su un importante momento della storia ebraica e italiana, ancora poco studiato, che mostra come l’ebraismo italiano, a dispetto di quanto comunemente si pensi, non fosse affatto marginale e isolato, ma partecipasse a pieno titolo alle grandi istanze con cui si dovette confrontare l’ebraismo mondiale nella prima metà del secolo scorso.

Prefazione di Riccardo Di Segni

RMI RabbiniQuesto volume è dedicato a tre figure che si sono succedute nella carica di Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma nella prima metà del XX secolo: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Il segno della loro attività è ancora vivo nelle memorie delle persone, ma accanto al racconto orale le testimonianze e i documenti scritti sono numerosi e degni di grande attenzione. È quanto si è cercato di fare organizzando a Roma, nella sede del Centro Bibliografico dell’UCEI, a cura del Collegio Rabbinico Italiano e della Comunità ebraica, tre distinti convegni, che hanno sollecitato lo sviluppo di ulteriori ricerche e hanno raccolto e divulgato il frutto di quelle in corso. Da questi eventi nasce il presente volume.

La prima metà del secolo scorso fu, per il mondo ebraico europeo, un periodo decisivo, incomparabile per la sua drammaticità alle epoche precedenti e seguenti. Anche l’ebraismo italiano ne rimase gravemente investito. Due guerre coloniali (Libia ed Etiopia), due guerre mondiali, la nascita e la fine di una dittatura, le leggi razziali e la Shoà, la fondazione dello Stato d’Israele trascinarono gli ebrei in un vortice di eventi difficilmente controllabili. Decisivo fu il comportamento della leadership, e di quella religiosa in particolare, che si era assunta, in aggiunta ai tradizionali compiti, incarichi di natura politica nei difficili rapporti con le autorità. Le catastrofi politiche dei fatali cinquant’anni avevano rimesso in discussione tutto per gli ebrei italiani; il modello di integrazione totale, che aveva raggiunto le sue massime realizzazioni alla fine della Grande Guerra, entrò in crisi progressiva con il fascismo: le coscienze si lacerarono, le Comunità si divisero e su di esse si abbatté prima la scure delle leggi razziali, poi l’incubo delle deportazioni e dei massacri. Lo smarrimento investì tutto l’ebraismo italiano, ma fu Roma a sostenerne un peso importante, per l’entità numerica e per la posizione geografica vicina al cuore del potere politico.

Sotto questi aspetti l’opera dei tre rabbini romani è di estremo interesse, offrendoci la possibilità di studiare come i rappresentanti della tradizione abbiano potuto o voluto interagire con cambiamenti radicali e costituire un riferimento saldo in momenti di tempesta. Non si può esaminare il loro ruolo senza contestualizzarlo nel momento storico in cui hanno agito, ciascuno con la sua personalità, le sue attitudini, il suo carisma. Perché di tre personalità molto diverse si tratta, che si misurarono di volta in volta con differenti problemi.

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Bioetica e figli contesi, la riflessione dell’ebraismo

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn albero viene sradicato da un’alluvione e va a finire nel campo, di un altro proprietario, dove attecchisce e fa frutti. Domanda: i frutti di chi sono, del primo o del secondo proprietario? A prima vista andrebbero divisi, ma bisogna fare una distinzione. Vanno divisi se l’albero è arrivato con le radici coperte dal terreno originale, cosa che gli ha consentito per un certo tempo l’autonomia, ma se le radici erano nude, è solo la terra del secondo proprietario che ha consentito l’attecchimento, la crescita e ha dato il nutrimento; quindi il secondo proprietario deve al primo solo il valore dell’albero spoglio. È un caso tipico discusso e codificato da secoli nella legge rabbinica, in parallelo a casistiche analoghe di altri sistemi legali.

Oggi si propone un caso per alcuni aspetti analoghi. Un ovulo fecondato è stato impiantato per errore in un utero diverso da quello della donna cui era stato prelevato l’ovulo, ha attecchito ed è cresciuto. Di chi è il prodotto del concepimento? Lasciato a sè stesso non gli sarebbe stata possibile una crescita autonoma, che invece ora c’è stata grazie all’ospite che lo sta portando in grembo. Tra la storia dell’albero e quella dell’ovulo fecondato vi sono tante differenze, da una parte un vegetale, dall’altra un essere umano, da una parte una situazione essenzialmente economica, dall’altra un sistema di relazioni con sentimenti, rischi e passioni. Eppure nel minimo che accumuna le due situazioni, se fosse lecito un confronto tra i due casi, la conclusione sarebbe che il feto è di chi porta avanti la gravidanza salvo rifusione del valore dell’embrione, valore ben difficile da calcolare, ma che dovrebbe comprendere almeno le spese in senso lato (mediche, stress, ore di lavoro perso) che sono state necessarie per produrlo. Sempre che sia eticamente lecito, e la cosa è notoriamente controversa, fissare un prezzo per questo tipo di “prestazioni” biologiche umane.

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Chametz e Matzà, spiegati con la biochimica

Riccardo Di Segni

MatzaChi legge questo titolo non si spaventi. Lo scopo di questo articolo è di  spiegare che cosa succede dal punto di vista scientifico nel  processo di lievitazione, proibito dalla Torà a Pesach.  Le conoscenze scientifiche attuali, in particolare nel campo della biochimica, consentono di  capire molti processi e in particolare forniscono una solida spiegazione ad una serie di antichissime regole rabbiniche che potrebbero sembrare arbitrarie e ingiustificate.  Non c’è bisogno di essere uno scienziato per capire questo articolo e  chi lo legge potrà apprendere o ripassare con una prospettiva originale molte cose interessanti.

Dietro a queste regole c’è un capitolo suggestivo della storia della civiltà: lo sviluppo delle tecniche di produzione del cibo con l’agricoltura, fino alla scoperta (probabilmente avvenuta proprio in Egitto) che un impasto di farina lasciato a sé stesso si gonfiava e, messo in forno,  produceva un alimento, il pane lievitato, più gradevole di quello azzimo finora conosciuto, anche se più deperibile. La Torà interviene a più riprese con le sue regole per disciplinare queste tecniche e darle un significato per la vita.  I lavori che portano alla produzione del pane sono i prototipi delle opere dell’uomo per il controllo del creato, i modelli di alcune delle 39 melakhot da cui bisogna astenersi di Sabato: aratura, semina, mietitura, trebbiatura, macinatura, impasto ecc.; e nella festa di Pesach le regole riguardano la distinzione tra pane azzimo e pane lievitato.

L’obbligo dalla Torà

A Pesach la Torà ordina di mangiare matzà, pane azzimo (l’obbligo vale solo per la prima sera, e nella Diaspora anche la seconda) e proibisce (per tutta la durata della festa) due cose, il chametz חמץ e il seòr  שאר , rispettivamente le sostanze lievitate e il lievito, che non si devono non solo  mangiare ma anche tenere in casa (“farsi vedere” Shemot 13:7 e Devarim 16:4; “farsi trovare” Shemot 12:19).

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Nulla avrebbe senso nell’ebraismo senza il perdono

Il Rabbino capo di Roma risponde ai beceri stereotipi antisemiti contenuti nel dialogo tra il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari e il Papa. Nel suo delirio di onnipotenza e facendo del pessimo giornalismo Scalfari pubblica l’intervento di rav Di Segni solo oggi a fianco di una sua replica. Attendiamo con ansia nei prossimi numeri di Repubblica il “dotto” dialogo col Dalai Lama

Rav Riccardo Di Segni 

Riccardo Di SegniCapita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C’è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l’esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c’è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere.

In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti “non credenti” osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l’ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione.

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I rabbini e il papa

Un’inchiesta su cosa pensano i rabbini italiani del Papa, in uscita nel numero di gennaio di Pagine Ebraiche, testimonia il rafforzamento della vecchia amicizia con Bergoglio

Giacomo Galeazzi

DiSegni+PapaEffetto Bergoglio sul rabbinato. A pochi mesi dall’attesissimo viaggio papale in Terra Santa e mentre fervono i contatti tra le due sponde del Tevere per una sempre più probabile visita del Pontefice alla sinagoga di Roma, arrivano dai “fratelli maggiori” importanti segnali di apprezzamento verso il pontificato di Francesco.

Sul numero di gennaio di “Pagine Ebraiche” verrà pubblicata un’ampia inchiesta su cosa pensano i rabbini italiani del Papa argentino, realizzata da Adam Smulevich e Daniel Reichel. Testimonianze che rafforzano la vecchia amicizia fra Bergoglio e il mondo ebraico, consolidata nei lunghi anni di servizio pastorale in Argentina. Parole di grande peso di cui, significativamente, l’Osservatore Romano ha anticipato alcuni stralci. “Grande disponibilità all’incontro, gesti e parole che hanno lasciato il segno, un clima cordiale che è di buon auspicio per il confronto interreligioso”, afferma il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni nel ripercorrere i primi nove mesi di pontificato di papa Bergoglio.

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Mamma, li riformati!

Antonio Di Gesù (nell’articolo è “Rav Antonio”), è il secondo convertito italiano (ex-ortodosso) che prende la guida di una comunità riformata dopo il milanese Haim Cipriani (Kolòt)

Cecilia Tosi

Bet HillelC’é una sinagoga nuova in città. O meglio: presto ci sarà. Lo promettono gli ebrei di Beth Hillel, un gruppo nato quest’anno a Roma per creare la prima comunità riformata della Capitale. In Italia i riti si svolgono solo in sinagoghe di fede ortodossa, dove le regole dei libri sacri sono vissute come intangibili. Nel mondo, specie negli Usa, esistono invece molti gruppi riformati, che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi. Roma non si è mai aperta a questa prospettiva e i luoghi di culto ricadono sotto l’autorità del rabbino capo. Almeno, così è stato finora.

La prima occasione per presentare la nuova comunità al “pubblico” è stato Yom Kippur: in piazza Margana, tra i vicoli del ghetto, si festeggiava il Giorno dell’Espiazione in modo diverso dal solito. «Sono andato ad assistere al rito al mio tempio abituale, poi ho fatto un salto là», racconta Gadiel. «Quando sono arrivato in piazza Margana ho avuto una sensazione positiva, il clima era più informale del solito, i bambini accolti con entusiasmo e non costretti a stare sull’attenti. E poi, ho visto una donna davanti al testo sacro, questa sì che è una novità: di solito alla lettura si alternano solo uomini». Le donne, i bambini, i gay, le coppie miste. Nessuno deve essere messo da parte, secondo la comunità riformista. «Inclusività. Di questo avevamo bisogno», spiega Franca, che si considera pienamente ortodossa ma condivide questa iniziativa. «Qui a Roma una ventata di intransigenza spinge a un’attenzione eccessiva verso i dettagli, al di là della grande tradizione. Una volta ogni comunità ebraica aveva una sua identità legata al territorio, ora la globalizzazione ha omogeneizzato tutto, cristallizzando le norme dell’ortodossia. E l’Italia è l’unico Paese dove l’intesa con lo Stato riduce a una sola le comunità riconosciute».

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