Rabbini | Kolòt-Voci

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Torino: Chi vince e chi perde

Quando la realtà è più complessa delle schematizzazioni di Panorama

Daniela Fubini

Appare chiaro che Comunità Attiva e Tullio Levi hanno fatto un’ottima campagna elettorale nei fatti congiunta, contattando un notevole numero di quegli ebrei invisibili che sarebbe bello poter vedere più di frequente in Comunità.

Il loro successo infatti sembra avere parecchio a che fare con il numero dei votanti (il centinaio abbondante di voti in più rappresentano un 50/60 famiglie che se hanno votato vorrà dire che non sono del tutto indifferenti alla Comunità), perciò a partire dalle prossime attività dobbiamo aspettarci un aumento secco nel numero dei partecipanti. Se così non fosse, significherebbe che sono venute a votare delle persone che non hanno un sincero interesse nella partecipazione attiva alla vita comunitaria, e l’attuale maggioranza finirebbe per governare senza una base. Dunque auguro alla Comunità di Torino di vederli veramente presenti, anche troppo presenzialisti tutti quanti: rieletti, neoeletti, nuovi elettori e relative famiglie.

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Bicentenario del sinedrio napoleonico

Elena Lattes

Quando nel 1796 le milizie francesi invasero l’Italia, il nostro Paese era diviso in Staterelli nella maggior parte dei quali non esisteva nessuna libertà religiosa. Per questo si può far risalire la prima emancipazione ebraica (e valdese) al 1797, quando Napoleone, portando con sé i venti della rivoluzione francese, abolì ogni differenza religiosa, garantendo così anche la libertà di culto.

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Le parole del Rav, la Comunità che tutti vogliamo

La Comunità Ebraica di Milano ha vissuto recentemente due importanti momenti: uno al Benè Berith, dedicato ai giovani; il secondo in un’affollata aula magna, dedicato alla scuola ebraica e alle diverse identità comunitarie.

In un mondo dove quasi tutti pretendono di improvvisarsi qualcosa che non sono (e che non possono essere), incontrare qualcuno che esprime opinioni fondate è un’emozione sempre più rara. In un pianeta, come quello dove abitiamo, dove i tromboni hanno sempre fiato da sprecare, non facciamo mai abbastanza sforzi per ascoltare chi parla a bassa voce. Si potrà o meno concordare di caso in caso con quanto dice, ma il rav Alfonso Arbib, il rabbino capo di Milano, appartiene certamente a quella rara categoria di persone che non ci assordano di parole pronunciate a sproposito. Non alza la voce, non sgomita per apparire, non si sente in dovere di dare pareri irrevocabili su tutto e tutti. Parla poco, agli occhi di qualcuno corre il rischio di sembrare quasi timido. Eppure in due recenti occasioni ha messo giù concetti solidi come le pietre angolari necessarie a sostenere le grandi costruzioni.

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Che cosa non c’è bisogno di pulire per Pèsach?

Rav Shlomo Aviner*

Chi parte per Pèsach

MatzaChi parte per Pèsach e quindi non si trova in casa, può essere facilitato e non pulire nulla. In che maniera? Non solo si vende il chamètz, ma anche tutte le sue briciole. Certo non si possono vendere solo le briciole, perché non avrebbe senso dal punto di visto halakhico, ma si può però vendere il chamètz che sta in un armadio, compreso lo sporco. Oppure si può anche comprendere (nella vendita) tutto il chamètz di un’abitazione, senza che ci sia bisogno di pulire alcunché. Se però qualche ospite vi dovesse abitare (nei giorni di Pèsach) si devono pulire le stanze che verranno usate. Le altre stanze non in uso, verranno quindi sigillate con del nastro adesivo e si venderà il chamètz in esse contenuto.

Resta la domanda: in che maniera allora si può adempiere alla mitzvà della ricerca del chamètz, senza perderla? Se si arriva, la sera del 14 (la vigilia), nel luogo dove si trascorrerà Pèsach, quello è il luogo dove va fatta la ricerca del chamètz; ma se si arriva la mattina (del 14), si deve pulire bene e controllare una stanza “facile”, per esempio l’ingresso, ma senza bisogno vendere il chamètz contenuto. È chiaro però che si deve controllare, pronunciando la berakhà relativa, anche il locale dove si risiederà, se questo non è stato fatto prima.

Chamètz in quantità minore di un “kazàit”

Riguardo al chamètz in quantità minore di un “kazàit” (27 cmq o un cubetto di 3 cm), non si trasgredisce la regola di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi” (cfr. “Igròt Moshè”). È scritto sulla “Mishnà Berurà” che qualsiasi cosa che sia chamètz “visibile” rientra nella categoria del divieto di consumare del chamètz che ha “passato Pèsach” (senza essere stato venduto), ma se questo viene compreso nella vendita del chamètz, è sicuramente permesso tenerlo. Certo, meno di un “kazàit” non si può certo mangiare, ma non si trasgredisce (per esso) al divieto di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi”.

Generalmente infatti, nelle stanze non si trovano grossi pezzi di chamètz, a meno che un bambino non vada in giro con un panino in mano, o con dei biscotti da sbriciolare. Ma se si tratta di una stanza dove non si va in giro col cibo, non c’è affatto bisogno di pulirla (per Pèsach)!

Tra l’altro, per questa ragione, riguardo l’usanza di nascondere i “bocconcini” di chamètz, bisogna stare attenti a che siano minori di un “kazàit”, in maniera che se non se ne dovesse trovare uno, non c’è bisogno poi di impazzire a cercarlo, perché si può fare affidamento sulla formula di annullamento che si pronuncia dopo la ricerca. Continua a leggere »

Caso Toaff, critica sul metodo e non censura

Il rabbino capo di Roma spiega la reazione degli esponenti religiosi ebrei

Riccardo Di Segni

Il suo libro non rispetta i criteri di una ricerca storica seria

Non si placano ancora le polemiche sul libro di Ariel Toaff, dove è stato affermato che gruppi di fondamentalisti ebrei ashkenaziti avrebbero praticato infanticidi rituali. Dopo la prima ondata di critiche, è ora la volta di appelli e proteste in difesa di Toaff e del suo diritto alla ricerca e alla libera espressione. Sotto accusa c’è anche la dichiarazione subito sottoscritta dai rabbini italiani. Si è parlato di cieco fondamentalismo, scomunica (che neppure i vescovi italiani oserebbero fare), rogo, messa al bando, censura, linciaggio morale, fatwa, addirittura di crocifissione. Tra gli altri Carlo Ginzburg, riferendosi a chi ha criticato prima di leggere e forse intendeva anche i rabbini, ha parlato di «un gesto stupidamente intollerante». Continua a leggere »

La kashrut a Torino

Alberto Somekh

Ho letto l’importante ed interessante scritto di David Piazza: “I costi della kashrut in Italia”, che mette sul terreno alcune delle problematiche del settore. Rispondendo ad un invito esplicito dell’Autore, voglio aggiungere a mia volta alcune considerazioni tratte soprattutto dalla mia esperienza di Rabbino Capo di una media Comunità italiana. A Torino distinguiamo fra due procedure diverse di “hekhsher”: la “certificazione kasher” e l'”autorizzazione kasher”. Continua a leggere »

L’ultimo rabbino lascia Bagdad

La maggior parte di loro ha paura a incontrarsi per celebrare insieme. A osservare lo Yom Kippur sono solo una decina di ebrei della comunità della capitale. L´unica sinagoga rimasta è stata sprangata con tavole e assi di legno. Molti non escono da casa nel timore di essere rapiti oppure uccisi.

AMIT R. PALEY

BAGDAD – Lunedì scorso, mentre nel giorno sacro del calendario ebraico il sole tramontava su Bagdad, l´ultimo rabbino rimasto nella capitale si accomodava per la sua ultima cena di Yom Kippur in Iraq: una fetta di torta e due bicchieri di latte. Yom Kippur, il giorno ebraico dell´espiazione, ha inizio con il digiuno e si chiude con una festa di celebrazione. Ma, ha ammesso Emad Levy, quest´anno c´era poco da festeggiare. Ormai a osservare lo Yom Kippur sono solo una decina di ebrei della comunità ebraica di Bagdad, nata 2.600 anni fa. La maggior parte di loro ha paura a incontrarsi per celebrare insieme. Continua a leggere »