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Muri e ponti non sono tutti uguali

Qualche commento a freddo sulla visita del papa in Israele/Terrasanta/Palestina

Alberto Moshe Somekh*

Papa Israele“Chi è come il Sapiente (il Santo Benedetto) che sa attuare il compromesso” fra i due litiganti? (Qo. 8,1). Il re Ezechia e il Profeta Isaia discutevano su chi dovesse degnarsi di andare dall’altro. Cosa fece il buon D.? Fece ammalare gravemente il re e invitò il profeta a fargli visita. Gli disse: “Così dice il S. degli Eserciti: dài le ultime disposizioni alla casa perché stai per morire” (Is. 38,1). Ezechia domandò la ragione di questa severa punizione. “Non ti sei messo in condizione di aver figli”, fu la risposta. Il re si giustificò: “Ho visto nel rùach ha-qòdesh che i miei figli sarebbero stati dei poco di buono”.

“Che cosa hai tu da interferire –insistette Isaia- con i segreti del Padreterno? Tu devi fare il tuo dovere e poi il Santo Benedetto farà ciò che più gli aggrada!” “Mi daresti tua figlia in moglie? -propose allora il re- E’ possibile che mettendo insieme i nostri meriti avrò dei figli come si deve”. “No –sentenziò il profeta –. E’ ormai già stato decretato in Alto che morirai di questa malattia!” Il re adirato gli rispose: “Figlio di Amòtz, prendi la tua profezia e vattene! C’è una tradizione nella mia famiglia che risale al re David il quale affermava che non ci si deve astenere dalla preghiera neanche vedendo l’Angelo della Morte con la spada già sguainata sul collo”.

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Chi erano veramente i farisei

Tanto per schiarirci un po’ le idee sui farisei citati a sproposito da papa Francesco. Un vecchio testo di rav Somekh ne parla a proposito di ebrei riformati

Alberto Somekh

alberto-moshe-somekhHo letto con interesse sull’ultimo H.K. la presentazione “Riformati come i Farisei” di Simeon J. Maslin, già Presidente dell’Assemblea dei Rabbini Riformati americani, nella traduzione di Filippo Levi. Provenendo, in quanto Rabbino italiano (ortodosso), da una concezione dell’Ebraismo totalmente divergente per ideologia e sensibilità, troverei ozioso tentare in poche righe una confutazione filosofica dei principi della Riforma. Mi sento invece di soffermarmi sulla tesi storica di fondo dell’articolo, già anticipata nel titolo. Non è certo la prima volta nella storia delle religioni che colui che ritiene di avere delle idee innovative da proporre all’umanità pretenda di ispirarsi, o addirittura di identificarsi, con illustri exempla del passato anche a costo di stravolgere la Storia. È accaduto con i Padri della Chiesa, i quali non si sono peritati di ribaltare l’identificazione midrashica tradizionale Giacobbe=Israele, Esaù=Roma per presentare se stessi, eredi morali dell’Impero d’Occidente, come successori di Giacobbe, avendo carpito la primogenitura al “fratello maggiore” Esaù-Israele.

Ora succede con i Riformati, che pretendono di riallacciarsi alla corrente farisaica che fra i duemila e i 2500 anni fa gettò le basi dell’Ebraismo Rabbinico. Per rendersi conto di quanto tale tesi sia pretestuosa e destituita di ogni ragionevole fondamento storico basta una conoscenza basilare di chi siano realmente stati i Farisei. La migliore monografia in italiano sull’argomento resta ancora, a mio avviso, I Farisei che R. Travers Herford scrisse nel lontano 1924. Pastore della Chiesa riformata di Scozia, fu tra i primi esponenti della Cristianità a rendersi conto dei limiti del pregiudizio evangelico che identificava nei Farisei, per pretese forme di comportamento, un sinonimo di ipocrisia etica e religiosa. Proprio allo scopo di confutare tale luogo comune scrisse il suo saggio, che in Italia è tuttora disponibile, attraverso successive ristampe, nientemeno che nella traduzione di Dante Lattes (Ed. Laterza).

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Gli stereotipi antisemiti del papa “simpatico”

Mentre proprio quello “antipatico” aveva tentato di correggerne alcuni. Intanto in Israele la ragion di Stato continua a prevalere

Sergio Minerbi

Sergio MinerbiNessuno può negare che papa Bergoglio, il nuovo pontefice, sia molto simpatico. La simpatia è destata dai suoi gesti, dal fatto che riceva almeno un giornalista al giorno e dalla semplicità del suo discorso, tutte caratteristiche di una persona che sa trovare il linguaggio del popolo. Di tanto in tanto però bisogna leggere i suoi testi originali per capire che evidentemente qualche problema di convivenza con gli ebrei resta.

Circa un anno fa, il 27 aprile 2013, dopo la sua normale messa mattutina pronunciò una predica offensiva per gli ebrei basata sui Vangeli. Egli ricordava che quando vennero i soldati romani ad annunciare la resurrezione di Gesù, gli ebrei avrebbero detto loro: “State zitti prendete, e con i soldi hanno coperto tutto. Invece la comunità chiusa, sicura di se stessa, quella che cerca la sicurezza proprio nel patteggiare col potere, nei soldi, parla con parole ingiuriose: insultano, condannano” .

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I rabbini e il papa

Un’inchiesta su cosa pensano i rabbini italiani del Papa, in uscita nel numero di gennaio di Pagine Ebraiche, testimonia il rafforzamento della vecchia amicizia con Bergoglio

Giacomo Galeazzi

DiSegni+PapaEffetto Bergoglio sul rabbinato. A pochi mesi dall’attesissimo viaggio papale in Terra Santa e mentre fervono i contatti tra le due sponde del Tevere per una sempre più probabile visita del Pontefice alla sinagoga di Roma, arrivano dai “fratelli maggiori” importanti segnali di apprezzamento verso il pontificato di Francesco.

Sul numero di gennaio di “Pagine Ebraiche” verrà pubblicata un’ampia inchiesta su cosa pensano i rabbini italiani del Papa argentino, realizzata da Adam Smulevich e Daniel Reichel. Testimonianze che rafforzano la vecchia amicizia fra Bergoglio e il mondo ebraico, consolidata nei lunghi anni di servizio pastorale in Argentina. Parole di grande peso di cui, significativamente, l’Osservatore Romano ha anticipato alcuni stralci. “Grande disponibilità all’incontro, gesti e parole che hanno lasciato il segno, un clima cordiale che è di buon auspicio per il confronto interreligioso”, afferma il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni nel ripercorrere i primi nove mesi di pontificato di papa Bergoglio.

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I limiti del dialogo e una sinfonia stonata

Riccardo Di Segni

Riccardo Di SegniL’Osservatore Romano del 15 novembre ha pubblicato un’intervista al rabbino David Rosen (“Perché non possiamo essere nemici”) nella quale tra l’altro appare questa domanda: “Alla fine di giugno Auschwitz ha ospitato una celebrazione in memoria delle vittime dell’Olocausto a cui hanno partecipato importanti rabbini, cardinali e vescovi e dove è stata eseguita una sinfonia sulla sofferenza. Anche lei era presente. Che cosa ha significato questo atto per gli ebrei?”.

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Il Papa “buono”, quello “cattivo” e gli ebrei (1)

Stefano Magni

Pubblichiamo la prima parte (su tre) di un’intervista a Sergio Minerbi, ex ambasciatore di Israele a Bruxelles e professore all’Università Ebraica di Gerusalemme.

Mai farsi prendere dall’entusiasmo per le prime impressioni superficiali. Leggere sempre i documenti originali prima di esprimere un parere. Andare controcorrente quando la realtà è diversa dai nostri sentimenti. Si possono riassumere così le regole della conversazione con Sergio Minerbi, già ambasciatore di Israele a Bruxelles e professore all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ci accoglie nella sua casa in uno splendido e silenziosissimo quartiere residenziale della capitale dello Stato ebraico. “Secondo i progetti originali degli inglesi quest’area doveva essere riservata a un nuovo aeroporto – ci spiega – Ma con l’indipendenza la fame di alloggi è cresciuta. Non altrettanto quella per gli aeroporti”. Sergio Minerbi è emigrato in Israele nel 1947, quando non aveva ancora compiuto la maggiore età. E quando Israele non era ancora indipendente. Ha assistito alla nascita dello Stato ebraico e a tutte le sue guerre. In Italia, comunque, è più noto per i suoi studi delle relazioni fra la Santa Sede e il mondo ebraico, tema di cui è uno dei maggiori esperti. Il tema della nostra conversazione verteva proprio su quello, a partire da Benedetto XVI, il Papa che ha abdicato e che, quando sedeva sul soglio pontificio, suscitava non poche polemiche nella stampa italiana. Anche per i suoi rapporti con l’ebraismo. “Chiedo scusa, ma stimo che gli esperti di questo settore siano molto scarsi. O per questa ragione, o per il mio carattere, io dico sempre il contrario”.

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Trova le differenze

Solo per scherzo. Giovani rabbini scalpitano

Rav Pierpaolo Pinchas Punturello – Facebook 1 Maggio

La caduta morale che ci circonda si sta esprimendo ebraicamente in un uso e rifugio halachico di rigidità. Accanto ad una totale incapacità di comunicazione, di basica umanità, di espressioni civili e fraterne, di discussioni costruttive troviamo una rigidità mentale, una sardonica ottusità che si concilia, spesso, con una osservanza tanto asfissiante quanto poco ebraica perchè non basata sulla riflessione e sulla discussione.

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