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Ecco come si è salvato mio figlio

Parla il padre del ragazzo di origini italiane scampato al Pogrom di questa mattina

Siddur

Rav Amitai Sermoneta è un rabbino italo-israeliano che per motivi lavorativi si trova costretto a fare la spola fra i due Paesi; tutta la sua numerosa famiglia vive in Israele e la sua abitazione si trova proprio nel quartiere di Har Nof. Sua moglie si trovava lì al momento dell’attentato, ma ancora più scioccante è il racconto del figlio che stamattina è scampato miracolosamente alla morte. Progetto Dreyfus ha raccolto la testimonianza esclusiva sull’accaduto.

“Mio figlio si chiama Nissim, 26 anni ed è padre di due femmine. Non voglio nemmeno pensare che a quest’ora le mie nipoti sarebbero potute essere orfane”, così Rav Amitai inizia il racconto del dramma vissuto da suo figlio stamattina, mentre pregava nella sua solita sinagoga.

Shachrit, la funzione del mattino, è iniziato alle 6.30 del mattino come ogni giorno e alle 7.00 Nissim e gli altri fedeli stanno recitando l’Amidà, una preghiera che si recita in piedi ed immobili e da cui non ci si può distogliere. “Mio figlio è assorto nella preghiera quando sente passi pesanti e vetri infranti” – racconta il padre ancora scioccato – “pochi secondi per capire cosa accade e Nissim si ritrova ad un metro dai terroristi che sparano all’impazzata e colpiscono con i coltelli”. Le grida, il panico e all’improvviso il sangue che segna profondamente una giornata che sembrava poter passare tranquillamente nello studio e nella preghiera come ogni giorno. Senza riflettere, Nissim afferra una sedia e la scaglia contro il terrorista più vicino, ma il tentativo non impedisce al palestinese di girarsi e sparare proprio contro di lui. È solo questione di attimi, il giovane italo-israeliano afferra un tavolo per proteggersi e nella confusione riesce a scappare più velocemente possibile fuori dalla sinagoga.

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Non dimentico mio fratello assassinato

Il discorso di Gadiel Gaj Taché (30 anni, fratello della vittima) alla cerimonia di commemorazione dell’attentato del 9 ottobre 1982 tenutasi a Roma alla presenza del Presidente della Repubblica

Gadiel Gaj Taché

Saluto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e tutte le autorità civili presenti. Saluto inoltre il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici e tutte le autorità religiose presenti. Sono passati 30 anni da quel 9 Ottobre 1982. Giorno che cambiò radicalmente la vita mia, della mia famiglia e della Comunità ebraica di Roma.

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Un colono italiano ci spiega perché la pace passa da cose molto, molto banali

Ariel Viterbo

Il conflitto tra il sionismo e il mondo arabo è un conflitto tra un movimento di liberazione nazionale atipico e un’insieme di nazioni di grande cultura e dal grande passato, le quali da più di cento anni rifiutano di riconoscere il diritto degli ebrei ad uno stato proprio. La storia del conflitto è stata segnata da innumerevoli occasioni nelle quali gli stati arabi e il popolo palestinese hanno rinnovato con atti e parole il loro rifiuto. Errori lungo il cammino della storia ne hanno fatti entrambe le parti ed è inutile tornarci sopra. Tentativi di mediazione, trattative, conferenze di pace, incontri al vertice si sono alternati a guerre, attentati, insurrezioni armate.

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Pacifici, l’amico ebreo di Alemanno

Katia Ippaso

Per parlare con Riccardo Pacifici, si entra in Sinagoga, da una porta più piccola. Siamo nel cuore della Roma ebraica, luogo che i romani non ebrei guardano a volte con timore, come fosse un monolite sganciato dal passato. Ad un uomo che appare dalla penombra esibisco il passaporto, con tanto di timbro israeliano che lui registra con in sorriso enigmatico: “Sì, sono stata in Israele, più volte”. Tutti parlano a voce bassa, qui. Anche le scale sono piccole e strette. Come in un libro di Kafka, penso.

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Cara Bianca

Abbiamo ricevuto via email molti commenti all’articolo di Bianca. Pubblichiamo questo perché è tra i migliori. Ricordiamo che il sito www.kolot.it è comunque aperto a ogni commento

Massimo Moscati

Poche note di risposta in merito all’ “accorato” articolo della “diciannovenne” Bianca Ambrosio. Innanzitutto un chol-a-kavod a te per aver fatto una scelta così importante e coinvolgente, per una giovane ebrea, come quella di andare a vivere in Israele con tutto quanto questo comporta.

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Niente di nuovo sul fronte occidentale… e nemmeno in Medio Oriente

Una ragazza del movimento Hashomer Hatzair che si trova in Israele, ci spiega l’arroganza dello Stato d’Israele e le sue conseguenze.

Bianca Ambrosio

Sono venuta in Israele nove mesi fa. Sono venuta come una diciannovenne alla quale premeva approfondire la propria identità. Sono ebrea, ma sono cresciuta in un contesto laico e ho frequentato la scuola pubblica dove ho avuto modo di incontrare persone con retroterra culturali differenti e opinioni diverse. Durante gli ultimi cinque anni ho partecipato attivamente al movimento giovanile di ideologia socialista-sionista Hashomer Hatzair. E’ lì che ho imparato a costruirmi un’opinione critica, ad essere meticolosa nelle mie ricerche e ad interrogarmi su me stessa e la realtà che mi circonda così da tendere continuamente verso un miglioramento. Tengo presente questi valori costantemente. E sono proprio questi valori che avevo in mente quando ho deciso di venire in Israele.

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Arringa per la mia terra

Un quanto mai attuale documento di Herbert Pagani, cantante-poeta-scultore-pittore-attore-scrittore-disc-jockey, ebreo di sinistra e sionista, scritto all’indomani dell’infame equiparazione dell’Onu al razzismo nel 1975.

Herbert (Avraham Haggiag) Pagani (1944-1988)

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: “Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…” È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

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