Kippur | Kolòt-Voci

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Non c’è teshuvà con la depressione

Una lezione tratta dagli insegnamenti di rav Shlomo Wolbe (1914-2005) uno degli ultimi maestri del movimento del Mussàr, che con una forte caratterizzazione psicologica, pone l’etica e i rapporti interpersonali al centro della vita ebraica

Rav Shlomo Wolbe

Rav Shlomo Wolbe

Dopo la festa di Rosh Hashana e durante il cosiddetto periodo dei “Dieci terribili giorni di pentimento”, molte persone possono cadere in un leggero stato di depressione semplicemente pensando che la data di Yom Kippùr si sta rapidamente avvicinando. Queste persone sanno bene che cosa ci si aspetta da loro, ma semplicemente sentono che non riescono a vivere seguendo le regole dettate da Dio, oppure si sono convinte che il loro livello di spiritualità sia così basso da impedire che mai le loro colpe potranno essere perdonate.

È però sicuro che il primo passo nel processo di pentimento si può concretizzare solo con il totale annullamento dei questi due concetti; è vero che ognuno viene giudicato e ritenuto responsabile delle proprie azioni, ma è altrettanto vero che nessuno può raggiungere il punto oltre il quale non si possa più correggere la propria situazione.

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Purim e Kippur – Due feste così diverse eppure così uguali

Analogie e similitudini tra Purim e Kippur

David Gianfranco Di Segni

G DiSegniLa festa di Purim ricorda, come è noto, un fatto accaduto circa 2500 anni fa in Persia durante il regno di Assuero. Si racconta nella Meghillàt Estèr , uno dei libri della Bibbia, che Hamàn, il perfido consigliere del re, voleva sterminare tutti gli ebrei del regno, uomini, donne e bambini. Per intercessione della regina Ester, una giovane ebrea che era diventata moglie del re nascondendo la propria origine ebraica, e di suo zio Mordechai, che era il capo della comunità ebraica, gli ebrei vennero salvati e i responsabili della tentata “soluzione finale del problema ebraico” furono puniti. A ricordo dello scampato pericolo fu istituita la festa di Purim, che letteralmente significa “sorti”, perché il giorno stabilito per il massacro era stato estratto a sorte dal perfido Haman.

La festa è caratterizzata da uno spirito estremamente gioioso: sia la sera che la mattina si legge pubblicamente la Meghillàt Estèr , scritta a mano su uno speciale rotolo di pergamena; si fanno doni ai bisognosi; si inviano cibi e bevande in regalo agli amici; si partecipa a uno speciale banchetto festivo in cui si beve vino a volontà, fino a confondersi e a scambiare le benedizioni con le maledizioni, a tal punto da dire “benedetto Haman” e “maledetti Ester e Mordechai”. I bambini usano mascherarsi, a ricordo del ribaltamento delle sorti.

Purim è una festa contraddistinta da una dimensione molto materiale, in cui manca un rituale religioso specifico, come esiste invece per altre feste comandate dalla Bibbia. È una festa mascherata in tutti i sensi: sia perché ci si maschera, ma anche perché la dimensione spirituale è, per così dire, “mascherata”, nascosta. Il nome stesso “Ester” viene fatto derivare dalla parola ebraica hastèr , che significa appunto “nascondere”: Ester, quando fu prescelta per diventare regina, nascose la propria origine. Anche la dimensione del Divino è nascosta: non è un caso che il Nome di D-o non compaia mai nel libro di Ester, unico in questo fra tutti i libri della Bibbia; solo allusioni alla Divinità sono presenti, come quando Mordechai incita Ester a intercedere presso il re Assuero, perché se non lo farà lei – dice Mordechai – “la salvezza verrà comunque da un altro posto”.

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Assumersi la responsabilità di essere Israele

La derashà al Tempio Maggiore di Roma prima della preghiera conclusiva di Yom Kippur 5773

Riccardo Di Segni

Tra un’ora circa, in uno dei momenti culminanti di questa nostra giornata, i kohanim, i sacerdoti discendenti di Aharon, ci daranno la benedizione. Prima di salire in tevà si faranno lavare le mani. Il privilegio di compiere questo rito, lavare le mani, spetta ai Leviti, e in loro assenza ai primogeniti. Questo perché prima che la funzione dei Leviti fosse consacrata, erano i primogeniti a svolgere certi ruoli importanti, e ancora lo fanno in qualche caso. La storia della primogenitura ci suggerisce degli spunti importanti sui quali è opportuno riflettere. Dedichiamo un momento a ragionare su un antico racconto, che conosciamo tutti, ma ogni volta che lo rileggiamo mostra aspetti nuovi.

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Digiunare e sfamare

Il digiuno richiesto all’ebreo nel giorno di Kippur è solo un piccolo tassello di un processo ben più complesso

Alfredo Mordechai Rabello

“Non è forse questo il digiuno che Io desidero?… Dividi il tuo pane con l’affamato e poveri derelitti porta in casa tua, quando vedi un uomo nudo coprilo e non chiudere gli occhi ai bisogni del tuo simile” (Isaia 58, 6-7).Sono queste alcune delle parole che leggiamo nella Haftara` di Yom Kippur. È senz’altro l’ora di risvegliarci; le cose ci vengono dette chiaramente; non vi e` un Ebraismo dei Profeti ed un Ebraismo dei Rabbini; chi ha stabilito questo passo come Haftarà sono proprio i nostri Saggi; l’esigenza di una giustizia sociale è parte integrale della richiesta profetica, che troverà traduzione normativa nei libri dei Maestri.

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Giona. Voler morire per non perdonare il male

Dalla derashà di Yom Kippur 5772 tenuta al Tempio del Centro Culturale della Comunità ebraica di Roma (presso la sede degli Asili)

David Gianfranco Di Segni

Pochi giorni prima di Kippur ho assistito in diretta televisiva all’annuncio della sentenza del processo d’appello per il delitto di Perugia, in cui quattro anni fa fu crudelmente uccisa la ragazza inglese Meredith Kercher. Sentendo che i due imputati erano assolti, ho provato un tale senso di disagio emotivo che quella notte non ho potuto dormire. Mi risuonavano continuamente le parole del pubblico ministero: “Da oggi due assassini in libertà”. I giudici evidentemente hanno giudicato sulla base delle prove esistenti e se queste non erano sufficienti per condannare, non c’era scelta – in uno stato di diritto – se non assolvere. Però, la verità processuale non sempre coincide con la realtà e quelle parole del PM non mi lasciavano in pace. Mi è venuto da pensare che una sensazione simile probabilmente provò a suo tempo il profeta Giona, quando, mandato per annunciare la punizione divina sulla città di Ninive, finì per assistere, con suo grande sconforto, all’assoluzione generale di tutta la popolazione.

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Senza lo studio nessuno cresce, nessuno cambia

ARCHIVIO: I discorsi del 2007 – 2008 – 2009 – 2010


Il testo del discorso dedicato, nel Tempio maggiore di Roma, all’ora di Ne’ilà di questo Kippur 5772 dal rabbino capo della Capitale.

Riccardo Di Segni

Qualche giorno fa Gadi Luzzatto Voghera ha raccontato questa storia su Moked, il giornale online dell’UCEI: “Mi è capitato un anno fa di fare un bel viaggio nella Polonia ebraica e ad Auschwitz con un gruppo di amici padovani, ebrei e non ebrei. Persone colte, che hanno dato vita a un bel dibattito intellettuale […]. L’ultimo giorno siamo stati raggiunti da un nutrito gruppo di ebrei romani, la classica “piazza”, e l’indomani siamo andati insieme a visitare Auschwitz. Bandiere israeliane, hatikva, commozione. Ma anche uno sguardo supponente e, direi, “di superiorità” che si percepiva nei confronti degli amici romani. Una signora di passata militanza comunista mi avvicina e mi chiede lumi: “ma chi sono, ma come si comportano, ma proprio non c’è terreno di confronto”, mi dice. La guardo un po’ stupito e le rispondo: “amica mia, questo è il popolo”, chiedendomi per cosa avesse mai combattuto in questi anni di militanza politica da sinistra.”

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Due feste così diverse, eppure così uguali

Analogie e similitudini tra Purim e Kippur

David Gianfranco Di Segni

La festa di Purim ricorda, come è noto, un fatto accaduto circa 2500 anni fa in Persia durante il regno di Assuero. Si racconta nella Meghillàt Estèr , uno dei libri della Bibbia, che Hamàn, il perfido consigliere del re, voleva sterminare tutti gli ebrei del regno, uomini, donne e bambini. Per intercessione della regina Ester, una giovane ebrea che era diventata moglie del re nascondendo la propria origine ebraica, e di suo zio Mordechai, che era il capo della comunità ebraica, gli ebrei vennero salvati e i responsabili della tentata “soluzione finale del problema ebraico” furono puniti. A ricordo dello scampato pericolo fu istituita la festa di Purim, che letteralmente significa “sorti”, perché il giorno stabilito per il massacro era stato estratto a sorte dal perfido Haman.

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