Islam | Kolòt-Voci

Tag: Islam

Ecco perché il papa ha torto sul “terrorismo dei disperati”

No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo

Rosamaria Bitetti

Rosamaria-Bitetti-SAESGli attentati di Parigi hanno dato un po’ a tutti l’occasione di esprimere il proprio giudizio, non sempre ragionato, sul terrorismo, e talvolta la scusa per spiegare questo problema secondo la propria chiave di lettura del mondo: la religione, la globalizzazione, la povertà. Piketty su Le Monde spiega il terrorismo, ad esempio, con il suo cavallo di battaglia, la disuguaglianza. Il Papa a Nairobi dichiara che “la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Siccome Econopoly nasce con l’idea di spiegare i problemi con i fatti e un’analisi rigorosa dei dati, è il caso di riprendere in mano un piccolo classico con cui si cerca, forse per la prima volta, di applicare l’analisi quantitativa al problema del terrorismo. Nel 2007 Alan Krueger pubblica What Makes a Terrorist (edito in Italia da Laterza) cercando di smontare la spiegazione secondo la quale il terrorismo dipenda da povertà, mancanza di accesso all’istruzione e “odio per il nostro modo di vivere”, una spiegazione che è tanto diffusa quanto “accettata quasi interamente per fede, e non per prove scientifiche”.

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Yoav. L’ebreo che si era ribellato al terrorista

Yoav, l’ebreo inseguito dalla jihad, morto per fermare il killer di Parigi. La giovane vittima sarà ricordata mercoledì sera su Rai 3 nel documentario “Io sono Yoav”, di Sabina Fedeli, Stefania Miretti e Amelia Visintini.

Stefania Miretti

Yoav HatabSi chiamava Yoav Hattab ed era bello come una giornata di sole a La Goulette, il sobborgo di Tunisi dove quest’estate, proprio in questi giorni, avrebbe ingaggiato interminabili sfide a racchettoni in riva al mare con gli amici Moché, Matoilah, Eytan, e al collo avrebbe avuto, come sempre, una stella di David grande così. Ma lui, quest’anno, non è più tornato a casa.

Gli piaceva cantare, con una voce melodiosa che tendeva a stonare, struggente, sui toni più alti. Giocava benissimo a calcio, però quando prendeva il pallone non lo passava mai e gli amici gli gridavano dietro. Era molto religioso, era spiritoso, era innamorato di Delphine da quindici giorni, gli ultimi quindici della sua breve vita.

Cresciuto da ebreo in Tunisia, Yoav è stato ucciso, perché ebreo, in Europa: questa è la storia di una delle quattro vittime della presa d’ostaggi all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes lo scorso 9 gennaio. Il più giovane, 21 anni appena, il più coraggioso. Era risalito dalla ghiacciaia, dov’era nascosto insieme ad altri clienti del supermercato, per provare a ragionare con Amedy Coulibaly, il sequestratore. Ma l’estremista islamico non sapeva ragionare. Allora Yoav ha provato a sottrargli la mitraglietta; ma il ragazzo coraggioso non sapeva sparare.

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Dimmi quale crema usi e ti dirò che fede hai

Gli islamici vogliono prodotti consentiti dal Corano, gli ebrei quelli kosher e i sostenitori del bio quelli animal free o a chilometro zero: così l’ideologia entra anche nella cosmesi

Daniele Uva

hussana_halal_makeupHalal, cioè lecito. Kosher, ovvero adatto. Indicano ciò che è possibile o non è possibile fare alla luce della fede islamica e di quella ebraica. A tavola e davanti allo specchio. Perché adesso le prescrizioni religiose, così come quelle più propriamente ideologiche, non valgono più solo quando si parla di alimenti, di costumi, di abbigliamento. Ma anche quando bisogna scegliere un rossetto o una crema per il viso. Oggi più che mai anche la cosmetica è diventata ideologica: risponde ai dettami della fede, così come delle convinzioni maggiormente in voga. E non è più un fenomeno di nicchia: il giro d’affari, in tutto il mondo, ha toccato cifre da capogiro. E così fra gli scaffali delle profumerie è sempre più facile trovare lozioni halal , cioè accettate dal Corano, così come trucchi kosher , che anche le donne ebree più intransigenti possono utilizzare. E ancora prodotti biologici e vegani, fondotinta non testati sugli animali, shampoo realizzati con prodotti certificati da Slow Food, creme a chilometro zero, detergenti realizzati con il fai da te e profumi gay friendly .

I più in voga, al momento, sono proprio i prodotti islamicamente corretti, che non contengono gli ingredienti banditi dalla religione musulmana: alcol, grassi animali e glicerina. In tutto il mondo questi cosmetici sono utilizzati da quasi due miliardi di persone e sono distribuiti in cento Paesi del globo. Italia compresa.

Corano in faccia

Il giro d’affari è impressionante: nel 2008 era fermo a 580 milioni di dollari, due anni dopo ha toccato quota due miliardi, con un incremento del 12 per cento ogni anno. Solo nel nostro Paese i potenziali consumatori sono quasi due milioni – le cifre sull’immigrazione islamica sono fornite dal Pew research center – e si stima che entro il 2030 potrebbero diventare quasi quattro milioni. Tanto che il Cosmoprof di Bologna, la fiera di settore più importante del mondo, ha deciso di dedicare un padiglione proprio a questo settore nell’edizione 2016. Il primo al mondo. Halal sono soprattutto i prodotti per l’igiene personale e il make up, ma sta crescendo molto anche la richies di linee per la detersione dei capelli e per le spa.

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Alla Comunità ebraica l’uomo che sfida i jihadisti

Per la maggioranza corrono Besso e Romano che ha denunciato i fondamentalisti a Milano

Alberto Giannoni

Raffaele-BessoSi apre una nuova era, per gli ebrei milanesi – e non solo per loro. Sono state depositate le liste che concorreranno alle elezioni per la formazione del nuovo Consiglio della Comunità ebraica cittadina. E fra le novità più rilevanti, saltano agli occhi il rinnovamento delle squadre, la frammentazione, e il «ticket» proposto dalla lista dei vincitori uscenti. Ha deciso di non ricandidarsi il presidente Walker Meghnagi, dimissionario dopo che la «sinistra» interna ha deciso di tirarsi indietro sull’approvazione del bilancio – atto delicatissimo in una fase di crisi finanziaria. La lista «Wellcommunity», dunque, punta tutto su un «ticket». Nella testa di lista, prima degli altri candidati che sono rigorosamente disposti in ordine alfabetico – compare una coppia di candidati. Il primo è Raffaele Besso, assessore uscente a cui viene ascritto il merito di aver scoperto il buco creato nelle casse della comunità da una truffa milionaria – così è stata denunciata.

Accanto a Besso, uomo di esperienza, dal profilo tecnico, viene candidato un giovane che ha fatto molto parlare di sé in questi anni a Milano. Si tratta di Davide Romano: 45 anni, già segretario per un biennio dei Giovani ebrei, Romano è soprattutto il fondatore e segretario degli «Amici di Israele», l’associazione che si è resa protagonista di battaglie molto coraggiose e visibili in difesa dello Stato ebraico e contro i fondamentalisti che lo minacciano. Agli Amici di Israele si deve per esempio la riscoperta della Brigata Ebraica, le cui insegne da alcuni anni vengono portate in corteo il 25 aprile, nel giorno che ricorda la Liberazione, evento cui la formazione ebraica dette un decisivo contributo. Negli ultimi anni, a Milano, Romano si è reso protagonista di alcune decisive prese di posizione contro il fanatismo religioso.

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Neonazisti svedesi: prima via i musulmani e poi via gli ebrei

Tre moschee bruciate in una settimana, il modello svedese finisce in crisi. Nel 2014 sono arrivati 100 mila nuovi immigrati. La crescita dei Democratici svedesi e le debolezze del welfare state

Svezia“Go home, muslim shit”, hanno scritto sul muro della moschea di Uppsala, in Svezia, prima di tirare contro l’edificio una bomba molotov. Era la notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio, le 4 e trenta del primo giorno dell’anno, e nella moschea non c’era nessuno, non ci sono stati feriti. Ma l’attacco di Uppsala è il terzo in appena una settimana, e tre attacchi incendiari contro moschee in tre luoghi differenti della tollerante Svezia sono un segnale notevole del fatto che qualcosa dentro al modello svedese di accoglienza, integrazione e welfare state si sta incrinando. Da mesi l’immigrazione è al centro del dibattito elettorale, sulle politiche di accoglienza si sono decise le ultime elezioni e un partito xenofobo, i Democratici svedesi, è l’ago della bilancia nel Parlamento di Stoccolma ed è quasi riuscito pochi giorni fa a far cadere il traballante governo di minoranza del socialdemocratico Stefan Löfven.

Il primo attacco contro una moschea svedese, quella di Eskilstuna, a ovest di Stoccolma, è avvenuto il giorno di Natale. Qualcuno ha dato alle fiamme l’edificio mentre dentro c’era una ventina di persone, cinque sono rimaste ferite o intossicate dal fumo. Testimoni hanno detto che un uomo ha gettato un oggetto incendiario contro la moschea. Il secondo attacco incendiario è avvenuto lunedì a Eslöv, nella punta sud del paese. Il terzo è stato quello di Uppsala. I tre attacchi sono simili, ravvicinati, sembrano il frutto di un unico piano, ma sono avvenuti in tre zone distanti del paese, e potrebbero essere opera di persone diverse.

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Nasce il primo fondo islamico: lo guida un uomo d’affari ebreo

Paolo Alazraki: “La finanza deve cambiare, smettere di speculare e iniziare a collegare chi ha i soldi e chi li impiega”

Paolo AlazrakiCosa spinge Paolo Alazraki, uomo d’affari milanese di origini ebraiche, a convocare i giornalisti alla sede della Stampa estera di Milano per annunciare la nascita del primo fondo islamico in Italia? A sentire lui, molte e diverse ragioni. Innanzitutto, la volontà di dare corpo a un’idea di finanza che “collega chi ha i soldi e chi li impiega” e non invece come semplice speculazione. In secondo luogo, la convizione che “la finanza islamica”, negli ultimi vent’anni, sia stata la sola finanza “etica” nel mondo.

“Fondo islamico perché? Perché agiremo attraverso l’emissione di sukuk (certificati di investimento conformi alla sharia, l’equivalente delle obbligazioni per la finanza islamica, ndr) – spiega Vincenzo Macaione, ceo di Primus Partners – E comnque, se non dovessimo emettere sukuk, il 70% della cifra a cui puntiamo viene comunque raccolto da Paesi islamici”.

“La società di gestione sarà una Sicaf Sif Lux, lussemburghese, non perché vogliamo eludere ma perché si utilizza solitamente la doppia imposizione fiscale degli anglosassoni, soprattutto americani. Partiremo con una prima tappa in Bahrein con gli investitori e poi da lì una tappa a Londra. Noi saremo la società di gestione, la management company, investiremo soprattutto sull’immobiliare, trophy assets, operazioni di altissima qualità, il 70% in Italia e il 30% in Europa, 300 milioni da raccogliere entro settembre 2015 con la possibilità di quotarlo a fine anno”.

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Come dico al mio papà che sono entrata in Sinagoga?

Le impressioni di una musulmana italiana al suo primo incontro da vicino con gli ebrei

Rasha El Sherif

Rasha El SherifRecentemente, un carissimo amico mi invita a partecipare ad un incontro tenuto dal Prof. Paolo Branca, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Mmm, interessante”, gli dico, “sarei molto curiosa di conoscere il Professore, ne ho sentito tanto parlare!”.
Bene”, mi dice, “l’ incontro è sugli Ebrei nel Corano, inizia alle 20.45 a Milano in una Sinagoga vicino Corso Lodi”.

Ah…”, penso. Sono tanto interessata, quanto perplessa. Argomento complesso, quello degli Ebrei nell’ Islam e poi… proprio in una Sinagoga!!!
Ammetto: sono musulmana e come – quasi – la stragrande maggioranza dei miei fratelli e delle mie sorelle, ho anch’io una buona dose di indottrinamento che vuole, per mille ragioni e per nessuna, che tra musulmani ed ebrei non corra esattamente amore. Per essere precisi, arrivando al nocciuolo, sono stata abituata a non ‘andare oltre’ quando si tratta di ebrei, religione ebraica, cultura ebraica e via dicendo.

In me vince sempre la curiosità e… Diamine! Sì che ci vado, è pure una Sinagoga aperta ai non ebrei. Ma c’è un ‘problema’: mio papà. Mica gli posso dire: “Ehi ciao, stasera vado in una Sinagoga” e finisce lì. Mi devo spiegare, e anche bene. Perché se io sono stata indottrinata, figuriamoci lui. Simpatico personaggio (così definito dalle mie amiche), nato e cresciuto nel Cairo degli anni ’50, quartiere popolare di El-Sayeda, i suoi viaggi sono iniziati quando a trent’anni decise di venire in Italia. Sì, questa l’ha girata tutta, senza mai però dimenticarsi di essere arabo, musulmano, e senza mai togliersi dalla testa, nemmeno per un attimo, la convinzione di essere parte di una cultura (contaminata in buona misura da quell’indottrinamento di cui parlavo) inconciliabile, secondo lui, con quella occidentale.

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