Halakhà | Kolòt-Voci

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Quella tradizione che viene dal Cielo, ma non sta in Cielo

Anche rav Della Rocca, da quest’anno a Milano, partecipa al dibattito che prende spunto dalla lettera di Stefano Jesurum (clicca qui). Mercoledì 14 marzo serata con una nutrita partecipazione (locandine a fine articolo).

Roberto Della Rocca

Nascondersi che l’ebraismo italiano rischia di dividersi su alcuni problemi sarebbe ipocrisia. Una qualche forma di divisione si è già di fatto realizzata e la lettera di Stefano Jesurum ne è una testimonianza. Si tratta ora di vedere se faccia bene a un ebraismo di poco più di 25.000 iscritti dividersi e dare l’avvio a nuove polemiche e a nuove fratture. Il bene dell’ebraismo italiano lo si fa probabilmente con uno sforzo di unità e, in questo intento, con un grande sforzo di fantasia.

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Riflessioni su Yeshayahu Leibowitz

Dalla rivista SeFeR dell’aprile-giugno 1995 un bel ritratto del controverso maestro il cui libro verrà presentato a Milano questo giovedì 24 febbraio (vedi sotto).

Massimo Giuliani

Da più voci Yeshayahu Leibowitz, che la morte ha sorpreso nel sonno nell’agosto dell’anno scorso (1994 NdR), è stato commemorato come il più famoso e controverso filosofo della società israeliana, come un profeta contemporaneo, come un grande spirito e una benedizione per il popolo ebraico.

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Nella non unitarietà, biotestamento opportuno

Intervista a rav Riccardo Di Segni

Maria Margherita Peracchino

La bioetica ebraica fa riferimento alla Halakhah -la tradizione giuridica dell’ebraismo-, la quale regolamenta particolari aspetti medici, “ha fondamenti sacri e meccanismi di sviluppo consolidati. Si basa infatti sulla tradizione religiosa, la Torah , il Talmud, e si muove nel quadro di una tradizione giuridica in cui ogni concetto deve, con rigore logico, derivare da quello precedente. Questo riferimento a un corpo giuridico particolare fa la differenzia dalla bioetica cattolica, di cui però condivide l’idea di un’origine sacra della tradizione a cui bisogna riferirsi” spiega Riccardo Di Segni, medico e rabbino capo di Roma, vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

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Polemiche festive, ultimo atto: la battaglia dei lulavim e degli etroghim

Gianfranco Di Segni

Nelle derashot del ciclo delle feste autunnali di questo anno abbiamo parlato di alcune polemiche sorte fra autorevoli rabbini del recente o antico passato. Per Rosh Hashana abbiamo visto le discussioni intorno al significato del suono dello Shofar; a Kippur abbiamo trattato delle dispute riguardo alla determinazione del calendario. Anche la festa di Sukkot ha dato origine ad aspre polemiche, ma in questo caso i rabbini non sono stati parte in causa e hanno invece svolto un ruolo preventivo e deterrente.

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Roma: Kashrut fai da te?

Comunicato dell’Ufficio Rabbinico di Roma

A seguito delle notizie che sono state fatte circolare su vari canali di informazione, riteniamo doveroso chiarire alcuni punti:

1. Il controllo di kasheruth (hashgachà) è un controllo che un ente indipendente dal produttore esercita su di lui a tutela del consumatore: si fa cioè garante dell’effettiva kasheruth di quanto viene prodotto e venduto.

2.La Comunità Ebraica di Roma, tramite il Rabbino Capo, il Beth Din e gli organi dell’Ufficio Rabbinico ha una sua squadra qualificata di esperti delle regole e di controllori (mashghichim) con formazione specifica. Continua a leggere »

Ester a Gerusalemme: dialogo tra due donne sulla meghillà

Ancora su donne e ortodossia ebraica. Lo scorso Purim al Tempio Italiano di Rechov Hillel si è ripetuta la lettura femminile della Meghilàt Ester. Interessante scambio tra due protagoniste.

Daniela Fubini e Miriam Camerini

M : “Vahi biimei Achashverosh, uhu Achashverosh»… che insolita sensazione se queste parole e la melodia che da secoli le accompagna risuonano nel tempio con voce di donna! La prima reazione è di sorpresa, straniamento, qualcosa di «fuori dalla norma»: ma è davvero così strano? Avviciniamoci per capire cosa succede, di chi sono quelle voci.

D : A Purim, in Italia, la maggior parte degli ebrei che ci tengono vanno al tempio la sera per ascoltare la Meghillat Ester, e il giorno dopo magari prima di andare al lavoro la vanno a risentire un pò di corsa, e – salvo le famiglie con bambini piccoli che sono assediate da feste in maschera e non – la cosa finisce lì. Forse si è fatta della beneficienza in ottemperanza alla mizvà di fare doni ai poveri, forse si fa anche il banchetto tradizionale durante il quale bisogna bere a tal punto da dimenticarsi quale sia il buono e quale il cattivo, tra Aman e Mordechai. Le donne poi, di norma preparano i mishlochei manot, fatti in casa o assemblati con dolcetti e caramelle comperate, e tradizionalmente ascoltano la meghillà una sola volta, la sera. Quella del mattino non viene presa in considerazione, pur essendo mizvà tanto quanto l’altra.

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La conversione (3) Rav Toaff: Meno se ne fanno, meglio è

Continua la pubblicazione a puntate della rivista Alef-Dac dell’agosto del 1987.

A Rav Elio Toaff, presidente del Tribunale Rabbinico della Comunità di Roma, abbiamo rivolto alcune domande sulla conversione. Ecco le sue risposte.

Quante persone vengono nel corso di un anno a chiedere di convertirsi e quante vengono accettate?

Un centinaio. In particolare, donne che vogliono sposarsi con ebrei e, per quanto possa sembrare strano, persone che sono in cerca di lavoro e che sperano di trovarlo nella nostra Comunità. Vengono accettate 2-3 domande all’anno.

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