Giorgio Israel | Kolòt-Voci

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L’arroganza del veto

Giorgio Israel

Ho trovato francamente insopportabile che una persona ritornata all’ebraismo abbastanza di recente, come Anna Foa, si impanchi a decidere chi ha diritto a presentarsi come ebreo e chi no. Di fronte a una simile arrogante intolleranza va detto che se la “giovane” Sharon Nizza deve crescere prima di tentare l’arduo cammino della politica, molto più grave è il caso di chi consideri senza problemi votare per chi va a passeggio sottobraccio con un esponente di Hezbollah.

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Se il combattere l’omofobia nasconde una nuova intolleranza

“Caro Pezzana, ecco perché col matrimonio gay non si batte l’omofobia”. Israel risponde alla replica di ieri

 Giorgio Israel

Angelo Pezzana ritiene che la domanda (non mia ma di Alexandre Thomas) se sia possibile opporsi al matrimonio omosessuale senza essere omofobi sia retorica e contenga la risposta. A giudicare dal suo articolo, per lui la risposta è indiscutibilmente “no”, il che è un modo un po’ violento di chiudere la discussione, soprattutto se si dice “mettetevi il cuore in pace amici omofobi”, ovvero dichiarando che o si sta zitti e si applaude oppure si deve subire il marchio d’infamia. Un approccio pacato alla questione avrebbe dovuto prendere le distanze da certe manifestazioni di cui parlavo nell’articolo cui egli si riferisce, per esempio da frasi del tipo (tante volte udite): «Potrete sempre farvi chiamare papà e mamma in casa» – frasi che indicano che si vuole il passaggio in clandestinità del matrimonio naturale col risultato di mettere al posto dell’omofobia una nuova forma di intolleranza.

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Chi si oppone ai matrimoni gay è certamente omofobo

Dalle colonne del Foglio di oggi, Angelo Pezzana, fondatore del Fuori, il primo movimento di liberazione omosessuale in Italia, risponde per le rime all’articolo di Giorgio Israel per Shalom (Kolot di ieri)

Angelo Pezzana

“Si può dire no ai matrimoni gay senza per questo essere accusati di omofobia?”, si chiede Giorgio Israel sul mensile ‘Shalom’, una domanda retorica che contiene già in sé la risposta positiva. Di rincalzo, Roger Scruton, sul Foglio di sabato, si spinge ancora più in là, arrivando però a delle conclusioni involontariamente controproducenti per la sua tesi, che mira ad escludere la validità delle richieste di uguaglianza dei cittadini gay.

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Opporsi al matrimonio omosessuale senza essere omofobi

Secondo il Rabbino capo di Francia, paladino dei diritti civili, la presunta “lotta all’omofobia” nasconderebbe una pericolosa ideologia che va smascherata

Giorgio Israel

Nel dibattito che si è sviluppato in Francia attorno al progetto di legge per il matrimonio e le adozioni gay, lo scrittore Alexandre Thomas ha posto la domanda: «È possibile opporsi al matrimonio omosessuale senza essere omofobi?». La sua risposta è stata: sì, è possibile. Si può aggiungere che trattasi di una condizione necessaria: a distanza dagli anni in cui l’omosessualità era considerata una colpa da nascondere, il rigetto dell’omofobia è una questione di civiltà. Ma qui la posta in gioco va ben oltre un riconoscimento di dignità e di una serie di diritti. Non a caso il progetto di legge ha sollevato reazioni negative inattese in ambienti di sinistra che si riteneva automaticamente a favore, oltre a quelle di tutte le comunità religiose: cattolici, protestanti, musulmani ed ebrei. Di particolare importanza è stato il lungo documento che il gran rabbino di Francia Gilles Bernheim ha indirizzato al presidente Hollande e al primo ministro Ayrault.

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Qualche ipotesi sulla beatificazione ebraica del cardinale Martini

Un articolo del Foglio del 2009 ci racconta che cosa pensasse veramente del dialogo interreligioso il cardinale appena scomparso al quale a Milano vengono anche dedicati giardini del Keren Kayemet Leisrael

Giorgio Israel

E’ significativo che il violento attacco con cui il rabbino capo di Venezia Richetti ha accusato Benedetto XVI di aver demolito 50 anni di dialogo ebraico-cristiano sia apparso sul mensile dei gesuiti Popoli. Peraltro, basta attenersi ai fatti, senza ricorrere alla mediocre pratica della dietrologia, per rendersi conto che in questa diatriba vi sono moventi che con il merito hanno poco a che fare.

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L’unicità della Shoah è un’eresia cristologica

E tre. Israel risponde per le rime a un “indignato” Belli Paci che ieri su Kolòt (clicca) aveva attaccato il suo articolo del 4/9 (clicca).

Giorgio Israel

Egregio signor Belli Paci, lei esibisce come titolo per ribattere al mio articolo, che l’ha “profondamente disturbata”, l’essere parente di deportati ad Auschwitz. Lei deve essere molto suggestionato dal mito dell’“unicità”, altrimenti avrebbe evitato di esibire un simile titolo. Su queste basi probabilmente vincerei la contesa a tavolino, visto che, a parte mio padre, uno zio e una cugina (peraltro ormai deceduti), non un solo mio parente è sopravvissuto alla Shoah, salvo probabilmente qualcuno molto lontano di cui ignoro l’esistenza. Quindi, a meno che non voglia dire che sono un “rinnegato”, lasci perdere questo genere di argomenti.

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Perché l’unicità della Shoah è un’invenzione per non parlare dei crimini comunisti

Grass è ambiguo, ma la Shoah non è unica

Giorgio Israel

Alain Finkielkraut aveva previsto già una trentina di anni fa le conseguenze dell’introduzione del termine «genocidio», coniato nel 1944 per distinguere lo sterminio degli ebrei dagli altri crimini contro l’umanità: il formarsi di un codazzo di aspiranti allo stesso privilegio; il dilagare dei «confronti» tesi a dimostrare il diritto a ottenerlo e quindi tesi a sminuire la gravità del genocidio degli ebrei. Come osservò Finkielkraut, «dalle donne agli occitani, ogni minoranza oppressa proclamò il suo genocidio. Come se, senza di ciò, cessasse di essere interessante».

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