Gianfranco Di Segni | Kolòt-Voci

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Cento anni di Relatività

Avete ragioni tutti e due…

Gianfranco Di Segni

Gianfranco Di SegniC’è una situazione paradossale al centro della nostra conoscenza del mondo fisico. Il Novecento ci ha lasciato le due gemme di cui ho parlato: la relatività generale e la meccanica quantistica. […] Eppure le due teorie non possono essere entrambe giuste, almeno nella loro forma attuale, perché si contraddicono l’un l’altra. Uno studente universitario che assista alle lezioni di relatività generale il mattino e a quelle di meccanica quantistica il pomeriggio non può che concludere che i professori sono citrulli, o hanno dimenticato di parlarsi da un secolo: gli stanno insegnando due immagini del mondo in completa contraddizione. La mattina, il mondo è uno spazio curvo dove tutto è continuo; il pomeriggio, il mondo è uno spazio piatto dove saltano quanti di energia.

Il paradosso è che entrambe le teorie funzionano terribilmente bene. La Natura si sta comportando con noi come quell’anziano rabbino da cui erano andati due uomini per dirimere una contesa. Ascoltato il primo, il rabbino dice: “Hai ragione”. Il secondo insiste per essere ascoltato, il rabbino lo ascolta, e gli dice: “Hai ragione anche tu”. Allora la moglie del rabbino, che orecchiava da un’altra stanza, urla: “Ma non possono avere ragione entrambi!”. Il rabbino ci pensa, annuisce, e conclude: “Anche tu hai ragione”.

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Quel digiuno che unisce arabi ed ebrei

Gianfranco Di Segni

gazzelleUn paio di settimane fa ero a Gerusalemme. Da poco è stata aperta al pubblico la Valle delle Gazzelle, un parco naturale intra-urbano, e non ho perso l’occasione per visitarla. Conoscendo le abitudini di questi animali, sapevo che per poter vedere le gazzelle bisogna aspettare il tardo pomeriggio. Sono arrivato verso le 17.00 e sul cartello all’entrata era scritto “Apertura fino alle 19.30”, quindi stavo sereno. Alle 18.15, dopo aver girato il parco in lungo e in largo senza nessun avvistamento, il giovane e unico custode mi dice da lontano che entro mezz’ora avrebbe chiuso il parco.

Gli chiedo come mai così presto ma non capisco la risposta. Un po’ contrariato, riprendo a scrutare fra l’erba alta e finalmente vedo un paio di gazzelle che escono dalla macchia, e poi altre due ancora. Emozionato (chi ha mai sentito di gazzelle che vivono in città?), inizio a fotografarle con il tele-obiettivo in tutte le pose e posizioni immaginabili. Sarei rimasto lì ancora per molto se il custode non fosse tornato, poco dopo, a richiamare verso l’uscita tutti i visitatori (non molti a dire il vero). Parecchie proteste, anche se mi sembra io fossi l’unico realmente interessato a vedere gli animali.

Gli chiedo se solo quel giorno chiudeva prima e mi dice: “Fino a che dura il Ramadan” (ecco qual era la risposta che non avevo capito prima). Poi aggiunge: “O fino a che non trovano un custode ebreo”.

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Bella come un fiore

Dalla derashà tenuta all’Oratorio Di Castro di via Balbo, Roma, in occasione del primo giorno di Shavuot 5773

David Gianfranco Di Segni

Durante il Tikkùn di Shavuòt, la notte dedicata allo studio, ho letto una spiegazione di un brano talmudico sui Dieci Comandamenti che è “bella e perfetta come un fiore”, una immagine che ben si addice a questa giornata in cui le nostre sinagoghe sono piene di fiori ed erbe profumate. Che sia bella come un fiore non lo dico (solo) io, lo dice l’autore stesso, Rabbi Yaakov Yehoshua Falk (1680-1756), nel suo commento Pnei Yehoshua. Il brano del Talmud in questione (Shabbat 87a) riguarda la nota discussione sulla data in cui furono dati i Dieci Comandamenti, se il 6 di Sivàn (come dice la maggioranza dei Maestri) o il 7 (così afferma Rabbì Yosè).

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Taglietto sì, bagnetto no

Per chi crede che le dispute tra i rabbini italiani di oggi siano troppo accese, eccone una dell’inizio del Novecento sui figli dei matrimoni misti. E su cosa sennò?

Gianfranco Di Segni

Uno dei problemi che suscitò un acceso dibattito fra i rabbini di inizio Novecento (e anche a fine Novecento), è lo status religioso dei figli di matrimonio misto, in particolare quando la madre non è ebrea. Come è noto, secondo la legge ebraica, si è ebrei o nascendo da madre ebrea o convertendosi all’ebraismo. La conversione richiede una procedura complessa, che per l’adulto maschio prevede la milà (circoncisione) e per entrambi i sessi la tevilà (immersione in un bagno rituale) e l’accettazione delle mitzvot (precetti religiosi) davanti a un Bet Din (tribunale rabbinico). Nell’Ottocento le conversioni di adulti non erano così diffuse come sarebbero state nella seconda metà del Novecento e oggi stesso. Dopo l’emancipazione, però, aumentarono di gran lunga i matrimoni misti. Quando una donna ebrea si sposava un non-ebreo, i figli nascevano ebrei e tali venivano cresciuti (a meno di una differente decisione dei genitori). Nel caso reciproco, tuttavia, quando il padre era ebreo e la madre no, e i genitori volevano crescere il figlio come ebreo, questo doveva essere convertito.

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Sull’importanza di pulci e pidocchi

Halakhà e scienza a partire da una lettera sul processo di conversione

David Gianfranco Di Segni

Nel numero di luglio di Ha Keillah una lettera di Roberto Gandus parla delle difficoltà e lungaggini riscontrate nella Comunità di Roma per la procedura di conversione di suo figlio. Non entro nel merito della questione, in cui non sono affatto coinvolto. Sono però stato incuriosito da un riferimento che Gandus fa en passant sulle pulci e i pidocchi. Nelle lezioni di ebraismo ricevute dal ragazzo (e forse dal padre), infatti, non si parlava “di concetti filosofici: l’importante era sapere se al sabato si possono uccidere i pidocchi e non le pulci o viceversa; adesso questa regola l’ho già dimenticata, forse proprio perché per me l’ebraismo era altro”. Poiché mi sono recentemente occupato di questo argomento, anche se non credo che ciò abbia a che fare con le lezioni sentite da(i) Gandus, posso fornire qualche nozione di ebraismo su pulci e pidocchi dai risvolti filosofici.

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Kabbalà per farlocchi

L’ultimo best-seller di Marek Halter pubblicato dalla Newton Compton. Il cabalista di Praga: il Maharal fra scienza e magia

Gianfranco Di Segni

Metti la parola cabalista nel titolo e avrai un successo assicurato. A quanto pare è questa la ricetta scelta per l’ultimo libro di Marek Halter, autore dell’indimenticabile “Abraham” di una ventina d’anni fa. Il cabalista di Praga (a differenza di altri cabalisti fittizi, seppur verosimili, come quello di Lisbona dello scrittore R. Zimler) è niente meno che il famoso Maharal, Rabbi Yehudà Loew (ca. 1520-1609), uno dei più grandi filosofi ebrei. Chi è stato a Praga, avrà certamente visto la statua a lui dedicata, in cui è raffigurata anche una giovane donna, probabilmente la nipote prediletta Eva, che è la vera protagonista del libro di Halter.

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E chi l’avrebbe detto? I rabbini?

Dialogo tra una professoressa e un rabbino

Gianfranco Di Segni

Al Seder della seconda sera di Rosh Hashana, in una casa ebraica romana, ho assistito al seguente dialogo fra una professoressa e un rabbino. La prima parte è una fedele trascrizione dello scambio fra i due protagonisti, la seconda si basa su quanto il rabbino in questione, che conosco molto bene da diversi decenni, mi ha spiegato al ritorno verso casa. [Le parole fra parentesi sono annotazioni esplicative aggiunte da me].

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