Gerusalemme | Kolòt-Voci

Tag: Gerusalemme

Halakhà Bricolage

Jonathan Pacifici, che da anni scrive e diffonde via email una commento alla parashà settimanale, reagisce stizzito alla lettura della Meghillà delle donne (Kolot del 24/6/09).

Caro David,

ho letto l’articolo di Daniela Fubini e Miriam Camerini sulla Meghillà delle donne. Non tedierò i lettori della tua newsletter con le inesattezze riportate nè con il pilpul halachico. L’ho fatto per gli ultimi tre anni ed evidentemente non è servito a gran che. Perché ti scrivo allora?

Continua a leggere »

Ester a Gerusalemme: dialogo tra due donne sulla meghillà

Ancora su donne e ortodossia ebraica. Lo scorso Purim al Tempio Italiano di Rechov Hillel si è ripetuta la lettura femminile della Meghilàt Ester. Interessante scambio tra due protagoniste.

Daniela Fubini e Miriam Camerini

M : “Vahi biimei Achashverosh, uhu Achashverosh»… che insolita sensazione se queste parole e la melodia che da secoli le accompagna risuonano nel tempio con voce di donna! La prima reazione è di sorpresa, straniamento, qualcosa di «fuori dalla norma»: ma è davvero così strano? Avviciniamoci per capire cosa succede, di chi sono quelle voci.

D : A Purim, in Italia, la maggior parte degli ebrei che ci tengono vanno al tempio la sera per ascoltare la Meghillat Ester, e il giorno dopo magari prima di andare al lavoro la vanno a risentire un pò di corsa, e – salvo le famiglie con bambini piccoli che sono assediate da feste in maschera e non – la cosa finisce lì. Forse si è fatta della beneficienza in ottemperanza alla mizvà di fare doni ai poveri, forse si fa anche il banchetto tradizionale durante il quale bisogna bere a tal punto da dimenticarsi quale sia il buono e quale il cattivo, tra Aman e Mordechai. Le donne poi, di norma preparano i mishlochei manot, fatti in casa o assemblati con dolcetti e caramelle comperate, e tradizionalmente ascoltano la meghillà una sola volta, la sera. Quella del mattino non viene presa in considerazione, pur essendo mizvà tanto quanto l’altra.

Continua a leggere »

Ebree ortodosse, belle senza peccato

Nella Gerusalemme talmudica è boom di cure estetiche. Ma tutto va fatto di nascosto

Francesca Paci

Rachel cammina svelta, a testa bassa, indistinguibile dalle centinaia di mamme e figlie che nel pomeriggio sciamano per le strade di Mea Sharim, il quartiere ultraortodosso di Gerusalemme. Il volto pallido, incorniciato dalla parrucca che contraddistingue le donne sposate, dimostra trent’anni, la gonna scende informe fino alla caviglia, le calze sono scure, pesanti. Attraversa Strauss Street senza indugiare alle bancarelle zeppe di dolci per il Purim, il carnevale ebraico, s’infila in un vicolo largo un metro e scompare oltre l’androne d’una palazzina scalcinata su cui è affissa una piccola insegna bianca e rosa, «Ye’elat Chen Salon».

Continua a leggere »

Discorso per il centenario della Sinagoga di Roma

Rav Riccardo Di Segni

Quando circa tre millenni fa il re Salomone costruì il Tempio di Gerusalemme lo inaugurò con una lunga preghiera. E’ un testo che fa ancora oggi impressione per la sua forza spirituale, e per la chiarezza con cui pone una domanda fondamentale. Rivolgendosi a D. il re si chiese: “il cielo e i cieli dei cieli non Ti possono contenere, e come mai potrebbe farlo questo luogo che ho costruito?” (1 Re 8:27). E’ la stessa domanda di ogni fedele monoteista davanti a qualsiasi tempio che vorrebbe avere la pretesa di limitare o concentrare in un unico luogo Colui che invece è il luogo del mondo. La risposta di Salomone fu che il suo Tempio era o un riferimento, un simbolo, un luogo di attenzione speciale, di incontro e di comunicazione tra uomo e cielo, tra trascendente e immanente. Continua a leggere »

Alain Finkielkraut: “Mai gli Ebrei si sono sentiti così soli”

Il filosofo analizza la situazione nel Medio-Oriente e tenta di spiegare l’insuccesso del processo di pace.

Marianne: In Israele lei ha parlato con un gran numero di responsabili politici ed intellettuali, in particolare a sinistra. Ha avvertito questo smarrimento del campo progressista israeliano del quale si parla, mentre il ciclo attentati-suicidi e rappresaglie sembra doversi ripetere all’infinito ?

Alain Finkielkraut: Ho avuto una lunga conversazione con Benny Morris, il capo fila di questi nuovi storici che hanno messo in difficoltà la leggenda dorata del sionismo. Dal lavoro di Morris, risulta il fatto che nel 1948 da 600.000 a 700.000 Palestinesi sono fuggiti poiché la loro società, in via di decomposizione, non era pronta ad affrontare la guerra, ma anche perché subivano atti di espulsione e di intimidazione da parte degli ebrei. Nel 1998, all’epoca della prima intifada, lo stesso Benny Morris è stato in prigione per essersi rifiutato di servire nei Territori occupati. A partire dal 1992, ha creduto alla pace. Allora tutto sembrava possibile: la Giordania concludeva un trattato, la Siria negoziava, il blocco comunista era distrutto, la risoluzione «vergognosa» dell’ONU, secondo la definizione di Michel Foucault, assimilante sionismo e razzismo veniva abbandonata, Arafat, a secco dalla guerra del Golfo, adottava una attitudine più morbida. Poi tutto è crollato, a partire dal fatto dell’incapacità dei Palestinesi a dire almeno «si ma» ai compromessi che erano stati loro proposti a Camp David. Questo massimalismo, aggiunge Benny Morris, gli procura guai sin dagli anni 30. Continua a leggere »

Se un uomo di fede sceglie la via dei kamikaze

Riccardo Di Segni

Una guida religiosa dovrebbe incarnare un ideale di moderazione e convivenza pacifica

L’attentato all’autobus di Gerusalemme impone nuovamente delle riflessioni sulle componenti intricate di un conflitto infinito e in particolare sul ruolo che vi hanno le religioni. Non passano inosservati i dati biografici sul giovane attentatore, padre di due figli, insegnante di scuola elementare e guida religiosa della sua comunità. Un curriculum personale che in una società diversa potrebbe rappresentare un ideale di moderazione, di convivenza, di costruzione di un mondo pacifico. Continua a leggere »