David Piazza | Kolòt-Voci

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Il doppio trionfo di Riccardo Pacifici

David Piazza

Spesso, quando un candidato in una qualsiasi competizione è molto forte si dice che “lotti contro se stesso”, ma leggendo i risultati delle elezioni nella Comunità più grande d’Italia, non è questo il caso di chi in vent’anni ha letteralmente rovesciato il concetto di “fare politica ebraica” in Italia.

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Prima i contenuti e poi la forma

Dal numero di gennaio di Shalom: Che futuro per l’informazione ebraica in Italia?

David Piazza

È curioso osservare come l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, quando decide di muoversi dal suo immobilismo, spesso riesca ad andare in controtendenza.

Sono mesi che si agita lo spettro di un giornale ebraico nazionale che a molti piace chiamare, chissà perché, “unico”. Uno dei sostenitori più convinti di questo progetto, il mio amico Guido Vitale, giornalista e consulente per la comunicazione all’Ucei, mi ha elencato i possibili vantaggi: l’ottimizzazione delle risorse economiche che le diverse Comunità certo non lesinano, l’autorevolezza di una voce ebraica unitaria, la possibilità di dedicarsi a temi di respiro nazionale che spesso le testate locali rischiano di non avere. Fin qui Vitale.

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Il paese delle meraviglie

Continua il dibattito su riformati e Comunità ebraiche in Italia

David Piazza

Il pacato e rassicurante intervento su Kolot del 19/11 di Ugo Volli, presidente della sinagoga milanese riformata Lev Chadash, colpisce non tanto per le omissioni e le reticenze riguardo il suo movimento, quanto perché contraddice un principio che è alla base di ogni novità che si presenta su un palcoscenico già calpestato da vecchi attori, cioè quello della differenziazione. Come direbbe Veltroni, ogni novità deve portare portare una discontinuità. Continua a leggere »

Gli ortodossi e le volpi

Sull’apertura delle Comunità Ebraiche ai gruppi riformati

David Piazza

Claudio Canarutto, nel suo vivace intervento su Kolòt dell’8/11, perorando l’insistente richiesta dei gruppi riformati di essere accolti nelle istituzioni ebraiche italiane, solleva una lunga serie di problemi diversi tra loro che meritano ormai di essere affrontati seriamente. Vorrei dare la mia opinione su quello più noioso, quello istituzionale. Ma prima mi si permetta una considerazione generale. Continua a leggere »

Che cosa non c’è bisogno di pulire per Pèsach?

Rav Shlomo Aviner*

Chi parte per Pèsach

MatzaChi parte per Pèsach e quindi non si trova in casa, può essere facilitato e non pulire nulla. In che maniera? Non solo si vende il chamètz, ma anche tutte le sue briciole. Certo non si possono vendere solo le briciole, perché non avrebbe senso dal punto di visto halakhico, ma si può però vendere il chamètz che sta in un armadio, compreso lo sporco. Oppure si può anche comprendere (nella vendita) tutto il chamètz di un’abitazione, senza che ci sia bisogno di pulire alcunché. Se però qualche ospite vi dovesse abitare (nei giorni di Pèsach) si devono pulire le stanze che verranno usate. Le altre stanze non in uso, verranno quindi sigillate con del nastro adesivo e si venderà il chamètz in esse contenuto.

Resta la domanda: in che maniera allora si può adempiere alla mitzvà della ricerca del chamètz, senza perderla? Se si arriva, la sera del 14 (la vigilia), nel luogo dove si trascorrerà Pèsach, quello è il luogo dove va fatta la ricerca del chamètz; ma se si arriva la mattina (del 14), si deve pulire bene e controllare una stanza “facile”, per esempio l’ingresso, ma senza bisogno vendere il chamètz contenuto. È chiaro però che si deve controllare, pronunciando la berakhà relativa, anche il locale dove si risiederà, se questo non è stato fatto prima.

Chamètz in quantità minore di un “kazàit”

Riguardo al chamètz in quantità minore di un “kazàit” (27 cmq o un cubetto di 3 cm), non si trasgredisce la regola di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi” (cfr. “Igròt Moshè”). È scritto sulla “Mishnà Berurà” che qualsiasi cosa che sia chamètz “visibile” rientra nella categoria del divieto di consumare del chamètz che ha “passato Pèsach” (senza essere stato venduto), ma se questo viene compreso nella vendita del chamètz, è sicuramente permesso tenerlo. Certo, meno di un “kazàit” non si può certo mangiare, ma non si trasgredisce (per esso) al divieto di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi”.

Generalmente infatti, nelle stanze non si trovano grossi pezzi di chamètz, a meno che un bambino non vada in giro con un panino in mano, o con dei biscotti da sbriciolare. Ma se si tratta di una stanza dove non si va in giro col cibo, non c’è affatto bisogno di pulirla (per Pèsach)!

Tra l’altro, per questa ragione, riguardo l’usanza di nascondere i “bocconcini” di chamètz, bisogna stare attenti a che siano minori di un “kazàit”, in maniera che se non se ne dovesse trovare uno, non c’è bisogno poi di impazzire a cercarlo, perché si può fare affidamento sulla formula di annullamento che si pronuncia dopo la ricerca. Continua a leggere »

La kashrut a Torino

Alberto Somekh

Ho letto l’importante ed interessante scritto di David Piazza: “I costi della kashrut in Italia”, che mette sul terreno alcune delle problematiche del settore. Rispondendo ad un invito esplicito dell’Autore, voglio aggiungere a mia volta alcune considerazioni tratte soprattutto dalla mia esperienza di Rabbino Capo di una media Comunità italiana. A Torino distinguiamo fra due procedure diverse di “hekhsher”: la “certificazione kasher” e l'”autorizzazione kasher”. Continua a leggere »

I costi della kashrùt in Italia 2

Alcune reazioni all’articolo. Altre seguiranno.

Nella sua newsletter sulla Kashrùt, il Consigliere David Piazza esprime delle idee apparentemente condivisibili da tutti. Prezzi troppo cari, confusione dei ruoli di alcuni dipendenti comunitari (leggi Rabbini), concorrenza forse sleale di rabbini stranieri e non , invasione di campo (hassagàt ghevùl) e lesa maestà delle autorità rabbiniche locali. Lodevolmente ci ricorda come le istituzioni centrali (UCEI) si siano distinte per l’iperattivismo nei settori della cultura, la (legittima) memoria dei morti, la conservazione dei beni artistici etc, trascurando invece i reali bisogni religiosi,quali ad esempio la Kashrùt. Continua a leggere »