Bernard-Henri Lévy | Kolòt-Voci

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Non credere ma capire. La missione degli ebrei

Un estratto dal nuovo libro del filosofo francese Bernard-Henri Lévy «L’Esprit du Judaïsme» in uscita giovedì 4 febbraio per l’editore Grasset

Bernard-Henri-Levy-Bernar-006Uno dei miei figli, cui faccio leggere qualche pagina di questo libro e che si meraviglia del mio modo di evocare, evitare, senza però invocarlo mai veramente, il nome del divino, mi pone la domanda che forse si porranno altri lettori: credi in Dio? A una domanda così diretta, rispondo altrettanto direttamente che non è lì il problema e che, in ogni caso, non si pone in quei termini.

Infatti, se tutto quello che ho scritto finora è, se non vero, almeno sensato, se il genio di Rashi, di Maimonide o di Giona somiglia a ciò che asserisco, se il Talmud è proprio quel getto di scintille che continuano a sfavillare fra coloro che hanno mantenuto il gusto di accostarsi alla parola di Mosè accantonata e riattivata a colpi di enigmi, di paradossi, di parole limpide o ingannevoli, di sensi costruiti o decostruiti, di enunciati ben articolati o bruscamente aberranti, allora tutto questo significa che gli Ebrei sono venuti al mondo meno per credere che per studiare; non per adorare, ma per comprendere; e significa che il più alto compito al quale li convocano i libri santi non è di ardere d’amore, né di estasiarsi davanti all’infinito, ma di sapere e di insegnare.

Ricordo i testi di Levinas che accompagnarono i miei primi passi e che insistevano sulla grande ostilità del pensiero ebraico al mistero, al sacro, alla mistica della presenza, alla religiosità. Ricordo i suoi ammonimenti, ripresi da Blanchot, contro il grande errore che sarebbe dare ai nostri doveri verso Dio la precedenza sugli obblighi verso gli altri, al punto di vista sull’etica, all’indiscrezione nei confronti del divino la precedenza sulla sollecitudine verso il prossimo. (…)

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Dietro la maschera della normalità i volti intolleranti del Front national

Bernard-Henri Lévy

Bernard-Henry LevyDovete sapere che Louis Aliot, candidato del Front national (Fn) a Perpignano, è il proprietario di una rivista, Nations presse magazine , di cui ha affidato la direzione a un ex dirigente dell’ «Oeuvre française», il gruppuscolo antisemita disciolto nel 2013.

Dovete sapere che Laurent Comas, che si presenta nel quinto settore di Marsiglia, nelle ultime elezioni cantonali aveva come direttore di campagna un uomo condannato per detenzione illegale di armi da fuoco e di elementi atti a comporre una bomba. E che il suo compagno Jean-Pierre Baumann, capolista nel terzo settore della città, presiede l’associazione di sostegno ai tre attacchini che, il 21 febbraio 1995, assassinarono a sangue freddo un giovane comoriano di 17 anni.

Dovete sapere che Gilbert Collard, candidato a Saint-Gilles, e che vorrebbe tanto rappresentare il volto umano del partito di Jean-Marie Le Pen, lo scorso 3 dicembre era presente ai funerali di Paul Aussaresses, il generale tristemente celebre per essersi vantato di aver praticato senza rimorsi, in Algeria, la tortura. Quel giorno, in chiesa, davanti ad alcune decine di vecchi parà, spesso passati per l’Oas, ha dichiarato : «La sua più nobile decorazione è quella dell’obbrobrio».

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Bernard-Henri Lévy ci ricasca. Sta ancora con gli antisemiti

II filosofo (ebreo) maldestro.  Senza di lui l’intervento francese in Libia forse non ci sarebbe stato. Come ringraziamento, i libici lo hanno bandito in quanto ebreo

Daniel Mosseri

Bernard-Henry LevySarà la voglia di andare sempre controcorrente. Oppure uno slancio di inguaribile ottimismo. Sta di fatto che per Bernard-Henri Lévy la rivoluzione in corso in Ucraina non è antisemita. L’intellettuale più famoso di Francia, noto tanto per i suoi libri quanto per le sue camicie bianche immacolate e il capello un po’ spettinato che fa tanto filosofo di regime, è stato individuato nei giorni scorsi a Maidan, centro dell’assedio al governo del deposto presidente Viktor Yanukovich. Da bravo francese, BHL (questo il suo acronimo) è un entusiasta sostenitore delle rivoluzioni. Eccolo quindi apparire dal centro di Kiev sulle tv internazionali per affermare: «Non ho incontrato neonazisti, non ho sentito antisemiti, ma ho visto un movimento maturo, determinato e profondamente liberale che vuole solo ridare un contenuto al progetto europeo, un progetto di cui noi invece abbiamo smarrito il significato». Nella sua analisi in cui splende il sol dell’awenire, BHL dimentica però di spiegare l’allerta lanciata per esempio da Moshe Reuven Asman, il rabbino capo d’Ucraina del movimento ortodosso Chabad che poche settimane fa invitava i suoi correligionari ad abbandonare la capitale dopo una serie di attacchi antisemiti condotti contro la sua scuola rabbinica nei pressi di Maidan.

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Gli ebrei, poco eletti e molto razzisti

Parla lo spericolato Marek Halter, sostenitore e censore del sionismo

Abbiamo incontrato lo scrittore Marek Halter, in Italia per pubblicizzare la sua nuova fatica letteraria «La regina di Saba» dedicata all’affascinante quanto mitica regnante. Cosa dire di Halter? La sua vita è paragonabile ad una pagina dei suoi romanzi. Nato in Polonia nel 1936 da una poetessa yiddish e da un tipografo ebreo, scappa rocambolescamente dal ghetto di Varsavia devastata dalla follia nazista. Si rifugia con la famiglia in Uzbekistan, in una Russia soggiogata dalla pazzia del comunismo imperante di Stalin. Superstite dei due totalitarismi del XX secolo, nel 1950 arriva in Francia e diventa pittore, romanziere, leader dell’ebraismo e dell’antirazzismo mondiale, fondatore, con Bernard-Henri Lévy, del Movimento «SOS Razzismo», illustre firma di Libèration, perchè, bisogna dirlo, l’anima di Halter è sempre stata di sinistra, quella vera, tenace, militante.

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