Auschwitz | Kolòt-Voci

Tag: Auschwitz

Il sopravvissuto ad Auschwitz che critica l’Europa sull’Islam

Nel Kolòt di ieri per un imperdonabile errore è stato attribuito a un “anonimo non-ebreo” un articolo scritto invece da Ugo Volli per Informazione Corretta. Ci scusiamo con l’autore e con i lettori

Il Nobel Imre Kertész contro “la civiltà che non è in grado di difendersi e adora il nemico”. Libro-scandalo del Nobel Imre Kertész, sopravvissuto ad Auschwitz

Giulio Meotti

Imre Kertész

Imre Kertész

A quindici anni, nel 1944, Imre Kertész fu deportato nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz e Buchenwald. Ne usci per miracolo, per essere sepolto sotto la dittatura comunista del partito unico a Budapest e licenziato come giornalista perché rifiutava di “normalizzarsi” al vassallaggio di Mosca. Così divenne operaio di giorno e scrittore di notte, mentre traduceva dal tedesco autori come Nietzsche, Hofmannsthal, Schnitzler, Freud, Roth, Wittgenstein e Canetti. Il suo primo romanzo esce nel 1975, dopo dieci anni di ostracismi. Si tratta del capolavoro “Essere senza destino”, in Italia disponibile da Feltrinelli. Kertész sarebbe di nuovo resuscitato, dopo il crollo del Muro di Berlino, come una delle voci più alte e nobili dell’umanesimo mitteleuropeo e del suo parnaso letterario. Come una delle voci maggiori della letteratura dell’Europa centrorientale, rimasta a lungo ai margini del grande pubblico per via di una lingua strana e stupenda, fino alla celebrazione da parte dell’Accademia reale di Svezia che ne12002 gli ha comminato il premio Nobel per la Letteratura.

Difficile immaginare che le case editrici italiane adesso vogliano acquistare i diritti della sua ultima fatica, “Den sista tillflykten”, l’ultimo rifugio. Le poche anticipazioni disponibili, fatte uscire dal noto blogger letterario Thomas Nydahls e confermate dall’editore Weyler, lasciano intendere un libro “islamofobo”, come lo hanno già definito certi pigri critici culturali. A pagina 177, Kertész, che vive a Charlottenburg, l’elegante quartiere di Berlino e storica mèta degli intellettuali ebrei (il Nobel ha affidato alla Germania il suo archivio letterario), attacca “l’Europa che ha prodotto Hitler” e che oggi “spalanca le porte all’islam”, che “non osa più parlare di razza e religione, mentre l’islam conosce solo il linguaggio dell’odio contro religioni aliene”‘. E ancora: “Vorrei parlare di come i musulmani stanno inondando, occupando, distruggendo l’Europa”, complice “il liberalismo suicida, infantile e schivo” e la “democrazia stupida”, vittime della “menzogna” e del “totale abbandono di sé”. Continua a leggere »

L’immunologo ad Auschwitz

Il medico ebreo Ludwik Fleck sperimentò nel ghetto di Leopoli un vaccino anti-tifo tratto dai pazienti infetti: un ufficiale SS ne fu colpito e gli affidò la guida del laboratorio nel Lager

Sergio Luzzatto

AllenPrimo Levi ha riconosciuto come decisivo per la sua sopravvivenza ad Auschwitz il fatto di avere potuto lavorare, da un certo momento in poi, nel Kommando Chimico di Monowitz-Buna. Di essere stato redutato, grazie alla sua laurea scientifica, in quella caricatura della ricerca sperimentale che nella fabbrica Buna corrispondeva al laboratorio del Reparto Polimerizzazione. L’ebreo italiano tatuato con il numero 174517 è sopravvissuto perché aveva superato, al cospetto del «Doktor Pannwitz», un «esame di chimica» (è il titolo di un capitolo di Se questo è un uomo) talmente improbabile e grottesco da contenere – forse – l’«essenza della grande follia della terza Germania». Un anno prima di lui, a un altro uomo di scienza toccò di avvicinare l’essenza di quella grande follia. Era un uomo di oltre vent’anni più vecchio del venticinquenne Primo Levi, e ben più noto di lui prima di essere deportato. Era un medico polacco, un ebreo di Galizia che si chiamava Ludwik Fleck e che aveva pubblicato in tedesco, nel 1935, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico: una pietra miliare della moderna epistemologia. Nella Leopoli tragica del 1943, toccò a Fleck di superare, al cospetto di un tale dottor Weber delle SS, un esame di batteriologia. E gli toccò quindi di aderire al più incongruo possibile dei profili professionali: immunologo ad Auschwitz.

La storia di Fleck, e delle straordinarie circostanze che lo portarono a dirigere il laboratorio sierologico del cosiddetto Istituto di Igiene di Auschwitz, è raccontata ora in un libro tradotto per i tipi di Bollati Boringhieri: ll fantastico laboratorio del dottor Weigl, di Arthur Allen. Un gran bel libro, sul più ingrato degli argomenti: la lotta contro il tifo nell’Europa del Terzo Reich e della Soluzione finale; nell’Europa di Heinrich Himmler e del dottor Mengele, delle finte docce di Auschwitz e delle vere camere a gas. Il collante della storia è rappresentato – evidentemente – dai pidocchi. Dagli insetti parassiti, che fin dall’inizio del Novecento erano stati scientificamente riconosciuti quali agenti infettivi del tifo. E dagli ebrei, che fin dagli esordi del nazismo erano stati additati quali parassiti disgustosi e ubiqui, che andavano estirpati dal corpo sano della Germania e dall’intero suo «spazio vitale». La «geomedicina» tedesca degli anni Trenta aveva fatto il resto, promuovendo l’idea che il tifo fosse una patologia caratteristicamente ebraica, e prestando così legittimazione scientifica alla costruzione dei ghetti. Dopodiché, il nesso cogente tra disinfestazione dai pidocchi e disinfestazione dagli ebrei aveva trovato la più plastica delle evidenze – ad Auschwitz-Birkenau – nella procedura di svestizione che immediatamente precedeva l’andata in gas.

Continua a leggere »

Se Auschwitz diventa una scuola per ebrei disattenti

«Ad Auschwitz saresti stata attenta». Frase antisemita contro un’alunna. Il ministro Profumo chiede una relazione. Classe in rivolta

ROMA – Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha chiesto una «relazione scritta» in merito alla frase antisemita che, secondo quanto riferito da Repubblica, sarebbe stata pronunciata da una docente di matematica nei confronti di un’alunna ebrea in una scuola romana: «se fossi stata ad Auschwitz saresti stata più attenta». La richiesta del ministro è stata fatta alla preside dell’istituto Caravillani, Anna Maria Trapani, la quale già il 21 gennaio aveva inviato un richiamo scritto alla professoressa, che ore si trova in malattia. Il fatto sarebbe accaduto a ottobre ed è stato reso noto giovedì durante una visita della classe della giovane al Museo della Comunità ebraica.

Continua a leggere »

L’uomo che perse 10 figli ad Auschwitz

Una storia che in pochi conoscono. Il 16 ottobre del 1943 i nazisti prelevarono la sua famiglia. Furono uccisi tutti. Settimio Calò fu l’unico a salvarsi. Ora Roma lo ricordi

Gian Antonio Stella

C’ è un buco, nello stradario di Roma. Tra piazza Elio Callistio e via Calopezzati, seguendo l’ordine alfabetico, manca uno slargo, una piazzetta, un vicolo che porti il nome di Settimio Calò. Vi chiederete: Calò! Chi era costui? Era un piccolo uomo qualunque che non desiderava altro che vivere una vita qualunque. Aveva una moglie e dieci figli. Passarono tutti per il camino di Auschwitz. Tutti. A lui andò peggio, diceva. Molto peggio: era sopravvissuto.

Continua a leggere »

Come gli Usa divennero il rifugio dei nazisti

Rivelazione del New York Times: dopo la guerra molti criminali di guerra furono impiegati da Cia e Nasa

Ennio Caretto

WASHINGTON – Dopo la sconfitta del Terzo Reich gli Stati Uniti ospitarono più criminali di guerra nazisti di quanto si sospettasse e lo nascosero agli alleati. Ne fecero uso in particolare la Cia, lo spionaggio, e in secondo luogo la Nasa, l’ente spaziale. Lo svela un rapporto del Ministero della giustizia, più precisamente del suo Office of special investigation (Osi) istituito nel ’79, rapporto venuto in possesso del New York Times.

Continua a leggere »

Shoah vera o falsa? Non si decide per legge

Sergio Luzzatto

È certo avvilente la realtà delle cronache e delle inchieste di questi giorni. A Teramo, un professore di storia semisconosciuto agli studi, ma ultramediatizzato per le sue pseudo-lezioni sulla Shoah. Online, un intero sottobosco di siti antisemiti oltreché negazionisti. Il tutto, in coincidenza con l’anniversario del 16 ottobre 1943: quando una retata nazifascista consegnò oltre mille ebrei romani al treno per Auschwitz.

Continua a leggere »

“La Shoah? Una fandonia, un complotto”

Viaggio nel negazionismo via internet

Siti, blog, forum spesso registrati all’estero per bypassare le eventuali restrizioni. Si va da quelli dei movimenti neonazisti a quelli più o meno ufficiali di Forza Nuova, a profili privati sui social network. Interventi non sempre anonimi

Marco Pasqua

Dai forum dei movimenti neonazisti a quelli, più o meno ufficiali, di Forza Nuova, passando per privati profili di Facebook e blog a tema. I negazionisti italiani e, soprattutto, i loro simpatizzanti, sfruttano il web per far circolare le loro assurde tesi che mirano a diffondere la convinzione che il piano di sterminio degli ebrei, disposto dal regime nazista, non sia mai esistito. Non sempre si nascondono dietro all’anonimato e, talvolta, firmano i loro interventi con nome e cognome. Alcuni di loro sono disposti ad ammettere che i nazisti hanno fatto delle vittime, ma certamente non nelle “camere a gas”, di cui negano l’esistenza. I loro siti sono spesso registrati all’estero, con l’intento di bypassare le eventuali restrizioni sui contenuti imposte da alcune piattaforme di blogging. Contenuti che sono costantemente monitorati dalla polizia postale che, alcune volte, riesce a contestare loro la violazione della legge Mancino. Una lista di queste pagine web era già finita al centro di un’indagine promossa dal Comitato di indagine conoscitiva sull’Antisemitismo, presieduto dalla deputata Fiamma Nirenstein, e oggetto di minacce sugli stessi siti.

Continua a leggere »