Alfonso Arbib | Kolòt-Voci

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Quei no ebraici che aiutano a crescere

Il Rabbino Capo di Milano replica alla lettera di Stefano Jesurum pubblicata dal Bollettino e che criticava alcune sue decisioni (clicca qui)

Alfonso Arbib

Contrariamente alle mie abitudini interverrò sull’articolo del consigliere Stefano Jesurum. Lo faccio perché alcune delle cose dette mi riguardano direttamente e riguardano più in generale il Rabbinato e il ruolo di un rabbino nella comunità ebraica. Jesurum insiste molto sul concetto di accoglienza e conclude il suo articolo dicendo “vogliamo che i nostri nipoti e i nipoti dei nostri nipoti abbiano la possibilità, domani, di trovare ancora una Comunità ebraica di Milano a cui iscriversi”. Sono perfettamente d’accordo, il problema è come si ottiene questo risultato. Continua a leggere »

Le due porte della Teshuvà

Alfonso Arbib

Nella parashà di Chukkàt il popolo ebraico si lamenta per due volte per la mancanza di acqua: la prima volta Dio risponde semplicemente fornendogli l’acqua, la seconda li punisce severamente. Come mai? Il Ralbag risponde che c’è una differenza fondamentale: la prima volta, gli ebrei non avevano veramente l’acqua; la seconda l’acqua c’era.

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Una settimana con rav Arbib

L’ultimo numero di Pagine Ebraiche, in un corposo inserto dedicato alla figura del rabbino, ha chiesto ai Rabbini capo delle due Comunità più grandi Roma e Milano di descrivere la loro settimana. Ecco il testo del Rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. C’è chi dice che i rabbini si annoiano…

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Lunedì 5 giugno

Ore 7.45. Shachrit al tempio centrale di via Guastalla.

Unendo i frequentatori del tempio grande e quelli del tempio piccolo di sotto abbiamo il minian tutte le mattine della settimana. Io ci sono sempre tranne il mercoledì, quando vado a fare shachrit alla scuola ebraica per una tefillah a prima dell’inizio delle lezioni.

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Pesach: schiavi di chi?

Alfonso P. Arbib

Uno dei brani più noti della Haggadà di Pèsach è Avadìm hayìnu. Ne citiamo una parte: “Siamo stati schiavi del faraone in Egitto … e se Dio non avesse fatto uscire i nostri padri dall’Egitto, noi, i nostri figli, e i figli dei nostri figli saremmo ancora schiavi del Faraone in Egitto”.

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Torino: Quali rabbini nel nostro domani?

Un seguitissimo convegno riporta a Torino la leadership culturale che aveva perso negli ultimi anni

Giulio Tedeschi

Tutti gli oratori l’hanno definita un gran pasticcio. Ed è già molto meglio delle precedenti. L’ultima versione della travagliata proposta di riforma dello Statuto, in tema di rabbini, recita che Per l’espletamento dei compiti di cui all’articolo 1, comma 2… la Comunità nomina un Rabbino Capo. Lo nomina per un periodo di sette anni. Rinnovabili. Ora l’art. 1 elenca semplicemente tutte, nessuna esclusa, le competenze e gli ambiti d’intervento di una Comunità.

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Un Tribunale rabbinico autonomo e autorevole

Alfonso Arbib

Mi sembra che la discussione che si è aperta sia interessante pur nelle sue asprezze e forse grazie alle sue asprezze. La proposta di istituire un Beth Din unico in Italia credo che vada esaminata con attenzione. Personalmente credo che possa essere una buona idea, anche se è ovviamente vero ciò che dice rav Di Segni, cioè non è questa la situazione generale dei Batè Din in Europa e nel mondo. Credo però che l’Italia, viste anche le dimensioni molto ridotte delle comunità possa giovarsi di una situazione di questo tipo. Questo però a patto di rendere tale Beth Din assolutamente autonomo rispetto alle comunità e autorevole, a patto che sia mobile e che abbia uno stretto collegamento con i Rabbinati locali. Quello dell’autonomia è un tema assolutamente essenziale, dovrebbe essere una preoccupazione non solo dei rabbini, dovremmo pensare seriamente a quali soluzioni adottare per garantire questa autonomia.

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Israele, nasce la protesta laica «Basta la circoncisione»

Un’ associazione di genitori dice no alla pratica. Ma il 97 per cento dei cittadini la rispetta. Lo scrittore Shalev: «Un mistero che non capisco»

Udi vorrebbe far causa ai genitori per quello che gli hanno tolto. Trentotto anni fa, quando aveva otto giorni. Eran, se potesse, tornerebbe indietro. Così ha deciso di «risparmiare» almeno il figlio. Di non circonciderlo. Di non cedere alle pressioni della madre («è la legge religiosa»), di non ascoltare i fratelli («stai commettendo un’ ingiustizia verso il bambino»). «Adesso sono felice per lui. Il piccolo Tal potrà provare qualcosa che io non ho mai sentito». Eran fa l’ avvocato, vive in Galilea, non si definisce un ribelle. «Anzi, da adolescente non sono mai stato indisciplinato, un sovversivo.

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