Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Disordini a Londra: a Stamford Hill è caccia all’ebreo

Ancora disordini a Londra: nella parte nord della città, 30 giovani hanno scorrazzato a Stamford Hill armati di spade e maceti. I media: “Cercavano persone di fede ebraica”

Francesco Boezi

Una notizia passata in sordina, ma che evidenzia come nella capitale britannica la questione sicurezza sia lungi dall’essere risolta. Alcuni articoli in merito, in realtà, parlano più specificatamente di “musulmani a caccia di ebrei”. Il quartiere situato nella parte nord di Londra, infatti, è uno di quelli con la più alta concentrazione di residenti di fede ebraica. Soprattutto seguaci del chassidismo, una corrente sviluppatasi tra gli ebrei ashkenaziti dei paesi slavi. Questa comunità, caratterizzata da un tasso di natalità altissimo, sarebbe quindi pericolosamente finita nelle mira degli integralisti islamici.

Da quanto si legge durante queste ore, poi, sarebbero circa trenta le persone che nelle recenti nottate, brandendo queste armi poi sequestrate dalla polizia, hanno messo sottosopra un intero quartiere. Disordini che la maggior parte dei media hanno evidentemente preferito non raccontare. La polizia è riuscita a sedare la violenza tuttavia almeno una persona sarebbe rimasta ferita negli scontri. “Gli ufficiali addizionali sono stati chiamati nel quartiere di Stamford Hill per via di una segnalazione riguardante una rissa tra un grande gruppo. Una persona è stata trovata sulla scena affetta da una ferita di pungiglione “, ha riferito infatti un portavoce della polizia Metropolitana di Londra al Daily Star. Proprio nelle sedi circostanti Stamford Hill, poi, i poliziotti hanno rinvenuto il grande quantitativo di armi citato.

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26 Giu 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

La Brigata Ebraica e la rinascita del 25 aprile

La memoria può essere inquinata, annacquata e banalizzata: per questo va difesa bene. Lettera al “Corriere della Sera” del Rabbino Capo di Roma.

Riccardo Di Segni

Caro direttore, nell’ultima commemorazione del massacro delle Fosse Ardeatine, è stato scorto tra il pubblico il gonfalone della Guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon. Molti si sono chiesti che ci stessero a fare, i custodi della memoria di casa Savoia, in quel momento e in quel luogo le poco onorevoli gesta dell’ultimo re di Savoia. Il fatto è che le celebrazioni possono perdere senso, gli inquinamenti sono sempre possibili.

Si fa presto a dire memoria. La memoria di fatti importanti non solo può evocare traumi e divisioni mai composte, ma se gestita incautamente provoca ulteriori lacerazioni. Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, non è la festa di tutti, come qualcuno dichiara retoricamente, è il ricordo di una guerra civile. Ma per gli ebrei è una festa, non solo come la fine di un incubo ma anche come segno di rinascita. Perché la partecipazione ebraica alla lotta contro il nazifascismo è un dato reale e non di piccolo conto.

Non c’è stata infatti solo la resistenza nei ghetti e nelle foreste dell’Europa orientale, c’è stata la partecipazione di migliaia di ebrei nell’Armata Rossa e negli eserciti delle democrazie occidentali; c’è stata anche la resistenza nell’Europa occidentale, con un contributo di partecipazione, di decorazioni e di vittime ben superiore all’entità numerica degli ebrei; c’è stata infine la Brigata ebraica, che seppure inquadrata tardivamente nei ranghi dell’esercito britannico, che non si fidava di un corpo ebraico organizzato, nel marzo e nell’aprile del 1945 fece a tempo a versare il suo sangue per la liberazione dell’Italia.

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25 Apr 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele, Shoah

Conoscere l’altro per una convivenza civile e contro il radicalismo

Presentato il progetto lombardo di promozione del pluralismo religioso nelle carceri

Ilaria Myr

Prevenire nelle carceri l’intolleranza e il radicalismo religioso attraverso lo sviluppo della conoscenza delle altre identità: questo l’obiettivo primario del progetto di formazione alla diversità religiosa dal titolo eloquente ‘Conoscere e gestire il pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi. Insieme per curarci le ferite’, presentato giovedì 30 marzo nella Sala Polivalente “Francesco Di Cataldo” nel carcere di Milano San Vittore. Moderatrice Francesca Valenzi, Direttore dell’Ufficio Detenuti del provveditorato di Milano.

L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Cariplo, vede il coinvolgimento di molte realtà diverse: a promuoverla sono infatti il Provveditorato  regionale dell’amministrazione penitenziaria, l’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di scienze giuridiche ‘Cesare Beccaria), la Comunità Ebraica di Milano, l’Arcidiocesi di Milano, il Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana), la Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, la Caritas Ambrosiana e l’Istituto Studi di Buddismo Tibetano di Milano Ghe Pel Ling.

Una prima fase del progetto si è svolta nel 2016, con il coinvolgimento di 50 operatori carcerari di tre diversi istituti di pena lombardi. Da quest’anno, per i prossimi tre anni, oltre al personale penitenziario (agenti di polizia, funzionari giuridico-pedagogici, personale docente, funzionari di servizio sociale) verranno coinvolti anche i detenuti di nove istituti lombardi in diverse località: nel 2017 il carcere di San Vittore di Milano, quello di Pavia e quello di Brescia, nel 2018 quello di Bollate, Como e Vigevano, e nel 2019 Opera, Monza e Bergamo.

Il punto di partenza del progetto è la crescita del pluralismo religioso nelle carceri, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli impensabili anche solo dieci anni fa. “Qui a San Vittore il 67% dei detenuti è straniero, per un totale di circa 90 etnie diverse – ha raccontato Gloria Manzelli, direttore del carcere milanese -. Il pluralismo religioso e culturale è un valore, perché conoscere le diversità e coabitare con espressioni differenti è uno strumento di convivenza pacifica”.

Attenzione però a non confondere il pluralismo religioso con il radicalismo: la professione della propria fede è una cosa diversa. Come ha spiegato Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano: “L’ordinamento penitenziario parla di libertà di professare il proprio credo nel carcere, perché la religione è l’espressione dell’individuo, e come tale va tutelata e rispettata”.

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3 Apr 2017 Comunità Ebraiche, Cristianesimo, Islam

“Benvenuto al Papa in città Israele? Scola ha una posizione netta, la Chiesa meno”

“Il dialogo ebraico-cristiano e il rischio di un odio antico”. Intervista al rabbino capo di Milano

Alberto Giannoni

«I nostri fratelli maggiori» li aveva chiamati Giovanni Paolo II in occasione dell’incontro con la comunità ebraica della città di Roma, nell’aprile del 1986. Benedetto XVI ha fatto visita alla sinagoga romana il 17 gennaio 2010. Trent’anni dopo Wojtya, un altro papa, Francesco, ha visitato il tempio sul lungotevere de’ Cenci. E agli ebrei romani, Bergoglio ha ripetuto: «Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede». Il dialogo fra «fratelli nella fede» prosegue fecondo, ma il rischio di incomprensioni non è mai superato.

Rabbino Arbib, qual è lo stato d’animo col quale lei, rabbino capo di Milano, e gli ebrei milanesi, vivranno la visita del papa, dopo l’incontro con il cardinale Scola nella sinagoga maggiore, due mesi fa, in occasione della giornata del dialogo?

«La visita del Papa non coinvolge gli ebrei come comunità ma come cittadini milanesi e come tali siamo interessati a ciò che il Papa dirà e farà e ovviamente gli diamo il benvenuto nella nostra città. La visita del cardinale Scola è stato un momento importante nel percorso di dialogo ebraico cristiano che ha coinvolto l’ebraismo in generale e la comunità ebraica di Milano e la Diocesi di Milano in particolare».

Il papato di Bergoglio ha fatto segnare significativi progressi in questo dialogo? Ci sono stati passi avanti nel solco della svolta conciliare (l’attesa messianica, la teologia della sostituzione).

«Il dialogo ha fatto indubbiamente significativi progressi. È stata superata la teologia della sostituzione e sia il Papa Benedetto XVI sia il Papa Francesco hanno ribadito che le promesse divine sono irrevocabili compresa ovviamente l’alleanza tra Dio e Israele. Il dialogo ha poi contribuito a superare secoli di ostilità antiebraica e di antigiudaismo cristiano».

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26 Mar 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo

Le frontiere dell’ortodossia – Intervista a Dina Brawer su ebraismo e inclusione femminile

Talia la cabalista

Il problema dell’inclusione della donna nel mondo ebraico ortodosso, sorto già dalla metà del Novecento, è diventato sempre più attuale negli ultimi 10-15 anni. Nel 2002 è nata a Gerusalemme Shirà Chadashà, che ha fornito il modello – esportato poi in USA, Canada, Australia, Israele e adesso Europa – di “partnership minyan”. Si tratta di un gruppo di preghiera nato con lo scopo di favorire l’inclusione delle donne nella liturgia nel modo più ampio possibile, ma restando nei confini dell’Halakhà: uomini e donne sono separati da una mekhizà e il minyan è composto da 10 uomini (a differenza del minyan reform, che richiede la presenza di 10 ebrei indipendentemente dal genere), ma le donne sono invitate a condurre parti della preghiera (zemiroth e kabbalat Shabbat) e leggere la Torà in pubblico. La stessa struttura della sinagoga riprende l’idea di parità di genere perché la mekhizà viene collocata esattamente al centro del tempio, che figura così suddiviso in due parti uguali.

Le pratiche, però, spesso variano caso per caso: in certi casi viene concesso alle donne di condurre anche altre parti della tefillà (di regola non dvarim shebikdusha) e, anche se il minyan rimane di 10 uomini, come prassi si aspetta anche l’arrivo di 10 donne, per segnalare che la presenza femminile è ugualmente importante. In altri casi invece le pratiche sono più restrittive del modello base. L’inclusione nella liturgia trascina con sé la ancora più problematica questione di una leadership ebraica femminile: se le donne possono condurre parti della tefillà o salire a sefer, possono assumere anche un ruolo di guida della comunità, il ruolo di rabbino? Nel 2009 è stata fondata a New York da rav Avi Weiss e Rabba Sara Hurwitz la Yeshivat Maharat, il primo istituto al mondo nato per dare una formazione alle donne intenzionate a servire la comunità ortodossa come “leader spirituali”. Yeshivat Maharat e in particolare la scelta di Sara Hurwitz, prima allieva di Avi Weiss, di usare il titolo di “rabba” o “rabbanit”, ha aperto una disputa molto accesa tra Avi Weiss e il Rabbinical Council of America e, di recente, con l’Orthodox Union, che ha pronunciato uno statement contro la possibilità da parte di donne di assumere ruoli rabbinici in modo regolare. In realtà, dal punto di vista strettamente halakhico, la possibilità per le donne di ricoprire un ruolo rabbinico (derivante dalla possibilità di studiare Halakhah e dare responsi halakhici), trova paradossalmente meno ostacoli dell’inclusione a livello liturgico, tanto che già nel 1998 a New York due donne hanno lavorato per la prima volta in due comunità ortodosse assumendo il titolo di “clergy”.

Di questo e in generale del rapporto tra ebraismo ortodosso e questione femminile abbiamo parlato con Dina Brawer, allieva presso la Yeshivat Maharat di New York e fondatrice di JOFA (Jewish Orthodox Feminist Alliance) UK. Nella sua visione il femminismo ortodosso non chiede (solo) uguali diritti, ma soprattutto uguale impegno: le donne per molto tempo sono state “esentate” da una piena partecipazione alla vita comunitaria e religiosa per potersi concentrare sugli impegni familiari, ma ha senso questa esenzione oggi che molte donne hanno un livello di istruzione elevato e sono in grado di bilanciare vita lavorativa e familiare? Continua a leggere »

24 Mar 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico

Viaggio immaginario nella Galizia che non c’è di Martin Pollack

Un reportage dalla regione di Joseph Roth e Paul Celan, cancellata dal ‘900. Culla dell’Illuminismo ebraico e guazzabuglio di culture

Enrico Arosio

Robert Musil, per il suo Uomo senza qualità, aveva creato la Kakania. Gregor von Rezzori s’era inventato, anni dopo, la Maghrebinia. Quanto a Joseph Roth, aveva immaginato un Hotel Savoy di 864 stanze, città-Stato ai margini di quell’Est metafisico che comincia dopo Vienna e finisce in Siberia. Erano tutti luoghi inventati. Finzioni letterarie. Metafore della Mitteleuropa perduta. Poi c’era la Galizia, che esisteva davvero.

Che cos’era: un regno, un ducato, una regione, un territorio conteso? Di tutto un po’. A lungo fu sotto la Corona d’Asburgo, e dunque Austria. Dal 1918 se la riprese la Polonia, e la vicina Bucovina andò alla Romania. Dopo il 1945 una parte fu inglobata nell’Urss, è oggi si è sciolta tra Polonia e Ucraina. Sono rimasti i Carpazi, ma la Galizia non esiste più, è diventata un luogo ipotetico.

Martin Pollack, scrittore austriaco, le ha dedicato un libro straordinario dal titolo secco: Galizia (Keller, traduzione di Fabio Cremonesi, 288 pp., 18 euro). Pagina99 lo ha letto in anteprima. L’autore lo definisce «un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa». Dove i nomi stessi delle città sono cangianti come le forme di sovranità. Leopoli, la principale, sarebbe Lemberg che sarebbe Lwów che sarebbe L’viv.

In Galizia nessun idioma comandava appieno: coabitavano il polacco, il tedesco, lo yiddish, il ruteno, e si parlava anche il romeno, l’ungherese, il russo. «Una Babele variegata e sconosciuta», riassume Claudio Magris in una importante postfazione centrata su questa «patria dei senza patria». Leopoli era considerata la porta sul mondo. Un mischmasch, un guazzabuglio non solo in senso etnico.

Intorno al 1900, sotto l’Impero di Francesco Giuseppe, aveva 160 mila abitanti, polacchi, ebrei, ruteni (gli odierni ucraini), e nei dintorni minoranze tedesche. I polacchi erano in posizione dominante, e la burocrazia polacca, in particolare, sbarrava la strada alle carriere altrui nel pubblico impiego. La città aveva qualche pretesa, piena com’era di gente ambiziosa. La stazione principale, scrive Pollack, «riempiva di orgoglio ogni abitante» con le sue alte volte vetrate e l’arrivo dei treni da Vienna, Berlino, Parigi.

A Leopoli si riuniva il Parlamento galiziano, risiedevano il governatore, tre arcivescovi (cattolico romano, armeno e di rito greco), un rabbino capo. Si erano insediati diversi consolati esteri. L’hotel Bristol e altri alberghi eleganti tenevano a un certo tono. Leopoli era sede universitaria. Ed era un centro dell’Illuminismo ebraico. Se il ruteno rimaneva contadino, il proletario ebreo era inquieto, mirava a diventare borghese e suscitava invidie. Continua a leggere »

17 Mar 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Testamento biologico e Halakhah

I limiti tra lecito e illecito

Daniel Reichel

È iniziata lunedì, non senza polemiche, la discussione alla Camera in merito alla legge sul cosiddetto testamento biologico: si tratta della dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) che una persona capace di intendere e di volere sottoscrive per dichiarare quali trattamenti sanitari intenderà accettare o rifiutare nel caso in cui subentri un’incapacità mentale.

Da tempo si discute di introdurre la DAT anche in Italia e sulla questione si è aperto un lungo dibattito pubblico, in cui anche la voce ebraica si è fatta sentire. Già nel 2006, mentre nel nostro Paese si discuteva del caso Welby (sull’eutanasia passiva e sull’accanimento terapeutico) rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, aveva spiegato quali fossero le posizioni della tradizione ebraica in merito al testamento biologico: ad esempio, una dichiarazione anticipata in cui si esprime la propria volontà per atti futuri è prevista nell’ebraismo e, per analogia ed entro certi limiti, è quindi permessa la dichiarazione anticipata di trattamento. Il cuore del problema però è un altro, ovvero la liceità delle direttive anticipate rispetto alla legge ebraica.

In particolare la legge al vaglio della Camera all’articolo 3 prevede che, “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali” ma il consenso non può comportare “l’abbandono terapeutico”. Sul tema dell’alimentazione e idratazione, però, spiega a Pagine Ebraiche 24 rav Di Segni, “la maggioranza delle autorità rabbiniche è concorde nel valutarle come essenziali e pertanto non si possono togliere: farlo significherebbe far morire di fame o di sete una persona e questo non è permesso”.

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16 Mar 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà