Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

L’immagine di Gerusalemme nella teologia ebraica

Giancarlo Elia Valori

Tutti sanno che Gerusalemme è una “città sacra” per tutte e tre le religioni monoteistiche. Ma è una ovvietà da analizzare anch’essa, come se fosse una questione ancora da scoprire. Per René Guenon, “ogni Tradizione è essenzialmente monoteistica, ogni Tradizione afferma innanzi tutto l’unità del Principio Supremo”. Non vi è Tradizione Unica senza Dio Unico, né identità dell’uomo come tale senza il suo riferimento al Creatore. La città Sacra è quindi necessaria testimonianza visibile della Città Celeste e Unica, come è una e sola la Verità.

La città di Gerusalemme inizia ad avere il ruolo di Città dell’Uomo, ma anche dell’intero popolo ebraico, nel 10° secolo d.C., quando il Re Davide la fa assurgere a luogo in cui Egli siede in giudizio e vi porta anche l’Arca dell’Alleanza.

Essa era, secondo le descrizioni bibliche, una cassa di legno di acacia rivestita di oro all’interno e all’esterno, oltre ad essere molto finemente e simbolicamente decorata, la cui costruzione fu ordinata direttamente da Dio a Mosè, costituendo essa il segno visibile e tangibile, unico tra le tende del deserto di un popolo sempre in cammino, della presenza di Dio tra il Suo Popolo scelto. Ovvero l’anticipo, anch’esso visibile e di Ianua Coeli, della vera Città di Dio; e quindi della Città che assicurerà la salvezza nel momento della fine dei Tempi.

Nella peregrinazione degli Ebrei nel deserto, poi, l’Arca veniva portata sempre insieme al popolo eletto in tutte le sue fermate e luoghi di riposo; ma quando il popolo ebraico entra finalmente in Israele l’Arca viene posta stabilmente nella tenda del Convegno a Silo (Giosué, 18:1). I Filistei poi la conquistarono dopo la sconfitta sul campo degli ebrei e, in seguito a una pestilenza scoppiata nel campo filisteo proprio a causa della presenza dell’Arca, essi decisero di restituirla agli Ebrei dopo soli sette mesi dalla cattura. Sette mesi, limite simbolico ricorrente in tutta la Bibbia. Continua a leggere »

10 Gen 2018 Cristianesimo, Islam, Israele

Appelfeld lo scrittore sfollato

Daniela Gross

Se ripenso ad Aharon Appelfeld mi torna in mente il suo sorriso. Timido, mite, disarmante. Quello di un bambino sopravvissuto alle atrocità della Storia senza smarrire l’innocenza. C’è voluto quasi mezzo secolo prima che il grande scrittore israeliano testimone della Shoah, scomparso ieri all’età di 85 anni, decidesse di rompere il silenzio e, ritrovando lo sguardo incantato dell’infanzia, raccontasse la sua incredibile vicenda in Storia di una vita.

A quel tempo alcuni dei suoi lavori più belli, Badenheim 1939 e Tsili (da cui qualche anno fa Amos Gitai ha tratto un film) erano già stati pubblicati. Appelfeld, almeno in Israele, era un autore affermato. Storia di una vita (Giuntina, 2001) ne fece un personaggio conquistando il pubblico di tutto il mondo.

La storia di Appelfeld era così toccante, avventurosa e incredibile, da convincere anche i più scettici. E la purezza della scrittura con cui la raccontava, unita alla scelta di lavorare per sottrazione, evocando l’orrore senza mai affrontarlo in presa diretta, la rendevano se possibile ancora più unica e sconvolgente.

Nato nel 1932 nel villaggio di Jadova, vicino a Czernowitz, allora Romania e oggi Ucraina, Appelfeld era figlio di ebrei secolari, colti e cosmopoliti. In un salto generazionale frequente in quegli anni, i nonni erano invece ebrei osservanti che costruirono una sinagoga sui loro terreni.

La vita scorre dolce negli anni dell’infanzia. In casa il piccolo Aharon parla tedesco, la lingua che la madre ama e coltiva con passione (“Nella sua bocca – scriverà in Storia di una vita – le parole suonavano limpide come se le avesse pronunciate attraverso un’esotica campana di vetro”). Con i nonni discorre in yiddish, con le domestiche in ruteno, con i coetanei in rumeno.

Ha solo nove anni quando il suo mondo finisce in frantumi. L’esercito rumeno, alleato dei nazisti, invade il villaggio. La nonna e la madre vengono uccise mentre, dopo una breve fuga, Aharon e il padre vengono catturati e deportati in un lager della Transnistria. Appelfeld riesce a scappare e trascorre tre lunghi anni nascosto nella foresta.  Continua a leggere »

9 Gen 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah

Il vero antisemitismo in Europa è politically correct

Francesco Bechis

“L’antisemitismo contemporaneo è il motore del terrorismo internazionale”. Parola di Fiamma Nirenstein, membro del Jerusalem Center for Public Affairs, giornalista e scrittrice con una carriera in prima linea a difendere il diritto all’esistenza di Israele, una causa che dal 2001 la costringe a girare sotto scorta. Intervenuta martedì all’incontro “Violent extremism, Hate Speeches. Nuove forme di antisemitismo” organizzato dal Centro Studi Americani e dal Bene’ Berith Roma, cui hanno preso parte, fra gli altri, l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il sociologo Giorgio Tabasso, ha fatto il punto sul pericolo dell’antisemitismo in Italia. Un tema ritornato al centro del dibattito politico con il disegno di legge di Emanuele Fiano e alcune manifestazioni razziste all’interno degli stadi italiani. Fiamma di nome e di fatto, la giornalista fiorentina non ha lesinato critiche alle strumentalizzazioni che vogliono confinare il fenomeno ad una sola estrema. “Esiste oggi un antisemitismo non politically correct, cui non faccio alcuno sconto, che è legato all’estrema destra, vedi in Grecia Alba Dorata, e poi ancora in Polonia ed Ungheria” spiega Nirenstein, “ne esiste però uno più grande e pericoloso, è l’antisemitismo eliminazionista, contro gli ebrei e lo Stato di Israele nel suo complesso”.

Pur restando la gravità del gesto, non sono le figurine di Anna Frank con la maglia della Roma che preoccupano la giornalista di origini ebraiche. “Chissenefrega di quella banda di deficienti, questo antisemitismo stragista ha tutto un altro carattere”. Non dunque le celtiche o le svastiche sarebbero il volto più violento dell’antisemitismo in Europa, ma l’antisionismo, la negazione di un diritto all’esistenza per lo Stato di Israele. È un sentimento, racconta la Nirenstein, che affonda le sue radici nel Medio Oriente, in una larga parte della famiglia islamica, ma che è divenuto “un’ossessione per i politici e le istituzioni europee, il pane quotidiano delle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, una pioggia quotidiana di risoluzioni Onu contro Israele e mai contro l’Iran e l’Arabia Saudita”. Dura la denuncia della risoluzione Onu del novembre 2016 contro gli “insediamenti” israeliani, canto del cigno dell’amministrazione Obama che la Nirestein non esita a definire “un crimine” perché “ha dichiarato, con l’inaspettato supporto della delegazione americana, che Gerusalemme è territorio palestinese”. Continua a leggere »

24 Dic 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele

Soloveitichik e Leibowitz: l’halakhah torna al centro

Massimo Giuliani 

Non sono molti i filosofi e i teologi ebrei che nel corso del Novecento abbiano messo l’halakhah al centro del loro “pensiero ebraico”. Per molti versi è giustificato dire che, al suo culmine, la modernità ebraica ha rimosso l’halakhah dal proprio orizzonte di riflessione: è quasi censurata dagli architetti della riforma, è trascurata dai teorici del sionismo, non è centrale in Buber, resta embrionale in Rosenzweig, viene riassorbita nell’etica da Hermann Cohen e Levinas… Il particolare di Israele è così riassunto nell’universale dell’umano. Tra i pochi a restaurarne la specifica forza cognitiva, oltre che il valore esistenziale, vanno ricordati il rabbino lituano-americano Joseph B. Soloveitchik e il bio-chimico nonché filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz.

Una bella sintesi del loro approccio si trova in Benjamin Gross, traduttore in francese di Nefesh ha-chayyim di Chayyim di Volozihn e di Ish ha-halakhah ossia la principale opera di filosofia halakhica del Rav di Boston: “I due autori [Leibowitz e Soloveitchik] accordano entrambi all’halakhah un posto fondamentale nell’impianto complessivo del giudaismo ed entrambi sono unanimi nel considerare l’halakhah il prodotto dell’opera dei saggi [i chakhamim] del Talmud, che hanno in tal modo dato al giudaismo la sua struttura definitiva. Ora, secondo Leibowitz sono questi saggi che hanno conferito ai testi della Scrittura il loro carattere sacro; al contempo essi hanno fissato dei principi a partire dai quali si sono potute formulare le regole di vita che la comunità ebraica ha accettato come regole di condotta religiosa. Per Leibowitz dunque l’autorità della Scrittura deriva da quella dei saggi dell’halakhah, e di conseguenza quest’ultima è un’opera puramente immanente che riposa sulla speranza di corrispondere alla volontà divina. Secondo Rav Soloveitchik, invece, l’autorità dei saggi ha la sua fonte nella Legge scritta, che cronologicamente precede e giustifica de jure la Legge orale. L’halakhah è l’applicazione della regola scritta e rivelata a situazioni sempre nuove (…) Per entrambi, è vero, l’halakhah si presenta come assiomatica, ma mentre per Leibowitz essa è a posteriori e di natura empirica, per rav Soloveitchik è indipendente dall’evento storico e normativa per rivelazione. Ossia, essa si costruisce a partire da principi normativi a priori”. Continua a leggere »

22 Dic 2017 Pensiero ebraico

Ebraico, italiano e… l’importanza di crescere poliglotti

Alessia Di Consiglio-Levi

“Succo איפה a boire?” Ovvero: “Dov’è il succo da bere”? Bisogna adattarsi a questi ed altri miscugli linguistici quando si cresce un bambino poliglotta. Gli olim in generale si dividono in due fazioni: quelli che “Siamo in Israele e si parla ebraico” e quelli che “A casa la nostra lingua, che tanto l’ebraico lo imparano fuori”. Io e mio marito non ci abbiamo nemmeno pensato più di tanto: era scontato, visto che tra di noi parliamo italiano, farlo anche con i nostri figli. Con la prima, E., che ora ha quasi quattro anni e che è rimasta a casa con me un annetto prima di andare al nido, è filato tutto liscio. Anche se ancora non mi spiego perché abbia l’accento milanese del padre e non quello romano mio avendo passato molto più tempo con me, per non parlare della “R” israeliana, nonostante i miei sforzi e l’impegno costante a farle ripetere scioglilingua come “trentatre trentini”, “sopra la panca” ecc..

Con la seconda, K., due anni appena compiuti, nido dai sei mesi con staff e bimbi francofoni, ancora non abbiamo capito in che lingua parla. Sicuramente capisce perfettamente l’italiano, e molti oggetti ce li indica col nome italiano, ma parlando di sé preferisce dire, אני (anì), e non “io”, oppure שלי (shelì) anzichè “mio”. Un grande passo avanti comunque, considerando che fino a pochi mesi fa mugugnava e basta.

Eh sì, ci vuole pazienza. I bambini bi o tri-lingui possono metterci di più a incominciare a parlare rispetto ai loro coetanei. Molti genitori si spaventano, la prendono come un ritardo, si scoraggiano e abbandonano la lingua meno usata. Peccato. Non parlo dei bambini che la seconda lingua la rifiutano, esistono anche quelli e lì c’è poco da fare, ma non è detto che non la recuperino da grandi. Non è vero, secondo Antonella Sorace, direttrice del Bilingualism Matters Center di Edimburgo, che per il cervello del bambino, al contrario di quanto accade per gli adulti, imparare due lingue parallelamente equivalga a uno sforzo e a uno stress che complicano il suo sviluppo. Per i bambini è un processo naturale come camminare. Nel lungo termine, questa “ginnastica” che fa il cervello a passare da una lingua all’altra, spesso si associa a un migliore livello di attenzione e di capacità di multitasking. E sebbene all’inizio il vocabolario di ciascuna lingua sembri essere più limitato, quello complessivo è più ampio. Più vantaggi che svantaggi quindi. Continua a leggere »

21 Dic 2017 Comunità Ebraiche, Israele

Talmud, la rivelazione permanente

Elena Loewenthal

C’è qualcosa di profondamente paradossale ma non meno congeniale all’ebraismo nel fatto che la tradizione d’Israele chiami «Torah orale» un immenso corpus di testi scritti. Questo suggestivo ossimoro porta con sé l’idea di una sorta di rivelazione permanente che comincia con la chiamata di Abramo – che in ebraico significa «Padre grande» -, prosegue con la dettatura della Legge su al Sinai, s’incammina nella storia del popolo d’Israele con i Profeti e gli Agiografi, e procede in una progressiva discesa ma anche diluizione dell’ispirazione divina che continua peraltro ad animare i detti dei rabbini e il loro inesauribile discutere intorno al testo sacro, cioè la Torah scritta – la Bibbia ebraica. La Torah she beal peh, «Torah che sta sulla bocca» è fondamentalmente il Talmud, parola ricavata dalla radice ebraica che – in nome di quella straordinaria didattica dello scambio che fa dire a un grande maestro: «Ho imparato soprattutto dai miei discepoli» – significa a un tempo «imparare» e «insegnare»: un immenso verbale di discussioni, commenti, divagazioni e interpretazioni della Bibbia, passo per passo.

Non fine a sé stesso, beninteso, bensì parte integrante di un continuo dialogare tra cielo e terra alla ricerca di quegli infiniti significati che la Bibbia contiene ma che non sono palesi. Giunto alla sua redazione finale intorno al VI secolo, il Talmud è composto da sei ordini e 63 trattati, per un totale di molte migliaia di pagine. Questo testo straordinario (di cui a dire il vero esistono due redazioni, una detta «di Gerusalemme» e una, quella canonica, che viene invece «da Babilonia» perché quello era allora il fulcro della cultura ebraica) è ben più di un dotto commento alla Legge divina, cioè alla Bibbia: è una vera e propria enciclopedia della vita, per quanto disordinata e difficilissima da esplorare, in cui il materiale si delinea – sempre disordinatamente – secondo due categorie: la halakhah, cioè l’insieme di regole, e la haggadah, cioè la narrazione. Continua a leggere »

20 Dic 2017 Comunità Ebraiche

Stazione di Baranovitch, di Shalom Aleichem

Elena Lattes 

A cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo nell’Europa orientale vi era una grande quantità di villaggi, gli shtetl, in cui ferveva un’intensa e variegata vita ebraica, spesso sconvolta e distrutta da feroci pogrom e che fu definitivamente inghiottita dal genocidio nazista. Di questo mondo, che è stato fonte di ispirazione per numerosi artisti tra i quali scrittori, pittori e cantanti, si ha un piccolo assaggio anche nel volumetto “Stazione di Baranovitch” di Shalom Aleichem pubblicato dalle Edizioni Dehoniane.

Tre brevi racconti estratti da una più ampia raccolta scritta in yiddish e uscita fra il 1913 e il 1914 dal titolo: “Storie ferroviarie. Racconti di un commesso viaggiatore” in cui l’io narrante è, si direbbe oggi, uno scrittore per caso, una persona a cui è capitato di incontrare una moltitudine di gente e di ascoltare le storie più disparate, così tante che ad un certo punto sente l’esigenza di trascriverne alcune, più per ingannare il tempo che non per una precisa e programmata volontà di trarne un mestiere: “Che cose straordinarie si vedono quando si è in viaggio! (…) Quando si è in viaggio, a tutti noi viaggiatori capita spesso di dover restare seduti tutto il giorno, senza avere assolutamente niente da fare, finché a volte ci viene addirittura voglia di battere il capo contro la parete.”. Così il protagonista prende un taccuino e comincia ad annotare.

La prima storia è ambientata in un vagone di terza classe affollato di pendolari e povera gente i quali vengono completamente assorbiti dal racconto di uno di loro “che non aveva trovato posto nella carrozza e che quindi si allungava sopra di noi, appoggiato alla parete divisoria (…) un uomo curvo, con un cappello di seta per il sabato in testa, una faccia rossa, piccola, con occhi che ridevano, senza denti davanti”.

Protagonista è un giovane oste che viene arrestato dalla polizia zarista. Per evitare che venga frustato e torturato i suoi concittadini architettano un piano per la sua fuga facendolo credere morto. Il malcapitato riesce a scamparla ma si rivelerà una maledizione per i suoi salvatori. Continua a leggere »

19 Dic 2017 Comunità Ebraiche