Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Triglie alla livornese e baccalà. Così Cassuto li serve a Tel Aviv

Prima il tentativo di aprire un ristorante ebraico al mercato centrale qui in città, poi la svolta: troppe difficoltà e la scelta di portare la cucina labronica in Israele.

Ursula Galli

LIVORNO – Era partito con l’idea di aprire un ristorante ebraico kasher al Mercato centrale di Livorno. Ha finito per aprire un ristorante di cucina livornese a Tel Aviv. E non se ne pente: dopo soli tre mesi il locale “Arnoldo” inaugurato dal livornese Arnoldo Cassuto, nell’affascinante mercato della città israeliana, spopola con il suo baccalà alla livornese, le triglie, e le sue polpette al sugo, polpette in bianco con piselli, lingua di vitello con salsa verde. «Il momento più bello finora? Quando una signora originaria di Livorno, Marta Heller, di 88 anni, da 66 in Israele, mi ha detto che il mio baccalà l’ha riportata indietro nel tempo, ai sapori delle pietanze che le preparava la sua mamma all’ombra dei Quattro Mori». La storia di Arnoldo Cassuto non è solo una storia di enogastronomia, ma la vicenda di un cambio radicale di vita e di professione. Cinquantotto anni, due figlie e già nonno, ha passato tutta la sua vita in giro per il mondo come rappresentante di gioielli (ma con base a Livorno), fino al “colpo di testa” che l’ha trasformato in cuoco e ristoratore.

Arnoldo, com’è nata la voglia di cambiare drasticamente vita, e soprattutto, così distante da casa?

«Ho sempre coltivato una vera passione per la cucina limitandomi però a far da mangiare per familiari e amici. Un anno e mezzo fa ho cominciato a coltivare l’idea di aprire un ristorante kasher che a Livorno non esiste, per ebrei livornesi, per curiosi, e anche per i tanti ebrei che sbarcano a Livorno dalle navi da crociere. Il posto perfetto mi sembrava il mercato delle vettovaglie, ma mi sono scoraggiato perché, nonostante la massima disponibilità e gentilezza dei responsabili della struttura, gli orari sono ancora limitati. Mentre stavo ancora valutando il progetto, sono andato in vacanza a Tel Aviv, al locale mercato ho visto uno spazio vuoto, me ne sono innamorato, e ho realizzato che era molto più agevole aprire un locale in Israele che in Italia, dal punto di vista della burocrazia. In poco tempo ho potuto concretizzare il tutto». Continua a leggere »

6 Lug 2017 Comunità Ebraiche, Israele

Menorà, sette bracci di luce e fiori

Mostra straordinaria nel Braccio di Carlo Magno in Vaticano e nel Museo Ebraico dedicata al biblico candelabro del Tempio

Alvar Gonzalez-Palacios

I simboli, come le idee di cui spesso sono immagine, stanno alla base della vita umana e così, senza che ne siamo consapevoli, determinano la nostra storia. Si assicura che il 28 ottobre 312 le parole In hoc signo vinces apparvero a Costantino scritte sul cielo vicino a Ponte Milvio. Questa frase era seguita da una croce, simbolo di Cristo, che fece vincere all’Imperatore la celeberrima battaglia, inizio di un nuovo mondo.

Ma esistono simboli più antichi: uno di questi è la menorà a cui è ora dedicata una mostra straordinaria nel Braccio di Carlo Magno, in Vaticano, e nel Museo Ebraico di Roma. Non tutti sanno che cosa sia la menorà, termine spesso ignorato in antichi dizionari della lingua italiana come quello del Tommaseo. La definizione biblica è candelabro a sette bracci che è stato nel secolo scorso anche quello indicato in un celebre romanzo di Stefan Zweig, Il candelabro sepolto (1937).

L’origine dei simboli è sempre legata alla religione e al mito: della menorà, fisicamente parlando, abbiamo solo infinite memorie scritte e infinite immagini ma non più l’oggetto vero e proprio – un candelabro a sette bracci – fatto fare per ordine del Signore a Mosè in oro puro e destinato al Santo del grande tempio di Gerusalemme. Parliamo ovviamente del primo tempio. La menorà di cui ora trattiamo e di cui sono note alcune raffigurazioni, è quella più tarda trafugata con la violenza da Tito nell’anno 70 della nostra era e portata a Roma in trionfo l’anno successivo. Così attesta anche un magnifico bassorilievo dell’Arco di Tito, stante nel centro dell’Urbe.

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5 Lug 2017 Comunità Ebraiche

Ius soli, una prospettiva ebraica

Riccardo Di Segni

Qualcuno si sarà chiesto quale sia l’opinione degli ebrei e dell’ebraismo nella accesa discussione politica sul diritto di cittadinanza in base allo ius soli, che stabilisce che si è cittadini del luogo (il suolo) dove si nasce, per automatico diritto di nascita. Sappiamo benissimo che gli ebrei e l’ebraismo hanno molte opinioni differenti, soprattutto quando ci sono implicazioni politiche, ma la conoscenza, anche in una breve rassegna, dei principi fissati in merito a questo tema dalla nostra tradizione può essere molto utile per qualsiasi posizione che voglia definirsi ebraica. Effettivamente questi problemi sono affrontati e discussi ampiamente nelle nostre fonti, e va detto subito che il diritto ebraico non parla esattamente di cittadinanza, non riconosce lo ius soli e ha una visione molto particolare del cosiddetto ius sanguinis. Spieghiamo più in dettaglio.

La cittadinanza è definita dalla Enciclopedia Italiana come “condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta”. Ora la halakhà, anche quella prediasporica, non si riferisce alla appartenenza allo Stato ma alla appartenenza alla comunità, al qahal, al qehal Israel, o ‘am Israel, con tutto ciò che ne deriva in doveri e diritti, compreso il diritto-dovere di risiedere in terra d’Israele. Inoltre la halakhà discute il diritto di residenza nella terra d’Israele di chi non appartiene al qehàl Israele, ma vuole risiedervi come “straniero”, definendo il concetto di “gher”, e distinguendone due modalità: il gher tzedeq è la persona che non è nata ebrea e si impegna ad osservare tutte le regole dell’ebraismo e quindi diventa parte di Israele; il gher toshav (residente) è la persona che si impegna a rispettare i sette precetti noachidi e grazie a questo impegno ha il diritto di risiedere in terra d’Israele. È ben evidente che non si parla di ius soli, ma di appartenenza e residenza condizionate dall’impegno a rispettare determinate regole. Quanto allo ius sanguinis, che è la cittadinanza che si consegue per discendenza biologica da un cittadino, una specificità ebraica è che non si parla mai di sangue, per una precisa scelta culturale e simbolica; i rapporti di parentela sono invece indicati con le espressioni “ossa e carne” (Gen. 29:14).

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4 Lug 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà

Londra. Non credi al Gender? Ti chiudo la scuola ebraica

Trascura le tematiche gender: scuola ebraica di Londra rischia la chiusura

Emmanuel Raffaele

Londra, 30 giu – Una scuola ebraica di Londra rischia la chiusura dopo aver “fallito” la terza ispezione dell’anno da parte dell’Ofsted (Office of Standards in Education) a causa di una carenza negli insegnamenti su temi lgbt e riassegnazione di genere. Si tratta della Vishnitz Girls School, istituto privato femminile di impronta ortodossa, situato nel borgo di Hackney, nel nord-est della capitale inglese, che ospita 212 alunne dai tre agli otto anni la cui prima lingua è, in molti casi, lo yiddish.

Secondo il rapporto degli ispettori che hanno fatto visita alla scuola, gli insegnamenti non risponderebbero agli standard contenuti soprattutto nell’Equality Act del 2010, impedendo così alle bimbe di introiettare i “valori fondamentali britannici”, privandole di indicazioni precise su questioni come “l’orientamento sessuale”. Tutto ciò, secondo gli ispettori, “limita la crescita spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni e non promuove l’uguaglianza di opportunità in un modo che tenga conto dei differenti stili di vita”. La direzione scolastica avrebbe da parte sua ammesso di non aver avuto particolare cura di trattare le tematiche in questione e non sarebbe peraltro l’unica, dal momento che altre sei scuole di ispirazione religiosa non avrebbero superato la verifica nelle ultime settimane, stando a quanto riferiscono il Telegraph e il Jerusalem Post.

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3 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà

Campagna d’odio contro lo storico Jan Grabowski

Ha ricevuto minacce di morte per i suoi studi sul ruolo dei polacchi nella Shoah

Un eminente storico canadese i cui scritti sulla Shoah in Polonia gli hanno attirato minacce di morte ha dichiarato martedì che le critiche feroci al suo lavoro rappresentano un attacco ingiustificato alla libertà accademica.

In un’intervista, Jan Grabowski, professore all’università di Ottawa, ha detto che non permetterà alla “campagna di odio” di distrarlo dall’analisi di ciò che egli definisce un brutto, ma poco noto frammento di storia.

“Mi sento attaccato sul piano personale, ma questo su cui svolgo gli studi per me è un tema molto più importante da affrontare,” Grabowski ha dichiarato al Canadian Press di Ottawa. “Si tratta di un puro e semplice attacco alle libertà accademiche fondamentali, che qui in Canada diamo per scontate. Sono sconcertato”.

Il professore, che ha trascorso anni studiando la Shoah in Polonia, sostiene che molti polacchi che uccisero ebrei non fossero stati semplicemente costretti a collaborare con gli occupanti nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Secondo gli studi di Grabowski, molti di loro stavano realizzando il proprio sogno di una Polonia priva di ebrei, ma al contempo c’erano anche ardenti oppositori all’occupazione tedesca. “Niente è semplice in questa questione”.

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2 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah

La Bibbia ascoltando Dylan

In pratica quasi non esiste un suo testo che non faccia riferimento a uno dei due Testamenti. Lo stesso Premio Nobel aveva parlato a suo tempo di rock biblico. Il volume di Giovannoli apre una trilogia interamente dedicata a questo tema. Quello di Carrera, invece, ne chiude un’altra sulle liriche del Menestrello.

Andrea Monda

Il 27 dicembre 1967 Bob Dylan pubblica l’album John Wesley Harding, il «primo disco di rock biblico» secondo la definizione che lo stesso cantautore darà successivamente a questo album di musica country. Era la prima volta che veniva usata una tale definizione. Eppure di “rock biblico” Dylan ne aveva già prodotto parecchio a partire dai primi anni Sessanta, da quando aveva cominciato a incantare il mondo con la sua musica e la sua inconfondibile voce.

Questo «rock biblico», la sua natura, la sua estensione, i suoi confini, è il tema del saggio di Renato Giovannoli La Bibbia di Bob Dylan.

Questo primo volume tocca la produzione dal 1961 al 1978 (e porta come sottotitolo Dalle canzoni di protesta alla vigilia della conversione), il secondo, che uscirà il prossimo autunno, comprende il decennio 1978-1988 (Il periodo “cristiano” e la crisi spirituale) mentre il terzo volume, previsto per la primavera del 2018, arriva fino al 2012, cioè fino a Tempest, per ora l’ultimo album con testi originali di Dylan, con il titolo Un nuovo inizio e la maturità.

Fino al 2012 arriva anche il terzo volume delle Lyrics tradotte da Alessandro Carrera (Feltrinelli. Pagine 454. Euro 20,00) come continuazione della precedente monumentale opera in unico volume che però si era fermata al 2002. La concomitanza temporale dell’uscita di questi due volumi è favorevole anche perché incrocia un altro evento, il conseguimento del premio Nobel da parte di Dylan che i primi di giugno ha consegnato anche il discorso ufficiale richiesto dal regolamento del premio e che la segretaria dell’accademia, Sara Danius, ha definito «discorso straordinario» ed «eloquente».

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30 Giu 2017 Comunità Ebraiche, Israele

Abra­ham B. Ye­ho­shua diventa esegeta in Sicilia

Lo scrit­to­re israe­lia­no di fama mon­dia­le, ospi­te a Taor­mi­na, in­ter­vie­ne sul tema “pa­dri – fi­gli”, par­la di Ge­ru­sa­lem­me e del­la Si­ci­lia: «Non sia­te suc­cu­bi di una cul­tu­ra che vi con­si­de­ra la par­te po­ve­ra del­l’I­ta­lia. Sie­te e ri­mar­re­te an­che voi cul­la di un’i­den­ti­tà me­di­ter­ra­nea che va pre­ser­va­ta e col­ti­va­ta»

Si­mo­ne Cen­ta­mo­re

«Pren­di tuo fi­glio, il tuo uni­ge­ni­to che ami, Isac­co, va’ nel ter­ri­to­rio di Mò­ria e of­fri­lo in olo­cau­sto su di un mon­te che io ti in­di­che­rò». (Gen 22,2). Chiun­que si sia tro­va­to a pren­de­re in mano la Bib­bia e a leg­ger­ne il pri­mo li­bro, si sarà cer­ta­men­te im­bat­tu­to in que­sta fra­se. Si trat­ta di una del­le tan­te vi­cen­de che ca­rat­te­riz­za­ro­no la vita di un tale di nome Abra­mo. In par­ti­co­la­re, non è al­tro che il pre­lu­dio di ciò che da al­cu­ni vie­ne de­fi­ni­to un mito, per al­tri è ori­gi­ne del­la “sto­ria del­la sal­vez­za”. Die­tro tut­to que­sto vi è un uni­co gran­de rap­por­to: il le­ga­me tra un pa­dre e un fi­glio. Abra­ham Ye­ho­shua, scrit­to­re israe­lia­no di fama mon­dia­le, au­to­re di ben 11 ro­man­zi, sva­ria­ti rac­con­ti e ope­re tea­tra­li, ri­per­cor­re al Tao­Buk di Taor­mi­na que­sta vi­cen­da dal sa­po­re me­dio­rien­ta­le. La sua è cer­ta­men­te una vi­sio­ne lai­ca (se non atea). Ep­pu­re, die­tro le sue pa­ro­le si na­scon­de una dura real­tà: il mito del “le­ga­me di Isac­co”, come ama de­fi­nir­lo il po­po­lo ebrai­co, an­co­ra oggi è alla base di un con­flit­to che va avan­ti da tem­po.

UN PA­DRE. Abra­mo, con­si­de­ra­to da tre re­li­gio­ni di­ver­se il pa­triar­ca per ec­cel­len­za, può es­se­re de­fi­ni­to un in­no­va­to­re. La­scia la sua ter­ra, la casa di suo pa­dre, gli ido­li del­la sua tra­di­zio­ne na­ti­va e si ri­ve­ste di ori­gi­na­li­tà. Al cen­tro del­la sua mis­sio­ne uno sco­po pre­ci­so: co­sti­tui­re un po­po­lo che ab­bia a ri­fe­ri­men­to un uni­co Dio. Ma è pro­prio a que­sto pun­to che sor­go­no le dif­fi­col­tà: come le­ga­re un grup­po di per­so­ne a una nuo­va real­tà qua­le ap­pun­to una re­li­gio­ne mo­no­tei­sta? Nel­la vi­sio­ne di Ye­ho­shua la ri­spo­sta è sem­pli­ce: «la chia­ve è la pau­ra». Abra­mo in­stil­la in suo fi­glio Isac­co il ter­ro­re che ab­ban­do­na­re il tet­to pa­ter­no, e di con­se­guen­za Dio, è pu­ni­bi­le con la mor­te. Egli vuo­le evi­ta­re a tut­ti i co­sti che Isac­co ri­pe­ta il suo ge­sto e la­sci la loro casa. Così in­sce­na quel­la che si può de­fi­ni­re una com­me­dia o un espe­ri­men­to: «pone il fi­glio da­van­ti al ba­ra­tro del­la mor­te, lo of­fre in sa­cri­fi­cio al Si­gno­re, e nel­lo stes­so istan­te in cui sta per sfer­ra­re il col­po le­ta­le ecco che Dio ap­pa­re per fer­ma­re la sua mano». Lo scrit­to­re israe­lia­no sot­to­li­nea come in real­tà que­sto Dio non sia mai esi­sti­to. Il rap­por­to con il di­vi­no di­ven­ta mera “pro­pa­gan­da”. Que­sta pre­sen­za mi­nac­cio­sa e sco­no­sciu­ta crea il “le­ga­me”: «Isac­co è co­stret­to, se non al­tro per ti­mo­re, a se­gui­re la vo­lon­tà del pa­dre e ad as­se­con­dar­lo in que­sto suo pro­gram­ma».

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27 Giu 2017 Cristianesimo, Israele