Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Romanzo famigliare o il ritorno dell’ebreo da feuilleton

Asher Salah*

Sugli schermi televisivi in Italia è abbastanza insolito vedere personaggi ebraici inseriti in un contesto che non riguardi le persecuzioni della seconda guerra mondiale. Infatti se già nel cinema si contano sulle dita della mano i lungometraggi fiction che fanno riferimento all’attuale esistenza di comunità ebraiche in Italia, gli ebrei nelle soap operas nostrane sono addirittura delle mosche bianche, ad eccezione di alcuni personaggi secondari come quel David Savona (Giacomo Piperno) della popolare serie Un medico in famiglia (1998-2011). La scelta della Rai 1 di esordire in prima serata, a partire dell’otto gennaio 2018, con una serie televisiva di dodici puntate incentrata sulle vicende di una famiglia ebraica nella Livorno di oggi è quindi di per sé un evento degno di nota, che sembra peraltro essere stato ricompensato da elevati indici d’ascolto, pari a quelli raccolti dal film, record di incassi 2016, Quo Vado? di Gennaro Nunziante, trasmesso nella stessa fascia oraria dal concorrente Canale 5.

Lo sceneggiato, ideato e diretto da Francesca Archibugi, ha per protagonisti i membri di tre generazioni di una dinastia ebraica livornese, i Liegi. La più giovane, la sedicenne Micòl (Fotinì Peluso), clarinettista di talento, è alle prese con una gravidanza precoce e con i problemi legati al trasferimento del padre Agostino Pagnotta (Guido Caprino), capitano di corvetta della marina italiana, da Roma all’accademia navale di Livorno. Queste circostanze portano Emma (Vittoria Puccini), la madre di Micòl, a fare i conti con il suo passato in una città da cui era fuggita da ragazza, ancora minorenne e in cinta di Micòl, e dove incombe la tentacolare presenza del suo genitore, il cavaliere Gian Pietro (Giancarlo Nannini), alla testa di un vasto impero finanziario ma ormai affetto da un incipiente Alzheimer, col quale i rapporti della figlia sono a dir poco turbolenti.

Non è la prima volta che Francesca Archibugi porta allo schermo personaggi ebraici. Già nel 2007 nel suo Lezioni di volo aveva descritto il viaggio di iniziazione e di scoperta identitaria di Apollonio Sermoneta, soprannominato “Pollo”, e del suo compagno detto “Curry”, due ragazzi romani di buona famiglia partiti per l’India. Come in Lezioni di volo anche in Romanzo famigliare la regista ha cercato di non attribuire all’identità ebraica dei suoi personaggi un qualsiasi statuto di eccezionalità, rendendo del tutto anodino e circostanziale, non sempre con successo, il fatto che essi appartengano o meno a una determinata comunità. In ogni caso, in Romanzo famigliare la condizione ebraica di alcuni protagonisti – tutto sommato piuttosto assimilati, sposati a non ebrei e amanti del buon prosciutto -, non sembra avere un gran peso nelle loro scelte esistenziali. Inoltre, la serie affronta con maggiore attenzione altre tematiche, ben più centrali nella cinematografia di Archibugi che non quella ebraica, come i rapporti di coppia, le tensioni intergenerazionali o i problemi legati all’adolescenza. Continua a leggere »

1 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Mia madre era una spia comunista

Una telefonata dai servizi segreti ungheresi. E lo scrittore Andràs Forgàch scopre la mamma era stata una 007. Una dolorosa verità, ora raccontata in un libro. «Mi sarebbe piaciuto discutere con lei sul significato della parola “tradire”. Sarebbe stato un confronto paritario: anche io l’ho tradita con i miei comportamenti».

Gigi Riva

“Buongiorno, qui archivio dei servizi segreti, abbiamo trovato un dossier su uno dei suoi familiari che fu nostro collaboratore, può venire a consultarlo…” La telefonata che cambiò la vita, ma non i sentimenti, di Andràs Forgàch, scrittore drammaturgo attore e sceneggiatore, se non arrivò del tutto inaspettata fu comunque devastante. Obbligava a rimestare in un passato inconfessato tra omissioni, reticenze e bugie. Uno squarcio di luce nel lato oscuro di gente con cui si era condiviso il pranzo, la cena, la casa, l’amore. «E io», ricorda in questa intervista esclusiva per L’Espresso l’intellettuale ungherese 65enne, anche traduttore di Shakespeare e di Beaumarchais, «benché non avessi alcun indizio, dentro di me ero sicuro si trattasse di mia madre».
Il governo ultraconservatore di Viktor Orbàn aveva varato una legge «un po’ ipocrita ma comunque positiva», nel giudizio di Forgàch, che permette di consultare le carte, «salvo pochi documenti da tenere coperti per la sicurezza dello Stato e certo dopo che gli apparati avevano distrutto le prove compromettenti sui loro uomini più in vista da proteggere».

Dal crollo del Muro nel 1989 agli anni Duemila avevano avuto del resto tutto il tempo necessario. C’erano alcune formalità da espletare. Bisognava, anzitutto essere riconosciuti come “ricercatori ufficiali”, qualifica che il nostro non ebbe difficoltà ad ottenere grazie all’università. Un anno di tempo per esplorare la sterminata biblioteca degli 007 poi l’obbligo di restituire ogni singolo foglio ad uso e consumo di chiunque lo volesse. E chiunque ha la possibilità di pubblicare ciò che trova senza bisogno di permessi degli interessati. Particolare decisivo che convinse Andràs a giocare d’anticipo: «Dovevo essere io a divulgare fatti intimi e però di rilevanza pubblica dei miei congiunti». In che forma? «Avevo due strade, o trasformare il materiale in un romanzo o scrivere un saggio asettico». Ha scelto una via mediana che si può definire letteratura del vero, stile del romanzo ma senza nessun elemento di finzione, «un obbligo di onestà per rispettare il patto di verità col lettore».

Il risultato è il formidabile volume “Gli atti di mia madre”, che Neri Pozza manda in libreria dal primo febbraio. «Anche quando si inventa non si scrive che di se stessi. In questo caso non avevo bisogno di alcun artifizio della fantasia», commenta l’autore. È stato come fare «una sorta di psicoanalisi di me stesso, benché sia una branca del sapere umano che non avevo mai frequentato. Mi è servito per capire da dove provengono certe particolarità del mio carattere». Un lavoro doloroso fino alle lacrime: «C’erano giorni in cui, in quell’archivio, piangevo e piangevo e piangevo salvo poi ritrovare la forza di continuare». Continua a leggere »

31 Gen 2018 Comunità Ebraiche

10 Film sulla Shoah per capirne il significato

 

Con la Giornata della memoria si ricorda la Shoah, la persecuzione e il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti, per inculcare alle nuove generazioni la memoria dell’Olocausto e prevenire il ripetersi dell’orribile esperienza europea. Per dirla con le parole dell’autore italiano Mario Rigoni Stern: “La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare: è il testamento che ci ha lasciato Primo Levi“. Per ricordare, appunto, e capire meglio la Shoah e il suo significato, abbiamo selezionato dieci film sullo sterminio degli ebrei da guardare in occasione della Giornata della memoria. Tra grandi classici e letture alternative della tragedia, ecco la nostra lista delle pellicole da vedere (e rivedere).

  1. Schindler’s List: uno dei più celebri film sulla Shoah. Uscito nel 1993 con la regia di Steven Spielberg, nel cast troviamo attori come Liam Neeson e Ralph Fiennes. Ispirato dal romanzo omonimo di Thomas Keneally, la storia è basata sulla vita di Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che salvò circa 1.100 ebrei durante la seconda guerra mondiale. Un classico che noi inseriamo nella nostra lista di film da vedere sulla Shoah. Se non vi abbiamo ancora convinto, lasciamo parlare i numeri: 12 nomination all’Oscar e un totale di 7 statuette guadagnate, tra cui miglior film e miglior regia.
  2. Il diario di Anna Frank: film del 1959 diretto da George Stevens basato sull’adattamento teatrale del diaro omonimo, la raccolta degli scritti della ragazza ebrea durante gli anni in cui visse, con la famiglia, in clandestinità ad Amsterdam e che finisce con l’ultima annotazione del 1 agosto 1944, poco tempo prima dell’arresto e della deportazione della sua famiglia. Anna Frank morì nel 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. La pellicola del 1959, prodotta a soli 14 anni di distanza dalla morte della protagonista, fu presentato in concorso al 12° Festival di Cannes e vinse tre premi Oscar.
  3. La vita è bella: il film del 1997 diretto e interpretato dall’attore italiano Roberto Benigni che è stato premiato con tre premi Oscar – su sette nomination – per miglior film straniero, migliore attore protagonista e migliore colonna sonora di Nicola Piovani. La vicenda raccontata è quella di una famiglia ebrea italiana che viene deportata in un campo di concentramento. Il protagonista, Guido Orefice, interpretato dal premio Oscar Roberto Benigni, farà credere al figlio, durante la reclusione, che la loro famiglia ha preso parte a uno strano gioco, per cui c’è in ballo un premio finale.
  4. Il pianista: un film toccante tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Wladyslaw Szpilman che, nel 2002, vinse la palma d’oro al Festival di Cannes. Il racconto, toccante e drammatico, narra le vicende di un pianista ebreo che assiste alla creazione del ghetto di Varsavia, e racconta della sopravvivenza e della fuga del protagonista dal ghetto. Accompagnano la pellicola le note del pianista, impregnando la storia di un’ulteriore drammaticità.
  5. The Reader – A voce alta: 5 nomination e un Oscar per la migliore attrice protagonista a Kate Winslet. Sono queste le cifre di The reader, un film struggente basato sull’adattamento del romanzo omonimo di Bernhard Schlink. Il film è diviso in due parti: la prima narra di una storia d’amore tra un 15enne e una 36enne, la seconda riguarda un processo che vede imputate diverse guardie di un campo di concentramento, accusate di aver provocato la morte di centinaia di donne ebree all’interno di una chiesa. Una storia struggente e drammatica il cui finale lascia senza fiato.
  6. La tregua: il film di Francesco Rosi, tratto dall’omonimo romanzo di Primo Levi. L’autore racconta il viaggio che ha dovuto affrontare dopo che l’esercito sovietico ha liberato i prigionieri rimasti nel campo di Auschwitz. Il film del 1997 è stato presentato al 50° Festival di Cannes.
  7. Train de vie – Un treno per vivere: una rilettura quasi ironica della Shoah. Il film del 1998, diretto da Radu Mihaleanu, è stato presentato al Festival di Venezia. La trama racconta di un giovane, anche chiamato “il folle” che nel 1941 torna al suo villaggio ebraico in una città dell’Europa dell’Est e annuncia l’arrivo dei tedeschi. Con la sua comunità decide di inscenare la partenza di un finto treno di deportati per sfuggire ai nazisti: un treno che, in realtà, è diretto in Palestina.
  8. Shoah, il film: un documentario di oltre 600 minuti, opera magistrale del regista francese Claude Lanzmann. Il documentario è girato in Polonia e ha la caratteristica dare la parola, tramite diverse interviste, ai sopravissuti dell’Olocausto, ex ufficiali dell’SS e gente dei luoghi in cui è ambientato.
  9. La scelta di Sophie: il film valse un premio Oscar come migliore attrice protagonista a Meryl Streep. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di William Styron e narra le vicende di un aspirante scrittore che fa la conoscenza, trasferitosi a New York, di una coppia di ragazzi che vivono nella stessa casa: lei, una donna polacca immigrata dopo la detenzione nel campo di concentramento di Auschwitz e lui un giovane ragazzo ebreo. L’amicizia dello scrittore con la coppia si fa sempre più intima fino a quando la donna polacca confessa un segreto. Il film del 1982 è stato inserito, dall’American Film Institute, nella classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi.
  10. La signora dello zoo di Varsavia: il film del 2017 con Jessica Chastain ispirato a una storia realmente accaduta contenuta nel libro Gli ebrei dello zoo di Varsavia basato sulla storia di Antonina Żabińska. La Żabińska, insieme al marito direttore dello zoo, cerca di difendere gli animali prossimi alla macellazione da parte dei tedeschi. Guadagnano la fiducia degli ufficiali di Hitler e, in gran segreto, riescono a salvare centinaia di ebrei facendoli nascondere nella loro casa e tra le gabbie dello zoo.

26 Gen 2018 Antisemitismo, Shoah

Da Fourier a George Sand ecco gli antisemiti di sinistra

Un saggio di Michel Dreyfus racconta con coraggio le tendenze anti ebraiche del socialismo francese

Matteo Sacchi

Michel Dreyfus

Quando si pensa all’antisemitismo è quasi automatico pensare al nazismo o a un certo tipo di destra. Ma è davvero così? No, esiste un antisemitismo di sinistra che però è stato spesso ficcato sotto il tappeto della Storia.

E non si tratta solo delle persecuzioni contro le religioni, compresa quella ebraica, nella Russia dei soviet o sotto Stalin. Esiste un antisemitismo di sinistra ben più antico e pernicioso che la maggior parte degli studiosi si è guardata bene dall’evidenziare.

Ha fatto una scelta diversa lo storico francese Michel Dreyfus, grande esperto di movimenti operai, che ha pubblicato un saggio coraggioso: L’antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2016). Il volume (e-book 6,99 euro, print on demand 13,51 euro), pubblicato in Italia dall’associazione Free Ebrei e tradotto da Vincenzo Pinto, prende in esame il caso francese, che è emblematico. Soprattutto tenendo conto che Oltralpe hanno vissuto molti dei più noti socialisti utopisti. Ecco, è proprio tra le loro fila che si scoprono un gran numero di antisemiti a sorpresa.

Dopo la caduta di Napoleone, la Francia iniziò ad avere un nuovo periodo di vivacità economica e nel sistema bancario e imprenditoriale non mancavano nomi ebraici. Questo poco aveva a che fare con le condizioni economiche della maggior parte degli ebrei francesi. Ma tanto bastò a molti socialisti per tirar fuori, rinfrescandoli, i peggiori stereotipi medievali sull’usuraio ebreo. Attaccare il capitalismo e attaccare gli ebrei divenne un tutt’uno. Pierre Leroux (1797-1871), forse addirittura il coniatore del termine «socialismo», in De la Ploutocratie del 1843 si esprimeva così: «I più grandi capitalisti di Francia… Ebrei che non sono cittadini francesi, semmai aggiotatori cosmopoliti». Il suo bersaglio principale era il banchiere James de Rothschild (1792-1868), ma rapidamente il focus dell’odio si allargò a tutti i suoi correligionari. E la sua excusatio di non attaccare gli ebrei in quanto individui, bensì lo «spirito ebraico, cioè lo spirito di guadagno, di lucro, di utile» lascia, ovviamente, il tempo che trova. Continua a leggere »

25 Gen 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Antisemitismo? Perché siamo lontani dalla pace. La voce della Comunità ebraica di Trieste

Il ministero della Diaspora dello Stato di Israele documenta la crescita degli episodi di antisemitismo in Europa. Il parere di Alessandro Salonichio

Marco Orioles 

L’antisemitismo è come l’araba fenice: non fai in tempo a dimenticartene che torna a sbucare da qualche angolo. È questo il significato dell’allarme lanciato dal ministero della Diaspora dello Stato di Israele in occasione della presentazione del nuovo rapporto sull’antisemitismo in Europa. Un rapporto che documenta una preoccupante crescita degli episodi di antisemitismo in tutto il continente (ma anche negli Stati Uniti), con punte preoccupanti in Ucraina, Francia e Germania, che il ministero guidato da Naftali Bennet attribuisce a tre fattori precisi: boom dell’estrema destra, imperversare dei social media e fenomeno dei profughi.

Per approfondire questo tema, Formiche.net ha chiesto il parere di Alessandro Salonichio, presidente della Comunità Ebraica di Trieste. Il quale non nasconde la propria preoccupazione per una concatenazione di fenomeni che convergono nell’incrementare la sensazione di insicurezza delle comunità ebraiche presenti nella nostra società.

Alessandro Salonichio, l’antisemitismo è in crescita in tutta Europa, dice il rapporto del ministero della Diaspora di Israele, che se riscontra un calo degli “incidenti antisemiti violenti”, ha verificato anche l’aumento di quelli “generalmente antisemiti”.

L’argomento è estremamente preoccupante, sia per i numeri sia per la qualità dei fenomeni. Stiamo parlando di fenomeni che pur non avendo una connotazione di violenza, aumentano la percezione che ci sia un antisemitismo strisciante. E riteniamo che ciò possa portare ad episodi più gravi. La cosa che più ci preoccupa è la mancanza di una presa di posizione forte da parte delle autorità, sia a livello europeo sia di capi di governo. Non posso evitare di commentare il fatto che anche la forte presenza immigratoria porta a una recrudescenza del malumore della società civile e questo evidentemente scarica i suoi effetti anche sulle minoranze storicamente presenti in loco, come quella ebraica. Continua a leggere »

24 Gen 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Islam, Israele

Moshe e la repubblica degli orfani

Moshe Kleiner, 11 anni, con i genitori David e Zippora e la sorella Rivka (foto del 1925)
Moshe Kleiner, 11 anni, con i genitori David e Zippora e la sorella Rivka (foto del 1925)

Una foto sbiadita, lontana nel tempo, vicina nell’immaginazione. David Kleiner, il padre, ha cappello e caffettano, come s’usava allora per tradizione tra gli ebrei dell’Europa orientale. La lunga barba, le spalle un po’ curve, l’aria stanca e rassegnata. La madre tiene la schiena dritta, i begli occhi chiari guardano fissi verso l’obbiettivo. Si capisce che è lei, Zippora, la vera anima della famiglia. Un po’ imbarazzata, in piedi, la figlia maggiore. Rivka è bravissima a scuola, intraprendente, volitiva. Moshe, il minore, ha l’atteggiamento vispo di chi vuol crescere in fretta, e ne sa già molte. L’immagine viene dallo shtetl, la cittadina ebraica di Kopyczyńce, nella parte dell’Ucraina allora sotto governo polacco. Siamo verso il 1925, Moshe ha undici o dodici anni e non sa quello che lo aspetta. Nessuno può nemmeno immaginare cosa verrà. Il fuoco che incendia, distrugge, uccide, annichila, quel fuoco terribile è ancora sopito. Certo, la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione d’ottobre e il confitto russo-polacco hanno portato anche qui travagli, trasformazioni, sofferenze. L’impero asburgico si è dissolto, l’economia langue, e la vita ebraica si deve arrabattare tra vecchie nuove difficoltà. C’è però un fermento recente, che agita le comunità e coinvolge soprattutto i giovani. Il sionismo scompiglia, incita ad agire, a prepararsi per l’emigrazione nella Terra d’Israele. Un mondo nuovo, una vita da riprendere in mano, dopo la lunghissima passività della diaspora. Uno scatto dopo l’altro, l’album di famiglia si arricchisce di nuove scene. Adesso sono i due ragazzi a farla da protagonisti. Crescono, sognano, lavorano, scoprono il mondo. Rivka e Moshe coltivano il progetto d’andarsene lontano. Rivka, che nel frattempo è diventata maestra, recita nel teatro yiddish. Moshe, di sette anni più giovane, la segue, s’intrufola sulla scena, vorrebbe provare anche lui la sua parte.

Moshe con due bambine ebree accolte a Selvino, sui monti bergamaschi, nel 1946 (American Jewish Joint Distribution Committee Archives, code n. NY_07541)

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23 Gen 2018 Comunità Ebraiche

Riccardo Di Segni: «Migrazione fuori controllo. Vittorio Emanuele III? Era meglio dove stava prima»

Il rabbino capo di Roma: «Temo nuove ondate d’intolleranza. Mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Devo rispondere due no»

Aldo Cazzullo

Rabbino Di Segni, lei da 17 anni è il capo religioso della più antica comunità ebraica della diaspora, quella di Roma. Com’era il ghetto quando lei era piccolo, subito dopo la guerra?
«Pieno di bambini. Papà era pediatra. Volevamo ricominciare, ma la ferita della Shoah era terribile. La razzia del 16 ottobre 1943 fu opera dei tedeschi. Ma poi furono gli italiani a far deportare altri mille ebrei».

I suoi come si salvarono?
«Molti si sentivano al sicuro dopo aver versato l’oro ai nazisti. Mio padre Mosè ebbe una perquisizione in casa. Chiamò da un telefono pubblico un amico giornalista che lo mise in allerta. Non tornò nel ghetto, scappò con mia madre Pina a Serripola, una frazione di Sanseverino Marche».

Anche sua madre era figlia di un rabbino.
«Nonno era il rabbino di Ruse, la città di Elias Canetti, sul Danubio. Fu salvato da re Boris, che disse a Hitler: gli ebrei bulgari non si toccano. Morì avvelenato, forse per mano nazista. Resistere, però, era possibile».

Cosa pensa del ritorno delle spoglie di Vittorio Emanuele III?
«Era meglio se rimaneva dove stava».

E della beatificazione di Pio XII?
«Ho studiato la sua storia, e devo ribadire un giudizio severo. Non fece nulla per impedire la deportazione. È vero che poi offrì rifugio a molti perseguitati».

Suo padre fu partigiano.
«Medaglia d’argento. Combatté la battaglia più dura il 24 marzo 1944, mentre suo cugino Armando veniva ucciso alle Fosse Ardeatine. Gli altri cugini sono morti ad Auschwitz. Mamma era nascosta in un granaio con mio fratello Elio e mia sorella Frida. Venne il rastrellamento fascista, il prete andò ad avvisare la banda di mio padre, che arrivò appena in tempo. I fascisti scapparono».

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22 Gen 2018 Comunità Ebraiche, Cristianesimo, Islam, Israele