Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Mayim Bialik. Attrice, madre ed ebrea osservante

Chi guardava la TV negli anni ’90 la conosceva per la commedia Blossom , o per i cinque minuti ben pressati in cui faceva Bette Midler da piccola in Spiagge . E sul resto, in teoria, c’è poco da aggiungere: un’ex attrice prodigio che ha preso un dottorato in Neuroscienze sarà sempre destinata a rimanere un personaggio di semi-culto, qualsiasi cosa faccia nei suoi ritagli di tempo.

Mayim Bialik , però, è anche un’ebrea osservante. E dopo la nascita del primo figlio ha cominciato a porsi il problema di come conciliare il rispetto della fede con la realtà quotidiana di una moglie/madre che lavora. Perciò è diventata una delle autrici del portale Kveller , dove ci si confronta sull’educazione dei bambini, ma anche su questioni strettamente matrimoniali e sulle regole da osservare per quanto riguarda l’aspetto fisico. Prima su tutte, la tzniut (“decenza”,  “modestia”), che nella pratica si traduce spesso con “gonne non sopra il ginocchio, maniche almeno fino al gomito”. (Tratto comune a parecchie religioni, per inciso: esistono online store e comunità dedicate solo a quello.) Per cui, sì, ci sta che la celebrity blogger del quartiere racconti la sua esperienza in termini di modestia quando deve farsi fare un vestito per gli Emmy , o che rivisiti l’ospitata nel reality show What Not To Wear . Oppure che spieghi com’è riuscita a digiunare durante lo Yom Kippur pur avendo intorno due ragazzini bramosi di attenzione. [Spoiler: è faticosissimo.]

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10 Lug 2017 Comunità Ebraiche

Terra, eternità e idolatria secondo Yeshayahu Leibowitz

Brillante intuizione riscoprire il grande profeta del quale per fortuna non si sono avverate tutte le promesse… (Kolot)

Giorgio Berruto

Nel cinquantesimo anniversario dalla Guerra dei sei giorni e l’unificazione sotto il controllo israeliano di Gerusalemme, non sono mancate le strumentalizzazioni della storia a fini politici di chi ha dipinto il conflitto come una guerra di liberazione, così come i ben più numerosi tentativi di erodere la legittimità di Israele dipingendolo come aggressore e potenza intenzionalmente protesa all’occupazione. Ho l’impressione che queste due posizioni abbiano un significativo elemento comune: entrambe ritengono che il 1967 sia da considerare come un inizio, e non un momento di una lunga storia, quella dell’autodeterminazione politica e dell’autodifesa di Israele. Inizio della liberazione o dell’occupazione, ma pur sempre un inizio. Tanto più che liberazione e occupazione hanno in comune l’oggetto, la terra, intesa come estensione di zolle, terreno.

A questo proposito mi sembrano significativi alcuni passaggi contenuti nel volume “Le feste ebraiche”, una collezione di interventi di Yeshayahu Leibowitz pubblicato da Jaca Book. “Esistono tra noi molte persone che creano e sviluppano ideologie e principi di fede partendo da idee come quelle della conquista e della liberazione dell’intera terra d’Israele, e dell’insediamento e dell’installazione in essa degli ebrei, e che pretendono di attribuire a queste visioni un significato, per così dire, religioso. Sentiamo frequentemente parlare della santità della terra, e del fatto che la sua conquista e l’insediamento in essa possiedano una specie di valore assoluto”.

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9 Lug 2017 Israele, Pensiero ebraico, Torà

Un’occasione sprecata e ambiguità sdoganate

Poche luci e molte ombre di un convegno su antisemitismo e islamofobia a Milano

Guido Guastalla – Anna Sikos 

Quello che si è verificato ieri a Palazzo Marino, sotto l’egida del Comune di Milano (ufficiale e politica) e con il coinvolgimento delle massime Istituzioni ebraiche italiane e milanesi (UCEI e CEM) è semplicemente mistificatorio e umiliante per noi tutti. L’oggetto della polemica non sono i discorsi dei singoli musulmani o le posizioni delle rappresentanze islamiche intervenute, tutti più dignitosi di molte nostre rappresentanze.

Si aggiunga a ciò la struttura delirante di chi ha pensato un convegno di tre ore, senza pause, facendo parlare oltre una quindicina di persone, che peraltro non hanno potuto né interloquire tra loro né con il pubblico: un convegno “sovietico”, da questo punto di vista.

Le parole di Gabriele Nissim secondo cui cosa c’entriamo noi, comunità ebraica, con l’ambasciata di Israele, nel contesto del suo intervento e a fronte del dialogo con i musulmani in quella sede, fanno rabbrividire, come pure il pessimo interrogativo se vivano oggi peggio in Europa gli ebrei o i musulmani. Vogliamo contare i morti, gli attentati e le intimidazioni registrate nell’ultimo decennio?! Per non parlare delle definizioni “improbabili” da lui date del controverso lemma (controverso anche per i musulmani, data la storia della parola e il suo primo uso –su cui, per inciso, non c’è stato accenno alcuno) “islamofobia”.

Il direttore del CDEC Gadi Luzzatto Voghera non è riuscito a dire ufficialmente –e neppure ad accennare brevemente storicamente, dato il suo ruolo- che esiste un antisemitismo specifico, autonomo, proprio del mondo islamico, dagli albori dell’Islam ad oggi, con una sua storia ben precedente la nascita dello Stato di Israele. E questo antisemitismo ha avuto contatti e rimandi con quello cristiano, pur avendo vita autonoma. Tutto questo è stato taciuto, proprio in quel contesto, con buona pace di Poliakov, Lewis e Wistrich.

Gadi Schoenheit è riuscito a sostenere che ebrei e musulmani siano semiti! Un’enormità: arabo ed ebraico sono lingue semitiche, mentre ebrei e musulmani non sono “razze”. La confusione tra discorso linguistico (individuato da uno studioso austriaco tra Settecento e Ottocento) e discorso (falso e criminogeno!) razziale fu un caposaldo del pensiero e della pratica razzisti, oggi purtroppo recuperato goffamente in un simile, delicato convegno proprio da una nostra rappresentanza ufficiale. Continua a leggere »

6 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Islam, Israele

Triglie alla livornese e baccalà. Così Cassuto li serve a Tel Aviv

Prima il tentativo di aprire un ristorante ebraico al mercato centrale qui in città, poi la svolta: troppe difficoltà e la scelta di portare la cucina labronica in Israele.

Ursula Galli

LIVORNO – Era partito con l’idea di aprire un ristorante ebraico kasher al Mercato centrale di Livorno. Ha finito per aprire un ristorante di cucina livornese a Tel Aviv. E non se ne pente: dopo soli tre mesi il locale “Arnoldo” inaugurato dal livornese Arnoldo Cassuto, nell’affascinante mercato della città israeliana, spopola con il suo baccalà alla livornese, le triglie, e le sue polpette al sugo, polpette in bianco con piselli, lingua di vitello con salsa verde. «Il momento più bello finora? Quando una signora originaria di Livorno, Marta Heller, di 88 anni, da 66 in Israele, mi ha detto che il mio baccalà l’ha riportata indietro nel tempo, ai sapori delle pietanze che le preparava la sua mamma all’ombra dei Quattro Mori». La storia di Arnoldo Cassuto non è solo una storia di enogastronomia, ma la vicenda di un cambio radicale di vita e di professione. Cinquantotto anni, due figlie e già nonno, ha passato tutta la sua vita in giro per il mondo come rappresentante di gioielli (ma con base a Livorno), fino al “colpo di testa” che l’ha trasformato in cuoco e ristoratore.

Arnoldo, com’è nata la voglia di cambiare drasticamente vita, e soprattutto, così distante da casa?

«Ho sempre coltivato una vera passione per la cucina limitandomi però a far da mangiare per familiari e amici. Un anno e mezzo fa ho cominciato a coltivare l’idea di aprire un ristorante kasher che a Livorno non esiste, per ebrei livornesi, per curiosi, e anche per i tanti ebrei che sbarcano a Livorno dalle navi da crociere. Il posto perfetto mi sembrava il mercato delle vettovaglie, ma mi sono scoraggiato perché, nonostante la massima disponibilità e gentilezza dei responsabili della struttura, gli orari sono ancora limitati. Mentre stavo ancora valutando il progetto, sono andato in vacanza a Tel Aviv, al locale mercato ho visto uno spazio vuoto, me ne sono innamorato, e ho realizzato che era molto più agevole aprire un locale in Israele che in Italia, dal punto di vista della burocrazia. In poco tempo ho potuto concretizzare il tutto». Continua a leggere »

6 Lug 2017 Comunità Ebraiche, Israele

Menorà, sette bracci di luce e fiori

Mostra straordinaria nel Braccio di Carlo Magno in Vaticano e nel Museo Ebraico dedicata al biblico candelabro del Tempio

Alvar Gonzalez-Palacios

I simboli, come le idee di cui spesso sono immagine, stanno alla base della vita umana e così, senza che ne siamo consapevoli, determinano la nostra storia. Si assicura che il 28 ottobre 312 le parole In hoc signo vinces apparvero a Costantino scritte sul cielo vicino a Ponte Milvio. Questa frase era seguita da una croce, simbolo di Cristo, che fece vincere all’Imperatore la celeberrima battaglia, inizio di un nuovo mondo.

Ma esistono simboli più antichi: uno di questi è la menorà a cui è ora dedicata una mostra straordinaria nel Braccio di Carlo Magno, in Vaticano, e nel Museo Ebraico di Roma. Non tutti sanno che cosa sia la menorà, termine spesso ignorato in antichi dizionari della lingua italiana come quello del Tommaseo. La definizione biblica è candelabro a sette bracci che è stato nel secolo scorso anche quello indicato in un celebre romanzo di Stefan Zweig, Il candelabro sepolto (1937).

L’origine dei simboli è sempre legata alla religione e al mito: della menorà, fisicamente parlando, abbiamo solo infinite memorie scritte e infinite immagini ma non più l’oggetto vero e proprio – un candelabro a sette bracci – fatto fare per ordine del Signore a Mosè in oro puro e destinato al Santo del grande tempio di Gerusalemme. Parliamo ovviamente del primo tempio. La menorà di cui ora trattiamo e di cui sono note alcune raffigurazioni, è quella più tarda trafugata con la violenza da Tito nell’anno 70 della nostra era e portata a Roma in trionfo l’anno successivo. Così attesta anche un magnifico bassorilievo dell’Arco di Tito, stante nel centro dell’Urbe.

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5 Lug 2017 Comunità Ebraiche

Ius soli, una prospettiva ebraica

Riccardo Di Segni

Qualcuno si sarà chiesto quale sia l’opinione degli ebrei e dell’ebraismo nella accesa discussione politica sul diritto di cittadinanza in base allo ius soli, che stabilisce che si è cittadini del luogo (il suolo) dove si nasce, per automatico diritto di nascita. Sappiamo benissimo che gli ebrei e l’ebraismo hanno molte opinioni differenti, soprattutto quando ci sono implicazioni politiche, ma la conoscenza, anche in una breve rassegna, dei principi fissati in merito a questo tema dalla nostra tradizione può essere molto utile per qualsiasi posizione che voglia definirsi ebraica. Effettivamente questi problemi sono affrontati e discussi ampiamente nelle nostre fonti, e va detto subito che il diritto ebraico non parla esattamente di cittadinanza, non riconosce lo ius soli e ha una visione molto particolare del cosiddetto ius sanguinis. Spieghiamo più in dettaglio.

La cittadinanza è definita dalla Enciclopedia Italiana come “condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta”. Ora la halakhà, anche quella prediasporica, non si riferisce alla appartenenza allo Stato ma alla appartenenza alla comunità, al qahal, al qehal Israel, o ‘am Israel, con tutto ciò che ne deriva in doveri e diritti, compreso il diritto-dovere di risiedere in terra d’Israele. Inoltre la halakhà discute il diritto di residenza nella terra d’Israele di chi non appartiene al qehàl Israele, ma vuole risiedervi come “straniero”, definendo il concetto di “gher”, e distinguendone due modalità: il gher tzedeq è la persona che non è nata ebrea e si impegna ad osservare tutte le regole dell’ebraismo e quindi diventa parte di Israele; il gher toshav (residente) è la persona che si impegna a rispettare i sette precetti noachidi e grazie a questo impegno ha il diritto di risiedere in terra d’Israele. È ben evidente che non si parla di ius soli, ma di appartenenza e residenza condizionate dall’impegno a rispettare determinate regole. Quanto allo ius sanguinis, che è la cittadinanza che si consegue per discendenza biologica da un cittadino, una specificità ebraica è che non si parla mai di sangue, per una precisa scelta culturale e simbolica; i rapporti di parentela sono invece indicati con le espressioni “ossa e carne” (Gen. 29:14).

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4 Lug 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà

Londra. Non credi al Gender? Ti chiudo la scuola ebraica

Trascura le tematiche gender: scuola ebraica di Londra rischia la chiusura

Emmanuel Raffaele

Londra, 30 giu – Una scuola ebraica di Londra rischia la chiusura dopo aver “fallito” la terza ispezione dell’anno da parte dell’Ofsted (Office of Standards in Education) a causa di una carenza negli insegnamenti su temi lgbt e riassegnazione di genere. Si tratta della Vishnitz Girls School, istituto privato femminile di impronta ortodossa, situato nel borgo di Hackney, nel nord-est della capitale inglese, che ospita 212 alunne dai tre agli otto anni la cui prima lingua è, in molti casi, lo yiddish.

Secondo il rapporto degli ispettori che hanno fatto visita alla scuola, gli insegnamenti non risponderebbero agli standard contenuti soprattutto nell’Equality Act del 2010, impedendo così alle bimbe di introiettare i “valori fondamentali britannici”, privandole di indicazioni precise su questioni come “l’orientamento sessuale”. Tutto ciò, secondo gli ispettori, “limita la crescita spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni e non promuove l’uguaglianza di opportunità in un modo che tenga conto dei differenti stili di vita”. La direzione scolastica avrebbe da parte sua ammesso di non aver avuto particolare cura di trattare le tematiche in questione e non sarebbe peraltro l’unica, dal momento che altre sei scuole di ispirazione religiosa non avrebbero superato la verifica nelle ultime settimane, stando a quanto riferiscono il Telegraph e il Jerusalem Post.

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3 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà