Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

A Gerusalemme il Sigd dà voce ai Beta Israel

L’ebraismo etiope in festa nella Capitale

Migliaia di ebrei etiopi si sono radunati giovedì scorso a Gerusalemme (sulla Tayelet Haas che guarda la città vecchia) per la festività Sigd (nella lingua gheez, Prostrazione), che celebra il rinnovo dell’alleanza tra il popolo ebraico, Dio e la Torah. Per secoli questo giorno era l’occasione per gli ebrei etiopi, noti anche come Beta Israel, di ricordare il sogno di tornare un giorno a Gerusalemme, diventato nella seconda metà dello scorso secolo realtà. “Questa festività è riuscita a preservarci nei secoli, ad alimentare in noi il desiderio di tornare nella nostra terra, ad unirci e non mischiarci, a sognare e pregare nonostante le difficoltà. Ed eccoci qui”, ha raccontato in passato rav Sharon Shalom al Portale dell’ebraismo italiano.

Sono passati più di 40 anni da quando la comunità etiope è arrivata in Israele per la prima volta, ma Sigd è stata dichiarata festa nazionale solo nel 2008. La storia dell’emigrazione in Israele dei Beta Israel – letteralmente ‘casa d’Israele’, nome con cui si indicano gli ebrei etiopi – è iniziata alla fine degli anni ’70, quando minacciati da carestie e dalle repressioni del governo etiope cominciarono a lasciare il paese, dove vivevano sparsi in centinaia di piccoli villaggi per lo più al nord, per dirigersi verso il Sudan, a maggioranza musulmana e ostile nei loro confronti.

Dopo alcune discussioni di tipo costituzionale e anche halachico, queste ultime legate alle commistioni con la cultura etiope presenti nell’ebraismo dei Beta Israel e al fatto che essi erano costretti a professare il loro culto di nascosto – molti di loro si convertirono volontariamente o forzatamente al cristianesimo, sono chiamati Falash Mura – nel 1977 il governo israeliano decise di applicare la Legge del ritorno anche agli ebrei etiopi. I Beta Israel vennero trasportati in territorio israeliano in maniera massiccia attraverso un ponte aereo, con tre diverse operazioni che si susseguirono negli anni ’80. L’Operazione Mosè e l’operazione Giosuè partirono dal Sudan, mentre nel 1991 l’Operazione Salomone partì dalla capitale etiope Addis Abeba, e così pur con gravi perdite nei tragitti vennero trasferiti più dei tre quarti della comunità. Continua a leggere »

24 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Il grande esodo degli ebrei di Parigi «Ci aggrediscono, costretti a fuggire»

Minacce e attacchi violenti nelle periferie a maggioranza araba della capitale Dei 350 mila residenti nella regione, 60 mila sono andati via. Molti si stanno trasferendo nel XVII arrondissement, accanto alla nuova sinagoga

Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi

Poco lontano dal celebre ristorante kasher tunisino Nini e dallo Schwartz’s Deli di ispirazione newyorchese, sta nascendo in rue de Courcelles il grande «Centro europeo dell’ebraismo», uno spazio di 5000 metri quadrati che ospiterà una sinagoga da 600 posti e sale per spettacoli ed esposizioni. Il centro aprirà entro la Pasqua ebraica e sancisce il ruolo del XVII arrondissement di Parigi, nel nordovest della capitale, come nuovo cuore dell’ebraismo francese ed europeo accanto all’antica presenza nel Marais. Dei 350 mila ebrei della regione parigina, circa 60 mila negli ultimi anni hanno traslocato. Molti hanno abbandonato i quartieri più difficili delle periferie per trasferirsi nella nuova «piccola Gerusalemme» del XVIIème, o nel triangolo d’oro Le Raincy-Villemomble-Gagny appena fuori la capitale.

Un esodo interno discreto, qualche volta segno di successo e ascensione sociale, più spesso provocato dagli atti di antisemitismo che a Saint Denis, Bondy, La Courneuve, Sarcelles, Stains e altri comuni del Grand Paris sono cominciati con la seconda Intifada dei primi anni Duemila e si sono intensificati dopo le stragi di Merah a Tolosa e gli attentati islamisti a Parigi.Tanti ebrei francesi spinti dall’insicurezza hanno fatto la loro aliya e sono andati a vivere in Israele: nel 2015 sono stati oltre 8000, i più numerosi al mondo per il secondo anno consecutivo. Molti altri che continuano a considerare la Francia come il loro Paese scelgono di cambiare zona e di vivere raggruppati. La vitalità ebraica del XVIIesimo e di altri quartieri è frutto anche di una realtà drammatica: violenze e aggressioni costringono gli ebrei francesi a vivere sempre più tra di loro, per proteggersi, 500 anni dopo la nascita a Venezia del primo ghetto al mondo.

«Siete ebrei quindi siete ricchi», ripetevano i tre aggressori che l’8 settembre sono entrati nella casa della famiglia Pinto a Livry-Gargan, nel dipartimento Seine-Saint-Denis, quel «93» simbolo suo malgrado della banlieue degradata. «Avrebbero potuto derubarci mentre non c’eravamo, perché abbiamo passato l’estate fuori Parigi — dice Roger Pinto, 78 anni, al telefono da Israele —. Invece sono arrivati proprio il giorno dopo il nostro rientro. Mi hanno buttato per terra prendendomi a calci fino a farmi svenire, gridavano ”se non ci date i soldi vi ammazziamo, lo sappiamo che li avete, ebrei”». Roger, la moglie Mireille e il figlio David forse si trasferiranno nel XVIIesimo, «ma resteremo in Francia — dice Pinto, presidente dell’associazione Siona —. Sono in terapia dallo psicologo, appena starò meglio rientreremo. Il governo francese deve garantire la nostra sicurezza».

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23 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Ebrei a Perugia, dal ‘ghetto’, ai primi Monte di Pietà, alla Sinagoga di Palazzo Ajò

La storia del quartiere dell’Arco Etrusco, dove un tempo sorgeva una Sinagoga

Alessia Chiriatti

Un piccolo quartiere, in realtà compreso in un dedalo di strade a ridosso del famoso Arco Etrusco. Dell’animo ebraico di quel luogo rimane ben poco, se non il nome della Piazzetta della Sinagoga. Storia vuole che proprio in uno di quei palazzi che oggi si affacciano sul largo dove oggi sorge anche la sede della Soprintendenza cittadina (a Palazzo Brutti) si trovasse appunto una sinagoga, costruita nel 1300. Lì, tra via Ulisse Rocchi e via di Pozzo Campana, per alcune centinaia di anni, abitarono alcune famiglie ebree (pare fossero 7 le più importanti). Non più di 200 di loro lo popolavano già nel 1300, per una storia fatta di ‘cacciate’ e accoglienza e scandita, come vuole tutto il passato di Perugia, dalla presenza dello Stato Pontificio e dell’emanazione di alcune bolle papali.

Nei secoli non si è mai parlato di un vero e proprio ghetto canonico. Tanto che si ha notizia della presenza di ebrei anche nella zona di via Maestà delle Volte e di Sant’Ercolano. A ben guardare le case che si sviluppano a ridosso della zona dell’Arco Etrusco, su via Pozzo Campana, si nota come gli edifici si sviluppino in altezza. Sembra questa sia la reale testimonianza di come la comunità ebraica si concentrasse in quella zona di Perugia data l’impossibilità (in alcuni casi per indisponibilità di denaro, in altri per  costrizione) di acquistare nuovi appartamenti. I piani delle case venivano così costruiti sopra gli altri. Al loro interno, in base ad alcuni lasciti testamentari di cui si ha notizia, delle stanze con arredi preziosi.

Le prime memorie

E’ il 7 agosto 1262: è la data del primo documento attestante la presenza di un gruppo di ebrei a Perugia. Fu allora che il Minor Consiglio del Popolo dibatté il problema della liceità della loro presenza in città. Un ‘problema’ perché si trattava perlopiù di usurai, tanto che si decise di espellerli. E fu proprio per contrastare l’usura che nacque a Perugia uno dei primi Monte di Pietà in Italia, datato 1462 (dopo quello di Ascoli Piceno del 1458), quando alcuni frati francescani lo istituirono per limitare i prestiti al popolo minuto effettuato dagli ebrei anche a persone povere. Il Monte, dove i debitori lasciavano un oggetto di valore in pegno, spesso ricomprato dagli stessi ebrei, fu poi chiuso agli inizi del 1500 da Papa Leone X Medici, il quale introdusse un basso tasso di interesse per la restituzione dei prestiti.

Altri ebrei erano però anche medici (tanto da essere stati ingaggiati per curare dei Pontefici), farmacisti e venditori di libri. Si trattava di mercanti, trasferitisi da Roma a Perugia così come nel resto dell’Umbria. Già nel 1200 era vivido lo stereotipo dell’ebreo usuraio: a loro erano infatti precluse altre attività, come il possesso fondiario, mentre la Chiesa vietava ai Cristiani ogni mestiere che implicasse il rapporto col denaro, ritenendolo peccato.

Lo stesso Comune di Perugia si fece prestare molti soldi dalla comunità ebraica nel corso della seconda metà del 1200. Denaro che servì a quanto pare per ristrutturare la città, in guerra con i Comuni vicini (si parla in particolare di Trevi). Per riuscire ad ottenere questi soldi, fu garantito l’impegno di alcuni cittadini influenti, che a loro volta garantirono la restituzione del debito contratto. Ad una condizione: ossia che gli ebrei potessero rimanere in città solo fino alla restituzione del prestito in questione, e cioè per circa due mesi. Continua a leggere »

22 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Asti, convegno dedicato a Vittorio Dan Segre il 24 novembre

Neutralità. Una parola che sembra lontana dallo scenario mondiale di oggi, segnato dalle divisioni e dalle guerre, dalle minacce e dalle violenze. Eppure una parola che nella storia – e forse ancora oggi – ha rappresentato un’opzione alternativa, nel campo delle scelte politiche interazionali. A questa idea dedicò buona parte dei suoi studi lo scrittore ed ex diplomatico Vittorio Dan Segre, originario di Govone e celebre in tutto il mondo per i suoi libri autobiografici.

Di Dan Segre e di neutralità si parlerà venerdì 24 novembre alle ore 17, presso il Polo Universitario di Asti Rita Levi-Montalcini, nel convegno organizzato da Ethica (di cui Segre era l’anima), dal titolo “Essere neutrali in un mondo diviso. Una via alternativa per la coesistenza delle identità”.

Un’occasione per ricordare il celebre studioso e scrittore piemontese, legatissimo ad Asti, ma anche per rimettere al centro dell’attenzione una parola dimenticata, sebbene ancora valida nel contesto internazionale.

Saranno molte le autorità presenti, e l’incontro, che ha ottenuto il patrocinio dalla Prefettura di Asti, si aprirà con i saluti del sindaco di Asti Maurizio Rasero, del Presidente di ASTISSMichele Maggiora, e del Presidente della Fondazione CR AstiMario Sacco.

Dopo l’introduzione del presidente di Ethica, Giovanni Periale,prenderà la parola Gabriele Segre, nipote di Dan Segreericercatore di Politiche Pubbliche e Relazioni Internazionali, con studi negli Stati Uniti e a Singapore, attualmente occupato all’ONU, nella sede di Torino. Continua a leggere »

21 Nov 2017 Comunità Ebraiche, Israele, Shoah

Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

20 Nov 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà

Ephraim Kishon, un grande umorista. Anche quando non c’era proprio nulla da ridere

Barbara Pontecorvo

Ephraim Kishon è nato il 23 agosto 1924 a Budapest col nome di Ferenc Hoffmann, ed è mancato il 29 gennaio 2005 ad Appenzell (in Svizzera). È riuscito ad arrivare a 80 anni, un traguardo insolito per chi ha trascorso un passaggio negli alberghi della morte.

Una volta si è salvato perché il comandante del Lager cercava un avversario col quale giocare a scacchi, un’altra perché nella fila si sparava a uno su dieci e lui non era il decimo. Durante il trasporto al campo di sterminio di Sobibor, riuscì a fuggire, facendosi poi passare per un lavoratore slovacco. Dopo la guerra, rimase in Ungheria fino al 1949, quando decise che non era meritevole di beneficiare del fantastico regime comunista che nel frattempo aveva preso il potere, sicuramente con metodi eticamente impeccabili, ed emigrò in Israele.

Dal punto di vista linguistico, quando emigrò non conosceva l’ebraico, ma in Israele lo apprese rapidamente e lo apprese così bene da diventare, col nuovo nome di Ephraim Kishon e scrivendo in ebraico, uno dei migliori umoristi al mondo, autore di moltissimi libri, commedie e film. È stato pubblicato e rappresentato dovunque. Anche in Italia, ma non a sufficienza, viste le sue doti riconosciute, e le traduzioni di molti dei suoi 50 libri in ben 37 lingue.

È alquanto paradossale che dopo quelle terribili esperienze gli sia rimasta la voglia di ridere o, semmai, di far ridere. Quanto a paradossi, gli parve sempre buffo che in Germania i nipotini dei suoi boia facessero la fila per acquistarne i libri. Nel 2002, quando vinse il Premio Israel, il maggior riconoscimento culturale israeliano, si meravigliò che glielo avessero dato pur essendo pro- israeliano, perché a suo avviso lo assegnavano soltanto a israeliani anti-israeliani. Continua a leggere »

19 Nov 2017 Israele

Rav Laras, che il suo ricordo sia di benedizione

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Dopo una lunga e difficile malattia, se n’è andato ieri mattina Rav Giuseppe Laras, che per venticinque anni è stato il rabbino capo di Milano e anche dopo il suo ritiro da quel ruolo ha conservato la responsabilità rabbinica di Casale e di Ancona e la presidenza del tribunale rabbinico del Nord Italia.

Giuseppe Laras ha rappresentato la personalità più importante dell’ebraismo italiano nella generazione successiva a Rav Toaff, quella cioè che ha iniziato a operare nella stagione dell’ammodernamento del paese e dell’apertura del mondo cattolico e ha proseguito la sua influenza determinante fino a poco dopo il volgere del secolo, quando i tradizionali schieramenti politici e culturali hanno iniziato a collassare, l’islam si è imposto come un problema diretto e pericoloso anche per i paesi europei, il terrorismo è dilagato e nel mondo ebraico si è proposta una nuova generazione di rabbini, formatasi per lo più almeno in parte in Israele e più attenta all’influenza di quel rabbinato.

Personalità forte, preparatissima, di carattere molto determinato, Rav Laras ha segnato profondamente la vita ebraica italiana di quei decenni,, fra l’altro guidando il dialogo ebraico-cattolico, grazie anche alla sua profonda amicizia col cardinale Martini. È stato anche e soprattutto un maestro di pensiero, non solo per aver formato generazioni di rabbini e aver insegnato i precetti e la dottrina tradizionale alle comunità che ha guidato, soprattutto ai giovani; ma per aver portato il pensiero ebraico al pubblico assai più grande delle università, degli incontri interconfessionali, dei giornali.

Questo lavoro si è tradotto in numerosi volumi, la cui forma è stata positivamente segnata dalla vocazione professorale: se si vuole leggere un’esposizione chiara, completa, logicamente strutturata sulla storia del pensiero ebraico nelle sue diverse periodizzazioni, e in particolare sull’amato Maimonide, ma anche su temi apparentemente più marginali come la concezione ebraica dell’amore e della coppia, i libri di Rav Laras sono indispensabili. Questo lavoro di chiarimento e insegnamento, di studio dei testi e di storicizzazione della vicenda intellettuale dell’ebraismo ha contribuito potentemente a far capire alla cultura italiana, da decenni chiusa nei recinti simmetrici di cattolicesimo e comunismo, altrettanto chiusi alla peculiarità della tradizione di Israele che esiste e vive da millenni una cultura ebraica, ricca e complessa. Continua a leggere »

17 Nov 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele, Pensiero ebraico, Shoah, Torà