Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Giacometta Limentani (1927-2018)

Traduttrice, narratrice e saggista. Una penna elegante ed efficace al tempo stesso, capace di toccare davvero il cuore. E un formidabile tramite di conoscenza verso l’ebraismo per i tantissimi lettori che in tutta Italia hanno imparato ad amarla e ad amare il suo stile, le sue parole, il suo messaggio. Aveva da poco festeggiato 90 anni Giacometta Limentani, una delle figure più significative dell’Italia ebraica. Numerose e significative le collaborazioni in campo giornalistico e letterario, accompagnate da un’intensa azione divulgativa quale animatrice di gruppi di studio centrati su Torah e Midrash.
“Gli eventi sono passati, saranno futuri, ma c’è una loro pregnanza in ogni momento. Ogni momento racchiude in sé l’istante, ma anche i ricordi, le possibilità e il divenire. Il tempo ebraico è un divenire che si esplica continuamente nelle percezioni del presente” raccontava in una intervista alla psicoterapeuta Helen Brunner su Pagine Ebraiche del gennaio 2014, che qui riproponiamo.
Tra i suoi racconti e romanzi In contumacia, Milano, Adelphi, 1967; Gli uomini del libro: leggende ebraiche, Milano, Adelphi, 1975; Il grande seduto, Milano, Adelphi, 1979; I discorsi della Bibbia, testi per due audiolibri, Milano, Mondadori, 1979; Il vizio del faraone e altre leggende ebraiche, Torino, Stampatori, 1980; L’ombra allo specchio, Milano, La tartaruga, 1988; Dentro la D, Genova, Marietti, 1992; Il più saggio e il più pazzo, Viterbo, Stampa alternativa, 1994; … e rise Mosé, Torino, Einaudi ragazzi, 1995; Da lunedì a lunedì, Torino, Einaudi ragazzi, 1999; La spirale della tigre, Varese, Giano, 2003. Mentre tra le opere teatrali si segnalano Il narrastorie di Breslav: sacra rappresentazione in due tempi e Nachman racconta: azione scenica in due atti.La ricorda così Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “Instancabile e appassionata testimone di un’epoca, Giacometta Limentani è stata per molti di noi un formidabile esempio di vita. Vita nonostante, vita per, vita con. Una donna unica e preziosa, intelligente e libera. Genitrice di comunità e pensiero ebraico e generatrice di identità, memoria e cultura”.
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19 Feb 2018 Comunità Ebraiche

Zwi Migdal: Il racket delle prostitute ebree

Dall’Europa Orientale al Sud America. Non solo “Keyla la rossa” di Singer

 

Quella che Isabel Vincent racconta in Corpi e anime è una storia vera e terribile, che trova le proprie radici nella tragedia dell’antisemitismo, e che tuttavia ci regala anche una luminosa speranza. “Corpi e anime” recupera infatti dalla vergogna e dall’oblio il destino di alcune giovani donne ebree, nate e cresciute nell’Europa Orientale, le quali, per sfuggire alla straziante miseria e ai pogrom, abbandonarono i villaggi e i ghetti urbani confidando in una sorte migliore. Finirono purtroppo nelle mani della Zwi Migdal, un’organizzazione criminale interamente costituita da malviventi ebrei, che fino al 1939 avviò molte giovani alla prostituzione, destinandole alle case di tolleranza che gestiva a New York, in Sudafrica, in India e in Sudamerica. Seguendo dalla Polonia al Brasile le tracce di tre di queste ragazze, Sophia Chamys, Rachel Liberman e Rebecca Freedman, “Corpi e anime” ci racconta una vicenda straordinaria e commovente. Perché Sophia, Rachel, Rebecca e le altre polacas, seppur ridotte in schiavitù, sfruttate e oltraggiate, seppero affrontare la loro sorte con dignità e fermezza: mantennero vivo il loro sentimento religioso, malgrado l’ostracismo della stessa comunità ebraica verso queste donne immorali, e costruirono una rete di solidarietà, la ‘Società della Verità’ fondata sull’amore, sul timor di Dio e sulla fiducia reciproca.

Tra la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 l’Argentina era appena uscita dal periodo turbolento delle guerre d’ indipendenza dalla Spagna e delle successive lotte interne tra le diverse fazioni che videro contrapporsi Buenos Aires alle altre province, che non volevano perdere la propria autonomia in favore della capitale, vero fulcro dominante di un paese che stava trovando una propria identità politica ed un proprio sviluppo economico.

L’economia argentina, favorita da una estesa rete ferroviaria che collegava tutte le regioni del paese con la capitale, ebbe un rapido sviluppo tra il 1880 ed il 1930, quando le sue merci venivano esportate verso i mercati europei.
In quel periodo la popolazione aumentò di sette volte, provocando un vero stravolgimento nella fisionomia culturale del paese. Continua a leggere »

18 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Singer inedito e scandaloso

La storia di Keyla la rossa tra Polonia e America

Paolo Petroni

”Nei canali di scolo mulinavano acque torbide che correvano verso la Vistola. Il fiume raccoglieva tutto e lo riversava in mare, rimanendo puro e limpido” e così appaiono un po’ i protagonisti di questo forte romanzo di Isaac B. Singer, riscoperto oggi proprio dalla curatrice Elisabetta Zevi e la Adelphi che lo pubblica per prima in assoluto, e in particolare la bella Keyla, donna dei bassifondi, prostituta che frequenta la malavita di Varsavia, ma con una voglia e un impegno continuo nel tentativo vano di un riscatto, visto che poi ognuno si ritrova sempre solo con se stesso e come in fuga, anche in senso esistenziale.

Il romanzo è ricco e avvincente e ci trasporta dai vicoli fangosi, miseri e brulicanti di vita del quartiere ebraico di Varsavia all’America e New York raccontandoci avventure umane più che un succedersi di fatti eclatanti, umani sforzi per liberarsi delle proprie origini e la difficoltà quasi impossibile di cambiare, avendo il mondo contro. Il tutto con quella prosa ricca, compatta, senza divagazioni e ricchissima di dialoghi propria di questo autore che nel 1978 fu insignito del premio Nobel. Era l’anno in cui ”Keyla” avrebbe dovuto essere pubblicata in volume, dopo essere uscita a puntate su ”Forvets”, il quotidiano yiddish di New York, ma il suo contenuto scandaloso, la vitalità, il sesso e la descrizione di un mondo ebraico nero, quello della Via Krochmalna, fecero sì che l’autore mettesse da parte questo romanzo.

Un libro che mostra senza edulcorazioni come anche nelle comunità ebraiche ci fosse il bene e il male, raccontando per esempio della tratta delle giovani ragazze illuse e convinte a lasciare gli shtetl, i villaggi ebraici dell’Europa orientale per mandarle e costringerle a prostituirsi in America del sud. Continua a leggere »

16 Feb 2018 Comunità Ebraiche

“Fagin l’ebreo” di Will Eisner

In quest’opera Eisner, maestro del fumetto e riconosciuto padre del graphic novel, si confronta audacemente con un gigante della letteratura, Charles Dickens, rileggendo uno dei capisaldi della letteratura, Oliver Twist, dal punto di vista di uno dei personaggi più famosi dell’opera, l’”ebreo” Moses Fagin.

Eisner realizza un’opera rigorosa, animata da un forte impegno civile, dando voce al disprezzato Fagin per mettere in luce le nefaste conseguenze dell’uso degli stereotipi, in questo caso di carattere razziale.
Questa nuova edizione è partita dalla riscansione ad alta qualità di tutti gli originali delle tavole disegnate e ha permesso di recuperare tantissimi dettagli persi nelle precedenti edizioni.
Dopo L’ultimo giorno in Vietnam, continua l’edizione in grande formato cartonato delle principali opere di Eisner dove grazie alla cura della stampa, il bianco e nero del segno dell’autore emerge con forza e carattere.
L’edizione è arricchita da uno scritto dello stesso Eisner, da una prefazione di Brian Michael Bendis e da un saggio critico di Jeet Heer.

DALLA PARTE DEI VINTI, OVVERO “RILEGGERE” UNA STORIA PER RACCONTARE LA VERITA’…

 «Esaminando le illustrazioni dell’edizione originale di Oliver Twist, trovai indiscutibili esempi di diffamazione razziale all’interno della letteratura classica. Il ricordo dell’uso che ne fecero i nazisti durante la Seconda guerra mondiale, circa cento anni dopo, aggiunse prove alla persistenza di certi stereotipi negativi. Combatterli era diventato per me una sorta di ossessione, e non mi rimase scelta: dovevo realizzare un ritratto rispettoso di Fagin, raccontando la storia della sua vita nell’unico modo che mi si addicesse. Questo libro, dunque, non è un adattamento di Oliver Twist! E’ la storia di Fagin l’ebreo.» (Will Eisner)

«Io sono Fagin, l’ebreo di Oliver Twist. Questa è la mia storia, rimasta sconosciuta e ignorata nel libro di Charles Dickens» (Moses Fagin)

 

La storia dimentica spesso le ragioni dei vinti, mentre le spregiudicatezze dei vincitori si trasformano di solito in abili strategie. Will Eisner non ci sta, vuole ribaltare le regole.
Nel 2003 scrive Fagin L’Ebreo, decidendo di raccontare, utilizzando il fumetto, la storia di Oliver Twist dal punto di vista del perdente, ovvero di Fagin. Moses Fagin. Fagin “l’ebreo”.
Eisner immagina che Fagin e Dickens, il personaggio e il suo creatore, si incontrino, in carcere, la notte prima che Fagin sia impiccato. Fagin racconta la “sua” versione dei fatti allo scrittore, con la speranza che questi comprenda meglio le sue ragioni e che, finalmente, la verità venga alla luce.
Il libro di Dickens (pubblicato per la prima volta nel 1837) descriveva una Londra travolta dalla rivoluzione industriale, incapace di salvaguardare gli orfani e di frenare lo sfruttamento delle fasce deboli. E’ in questa storia di poveri che si colloca il personaggio di Fagin, lo sfruttatore ebreo, avido di ricchezza e incapace di amare, a meno che non sia per il proprio vantaggio. Fagin è il carnefice e il giovane e candido Oliver la sua vittima. Eisner prova, invece, a stravolgere l’immagine losca, ambigua e, tutto sommato, carica di malvagità del personaggio che Dickens offre ai suoi lettori. Lo fa semplicemente ponendosi una domanda: e se fosse Fagin a raccontarla, questa storia? Se fosse Fagin a spiegare come ha fatto a diventare quel turpe personaggio che corrompe l’innocenza di Oliver, avviandolo a una carriera criminale?

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15 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Il carnevale romano e il palio dei judei

Fu Paolo II, nel 1467, a portare a Roma i festeggiamenti del Carnevale. D’altronde, Paolo II era nato a Venezia, e pensava che riportate l’antico “panem et circenses” a Roma sarebbe stata una buona idea. Furono introdotti diversi palii, divisi in linea di massima tra “bestie bipede” e “bestie quadrupede”. Se per queste ultime è facile pensare a cavalli, buoi e somari, rimarrete sorpresi che le corse tra bipedi vedevano impiegati essenzialmente tre categorie: “ragazzi, vecchi ed ebrei”. Il luogo preposto a queste corse era la zona oggi occupata da Piazza Venezia e Via del Corso (in quel periodo Via Lata) e sappiamo che, nel 1467, il “Pallio delli Judei” fu corso il 2 Febbraio, seguito da quello dei “Garzoni” (ragazzi) il 3 e “delli Vecchi” il 6.

Ancora all’inizio del XVI secolo, non sembra che la corse fosse vista come un’angheria nei confronti degli Ebrei, anzi, non c’era coercizione e coloro che volevano competere arrivavano in modo spontaneo e ben vestiti.

Le cose peggiorarono progressivamente dopo il 1550 (poco prima, quindi della creazione del Ghetto di Roma). Già nel 1581, tutte le categorie erano costrette a correre completamente nude e nel 1583 gli Ebrei ebbero l’ordine di correre dopo aver consumato un lauto pasto per il diletto della popolazione. Le ali di folla che seguivano il palio dei Giudei iniziarono a sfidare i cordoni che tracciavano il percorso di gara per tirare fango e frutta marcia ai corridori. Alcuni bandi dello stesso periodo prevedevano pene severe per chi avesse tirato uova marce, arance e “acqua guasta” (in pratica, liquidi più o meno identificabili”) ai corridori, cosa che ci fa comprendere quanti feriti e morti provocasse il delirio carnevalesco a roma. Il gusto per il grottesco e il becero sfogo dei sentimenti più bassi raggiunse l’apice nel XVII secolo, quando si tennero palii di persone deformi, di cui una fonte del 1633 parla in questi termini “fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli per la varietà delle loro gobbesche schiene”. Nel 1649, quando tutti penavano che il palio dei Giudei doveva essere rimandato a causa di un vero e proprio nubifragio, gli Ebrei furono costretti a correre sotto il diluvio per il divertimento della folla. Continua a leggere »

14 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Ba’ghetto a Milano: l’originale ristorazione kosher di Roma si fa in quattro

Ba’ghetto a Milano. Dopo Felice a Testaccio e Trapizzino, sul treno solo andata per Milano sale anche Ba’ghetto, il più antico ristorante ebraico a Roma. La tradizione culinaria giudaica della Capitale apre il suo quarto locale, lontano, però, dalla movida milanese. Proprio per un singolare destino i fratelli Dabush si sono ritrovati in via Sardegna dove, i primi di marzo, il ristorante sarà presentato ufficialmente alla clientela meneghina.

Per un Sorbillo che arriva (a Roma), un Ba’ghetto che espatria. Consolidati sul territorio romano e stufi dei suoi sampietrini, i fratelli Dabush, senza nuovi attori, hanno scelto di far respirare a Ba’Ghetto un’aria mitteleuropea, esportando l’intero menu insieme alle loro stesse radici. Ilan, uno dei quattro fratelli, ex concorrente nel programma “4 ristoranti” di Borghese, racconta che, dopo due anni di sopralluoghi e ricerche, hanno deciso di lanciarsi in questa nuova sfida: “Milano è cambiata molto negli ultimi tempi, e noi vogliamo far parte della sua evoluzione”.

Sono passati più di trent’anni dal primo ristorante in via Livorno 10 a Roma, e Avi, Ilan, Eran e Amit hanno preso in mano l’attività dei genitori aprendo, quasi in contemporanea, altre due sedi romane della linea Ba’Ghetto vicine alla sinagoga. Per una delle due attività in via Portico d’Ottavia, la Rpm Proget ha ideato un ambiente raffinato, dallo stile moderno, sui toni del bianco e del nero. “Lo stesso format sarà ripreso anche al Nord”, dicono gli architetti riconfermati per il nuovo concept. Continua a leggere »

13 Feb 2018 Comunità Ebraiche

Quei maestri di Israele

Dopo mezzo secolo con Mehta, la Filarmonica avrà un nuovo direttore. I concerti con la maschera antigas.

Giulio Meotti

Una volta, al New York Times, Zubin Mehta disse che la sua affinità con Israele aveva qualcosa di culturale, di spirituale, di profondo. Il grande musicista fa parte dei Parsi, i discendenti degli zoroastriani dispersi dalla Persia all’arrivo dell’islam. “Siamo chiamati gli ebrei dell’India”. La sua storia d’amore con Israele iniziò per caso, nel 1961, quando Mehta aveva venticinque anni e venne chiamato a sostituire Eugene Ormandy alla testa dell’Orchestra Filarmonica d’Israele. Non se ne è più andato. Il 2018 sarà il suo ultimo anno, prima del ritiro, dopo aver diretto per mezzo secolo la musica in Israele. Il successore è già designato: sarà il Wunderkind, il bambino prodigio della musica israeliana, Lahav Shani, trentenne allievo di Daniel Barenboim.

Mehta partì con la moglie Carmen per Israele, un paese che gli era totalmente sconosciuto. A quei tempi, l’orchestra era formata principalmente da fuorusciti fuggiti dall’Austria o dall’Europa dell’Est, prima e dopo l’Olocausto. “Tel Aviv, con quella sua confusione organizzata che travolge chiunque la attraversi, mi ricordava la mia città natale, Bombay, dove tutti parlano sempre contemporaneamente, tutti danno continuamente consigli, tutti hanno opinioni decise su tutto” dirà Mehta. “A Bombay, quando si apre la finestra, si vedono cinquemila persone per la strada; a Vienna questo non succede. In Israele mi sentii subito a casa”.

La Israel Philharmonic Orchestra era stata fondata nel 1936 dal violinista polacco Bronislaw Huberman e inizialmente si chiamava Palestine Philharmonic Orchestra. Huberman convinse settantacinque musicisti a emigrare, perché aveva visto avvicinarsi la tragedia immane che il nazionalsocialismo avrebbe rappresentato per gli ebrei. Un documentario e un libro di Josh Aronson, “Orchestra for exiles”, ha raccontato la storia di Huberman e di come abbia fondato una orchestra straordinaria e salvato molti ebrei dalla Shoah. Il direttore del concerto inaugurale, che si svolse il 26 dicembre 1936 in un hangar del porto vecchio di Tel Aviv, fu nientemeno che Arturo Toscanini.

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12 Feb 2018 Israele