Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

«Tra vicoli e luoghi sacri, orgoglio di noi ebrei romani»

In giro nella «cittadella» con Ruth Dureghello all’ombra del Tempio Maggiore e attorno a quella che tutti chiamano Piazza Giudìa, significa fermarsi ogni due metri.

Paolo Conti

«Ruth, salutame mamma tua, nun te scordà!». Vicolo della Reginella: una panchina e due donne anziane della zona più antica del Vecchio Ghetto ebraico di Roma, lì nell’unica strada rimasta del secolare reticolo di viuzze. Girare con Ruth Dureghello nell’area ebraica di Roma, all’ombra del Tempio Maggiore e attorno a quella che tutti chiamano Piazza Giudìa, significa fermarsi ogni due metri. La abbracciano e baciano tutti: ristoratori, baristi, passanti, le proprietarie del Forno Pasticceria Boccione, che espone in vetrina la migliore crostata ebraica di ricotta e visciole certamente di Roma, forse d’Europa.

Ruth Dureghello, da due anni esatti presidente della Comunità ebraica romana, è il simbolo di quella grande famiglia allargata che è l’ebraismo romano: «Siamo i romani più antichi, i primi ad arrivare furono i Maccabei nel II secolo prima dell’Era Volgare (è la definizione preferita dagli israeliti per indicare avanti Cristo, ndr), poi giunsero gli altri nel 70 dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Nessuna comunità italiana è così profondamente cementata con l’identità della propria città come avviene qui a Roma».

In una giornata di sole estivo, i richiami delle voci confermano: è il dialetto giudaico romanesco, rimasto intatto nei secoli, pieno di rinvii geografici. Soprattutto in via della Reginella: «Per noi questa strada è importante, spiega bene cosa fosse l’antico Ghetto con i vicoli stretti e le case quasi una addossata all’altra. Siamo fatti così, noi ebrei romani: abituati a stare uno vicino all’altro, da secoli». Continua a leggere »

9 Ago 2017 Comunità Ebraiche, Israele

Nel 1939 la Cina voleva salvare gli ebrei in fuga dal nazismo

La scoperta è stata fatta da un giornalista investigativo del quotidiano Haaretz negli archivi della Repubblica

Giordano Stabile

Sinagoga Ohel Rachel Shanghai

Per gli ebrei in fuga dalla barbarie nazista c’era pronta un’altra terra di accoglienza e soltanto gli sviluppi drammatici della Seconda Guerra mondiale impedirono che si realizzasse. Quella terra era una remota provincia della Cina e la Repubblica cinese aveva già pronti i piani per l’insediamento di migliaia di profughi.

La scoperta negli archivi  

La scoperta è stata fatta da un giornalista investigativo del quotidiano Haaretz negli archivi della Repubblica e conferma quello che è sempre stato storicamente un rapporto di simpatia fra i cinesi e il popolo ebraico. I documenti risalgono al 1939: Pechino voleva ospitare la nuova comunità ebraica nello Yunnan al confine con la Birmania. Ma il piano non andò in porto, probabilmente perché la Repubblica era sotto attacco da parte delle truppe imperiali giapponesi, che avevano già commesso il massacro di Nanchino.

Le comunità a Kaifeng e Shanghai  

La Cina ospitava già una comunità ebraica. La più antica era quella a Kaifeng nella provincia dell’Henan, e poi quella degli ebrei sefarditi di Baghdad, arrivati alla metà dell’Ottocento. Le comunità si erano ingrossata poi tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti, con l’arrivo degli ebrei russi in fuga dai pogrom dell’epoca zarista e dal caos della rivoluzione d’Ottobre. Alla fine degli Trenta i nuovi arrivi erano dalla Germania e dall’Europa centrale e si erano concentrati nel distretto Hongkou di Shanghai.

L’invasione giapponese  

E’ a quel punto che i dirigenti cinesi preparano i piani per l’insediamento nello Yunnan, per ragioni umanitarie e perché probabilmente le capacità di assorbimento a Shanghai erano esaurite. E’ una dimostrazione di grande generosità perché il quel momento le truppe del Giappone, alleato della Germania nazista, erano inarrestabili e stavano conquistando quasi tutte le province costiere, tanto che la capitale era stata spostata provvisoriamente a Hankou. Continua a leggere »

8 Ago 2017 Comunità Ebraiche

La Palermo Islamica, ebraica e cristiana medioevale

Musulmani, ebrei e cristiani: le tre anime di Palermo

Luca Fortis

La fiamma della lanterna a olio proiettava i suoi bagliori sulla cupola. Un uomo aveva steso un tessuto persiano stampato con melograni e pavoni in un angolo piatto del tetto. Sopra aveva riposto una ceramica turchese ricolma di fichi e prugne, un vassoio con del riso condito con frutta secca, mandorle e alcune salse. Poco lontano vi era un vassoio d’ottone con dei pesci che aveva comprato all’imbrunire da un vecchio pescator . Le sue mani scure presero un bicchiere di vino bianco preparato secondo i precetti della religione ebraica e incominciò a bere piano piano mentre il muezzin cantava.

Questa scena potrebbe essere accaduta chissà quante volte durante l’epoca del Califfato Islamico di Sicilia e durante il Regno Normanno.

Per più di 1500 anni in Sicilia aveva vissuto la più grande comunità ebraica del Meridione. I giudei, secondo alcune stime, sfiorarono le 25mila anime. Le comunità maggiori erano a Palermo, Messina, Siracusa, Catania, Agrigento e Trapani. Presenti già all’epoca romana, il periodo arabo fu per loro quello di massimo splendore. Commerciavano e intrattenevano rapporti scientifici, religiosi, filosofici e artistici con tutte le comunità ebraiche che vivevano sotto i regnanti musulmani, dal Nord Africa, alla Spagna, fino alla Siria e alla Persia. La loro cultura era vicina a quella sefardita e mischiava termini arabi e siciliani. Molti sono i testi, le lapidi e le architetture che ci parlano della loro presenza. Uno dei luoghi più fascinosi, seppur trascurato dallo stato italiano, è lo splendido Miqwe di Siracusa, il bagno rituale ebraico, ritrovato per caso durante i lavori di ristrutturazione di un hotel alla giudecca di Ortigia. Un luogo unico nel suo genere. Continua a leggere »

7 Ago 2017 Comunità Ebraiche, Cristianesimo, Islam

Trentamila e rotti

Rav Alberto Somekh

Nell’Ebraismo i concetti di “legge” e “etica” sono interdipendenti: noi dobbiamo imitare i tratti della Divinità. Come la Divinità si colloca al massimo della perfezione etica, così noi dobbiamo seguire il Suo esempio. Nello stesso capitolo 19 di Wayqrà la Torah ci invita ad amare “il prossimo tuo come te stesso” (v. 18), a “non stare inerte dinanzi al sangue del tuo prossimo” (v. 16) preoccupandoci della sua sicurezza e a non trascurare la giustizia: “Non aver riguardo per il misero e non trattare con sussiego il potente. Con equità giudica il tuo prossimo” (v. 15). Tanto il concetto legale che quello etico di giustizia derivano in ultima analisi dalla stessa fonte: “Come Egli è misericordioso, anche tu devi essere misericordioso. Come Egli persegue la giustizia, anche tu devi perseguire la giustizia” (Sotah 14a). Vi sono eventi dinanzi ai quali chi detiene una responsabilità politica, morale o religiosa sente di dover intervenire. Nella fattispecie il sottoscritto è stato anche parziale testimone: “Se non parla, ne porterà la trasgressione” (Wayqrà 5,1). Mi riferisco a quanto accaduto in una piazza centrale di Torino la sera del 3 giugno scorso. Era in corso la diretta di un importante evento calcistico: il panico suscitato da un falso allarme ha prodotto un morto e oltre millecinquecento feriti fra la numerosa folla. I fuggitivi, lasciando le scarpe sul terreno, si sono tagliati con i cocci delle bottiglie di birra precedentemente distribuite a dispetto dell’ordinanza di divieto. Per la cronaca: fra questi ultimi anche tre giovani israeliane. Quanti erano in tutto gli spettatori davanti al maxischermo? Trentamila e rotti. Nel vero senso della parola.  Continua a leggere »

6 Ago 2017 Comunità Ebraiche

La Storia della St. Louis: la Nave di rifugiati Ebrei rifiutata dagli USA nel 1939

Continua l’uso disinvolto della Shoah per fini politici attuali. Ciò non di meno è bene ricordare le vicende della nave che venne rifiutata da tutti.

Matteo Rubboli

In seguito alla “notte dei Cristalli” del Novembre del 1938, durante la quale moltissimi luoghi di culto ma anche negozi e case private di persone di religione ebraica vennero distrutti, fu chiaro che la vita in Germania era diventata impossibile per le vittime delle leggi razziali di Norimberga del 1935. Chi riuscì a scappare lo fece con mezzi propri, magari raggiungendo paesi vicini in cui le leggi razziali non erano state promulgate, quindi ad esempio non l’Italia dove erano in vigore dal Settembre del 1938. Il governo del Reich, spinto da pressioni internazionali, concesse il visto a tutti gli ebrei desiderosi di lasciare il paese.

Fra i tanti, poco meno di migliaio tentarono di raggiungere l’America con una nave di nome St. Louis, che partì da Amburgo e attraccò a Cuba il 13 Maggio del 1939, con il suo carico di 936 rifugiati, persone che fuggivano a quella che sarà riconosciuta come la più terribile persecuzione razziale della storia. A Cuba si consumò un dramma unico, fatto di burocrazia e corruzione. Ai passeggeri vennero chiesti 500 dollari di visto da rifugiati, che la maggioranza di loro non possedeva.

Il presidente del paese era allora un Federico Laredo Brú, che aveva promulgato poco tempo prima un decreto legge, il numero 55, che regolamentava il danaro richiesto ai rifugiati, appunto 500 dollari, rispetto a quello che non veniva chiesto ai turisti. Manuel Benitez era l’allora ministro dell’immigrazione, e decise di definire “turisti” gli ebrei a bordo, chiedendo una tangente di 150 dollari per lo sbarco, che soltanto 29 di essi riuscirono a pagare.

Benitez riuscì a vendere i permessi soltanto sino a quando il decreto non venne aggiornato con il numero 937, che definiva la differenza fra turisti e rifugiati e obbligava al pagamento dei 500 dollari ai passeggeri della nave. La St. Louis fu quindi costretta a levare l’ancora in direzione della Florida, negli Stati Uniti. Continua a leggere »

4 Ago 2017 Comunità Ebraiche

Ebrei ben conservati in freezer

Ci mancava in effetti qualcuno che non solo rispolverasse l’eroico movimento del Bund ma che addirittura ne sposasse anacronisticamente le tesi! Come se non fossero esistiti la Shoah (1933-1945), il tradimento della Rivolta del Ghetto di Varsavia (1943), i pogrom di Kielce (1946), la soppressione del Comitato Antifascista Ebraico (1948), la Fondazione dello Stato d’Israele (1948), il Complotto dei Medici (1952) ecc. ecc. Comunque ecco la presentazione del bel libro che leggeremo sicuramente tutto d’un fiato. (Kolòt)

DOIKEYT. NOI STIAMO QUI! GLI EBREI DEL BUND NELLA RIVOLUZIONE Mimesis Editore

Mario Fuà

Un libro sulle vicende del Bund, il potente partito operaio ebraico e del suo ruolo nella rivoluzione, potrebbe sembrare appannaggio di pochi appassionati. La sua lettura rivela, invece, una storia ricca di spunti di sorprendente attualità, un testo intenso che offre una nuova linfa vitale a una sinistra ormai da troppi anni in crisi.

Nello sposare le tesi del Bund, l’interessante saggio di Massimo Pieri con la prefazione di Valentina Sereni, Gherush92, si pone quasi come un manifesto politico evidenziando ciò che i rivoluzionari del Bund furono in grado di capire dal contatto con il proletariato ebraico, allora recluso nella Zona di residenza, soggetto a leggi speciali antisemite, sfiancato da usuranti orari di lavoro e salari irrisori, e senza dignità: la lotta di classe non può e non deve prescindere dalla specificità cultural nazionale ebraica e non può ignorare la particolarità di ciascuna componente nazionale di quel crogiolo di lingue e culture che formano l’Impero Russo.

Intuendo che la lotta di liberazione passa inevitabilmente per la libera espressione della lingua e delle tradizioni di un popolo, i bundisti fanno della questione nazional culturale un punto cardine della loro lotta, rivendicando in quanto nazione una certa autonomia di governo.

La richiesta di autogoverno in seno al Partito Operaio Socialdemocratico Russo è percepita come una minaccia all’unità e alla forza rivoluzionaria della classe operaia. Le rivendicazioni di tipo federalista dei bundisti portano allo scontro frontale, con il Bund suo malgrado costretto a lasciare il Partito che pochi anni prima ha contribuito a fondare. Lenin sceglie un modello di controllo centralizzato in cui le diversità culturali e nazionali devono annullarsi in nome della lotta della classe operaia oppressa dai padroni e dal capitalismo. Il centralismo bolscevico propone, di fatto, l’annullamento o l’assimilazione delle specificità nazionali, e di quella ebraica in particolare, non considerata una vera nazione perché priva di territorio.

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2 Ago 2017 Comunità Ebraiche

Transparent 4: promo quarta stagione, ritorno alle origini

Maura ritorna ad Israele: come reagiranno gli ebrei nel vederla? Il promo di Transparent 4, la serie Amazon

Morgan K. Barraco

Transparent 4 ritornerà su Amazon nei prossimi mesi, grazie ad un nuovo ed attesissimo capitolo. La quarta stagione segnerà un passo importante nell’evoluzione dei Pfefferman, che ritorneranno in un certo senso alle origini. I primi due episodi sono stati trasmessi in aprile ed è stato un vero successo. Il panel è stato moderato dalla cantautrice Alanis Morisette.

Il creatore di Transparent, Jill Soloway, ha sottolineato come la trama del quarto segmento narrativo della serie Tv si sposterà su binari più politici. Il protagonista Jeffrey Tambor, che vediamo nei panni di Maura Pfefferman, ha ribadito di essere grato per il ruolo ricevuto nello show.

“Penso di essere diventato più responsabile come attore e persone, diventando un marito, cittadino e padre migliore”
Il clima politico vissuto in America dopo l’uscita di scena di Obama come Presidente, ha dato il via al creatore di Transparent di approfondire maggiormente la discriminazione verso la comunità LGBT. Prima di andare avanti, guardiamo il promo di Transparent 4. Continua a leggere »

31 Lug 2017 Comunità Ebraiche