Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

La Storia della St. Louis: la Nave di rifugiati Ebrei rifiutata dagli USA nel 1939

Continua l’uso disinvolto della Shoah per fini politici attuali. Ciò non di meno è bene ricordare le vicende della nave che venne rifiutata da tutti.

Matteo Rubboli

In seguito alla “notte dei Cristalli” del Novembre del 1938, durante la quale moltissimi luoghi di culto ma anche negozi e case private di persone di religione ebraica vennero distrutti, fu chiaro che la vita in Germania era diventata impossibile per le vittime delle leggi razziali di Norimberga del 1935. Chi riuscì a scappare lo fece con mezzi propri, magari raggiungendo paesi vicini in cui le leggi razziali non erano state promulgate, quindi ad esempio non l’Italia dove erano in vigore dal Settembre del 1938. Il governo del Reich, spinto da pressioni internazionali, concesse il visto a tutti gli ebrei desiderosi di lasciare il paese.

Fra i tanti, poco meno di migliaio tentarono di raggiungere l’America con una nave di nome St. Louis, che partì da Amburgo e attraccò a Cuba il 13 Maggio del 1939, con il suo carico di 936 rifugiati, persone che fuggivano a quella che sarà riconosciuta come la più terribile persecuzione razziale della storia. A Cuba si consumò un dramma unico, fatto di burocrazia e corruzione. Ai passeggeri vennero chiesti 500 dollari di visto da rifugiati, che la maggioranza di loro non possedeva.

Il presidente del paese era allora un Federico Laredo Brú, che aveva promulgato poco tempo prima un decreto legge, il numero 55, che regolamentava il danaro richiesto ai rifugiati, appunto 500 dollari, rispetto a quello che non veniva chiesto ai turisti. Manuel Benitez era l’allora ministro dell’immigrazione, e decise di definire “turisti” gli ebrei a bordo, chiedendo una tangente di 150 dollari per lo sbarco, che soltanto 29 di essi riuscirono a pagare.

Benitez riuscì a vendere i permessi soltanto sino a quando il decreto non venne aggiornato con il numero 937, che definiva la differenza fra turisti e rifugiati e obbligava al pagamento dei 500 dollari ai passeggeri della nave. La St. Louis fu quindi costretta a levare l’ancora in direzione della Florida, negli Stati Uniti. Continua a leggere »

4 Ago 2017 Comunità Ebraiche

Ebrei ben conservati in freezer

Ci mancava in effetti qualcuno che non solo rispolverasse l’eroico movimento del Bund ma che addirittura ne sposasse anacronisticamente le tesi! Come se non fossero esistiti la Shoah (1933-1945), il tradimento della Rivolta del Ghetto di Varsavia (1943), i pogrom di Kielce (1946), la soppressione del Comitato Antifascista Ebraico (1948), la Fondazione dello Stato d’Israele (1948), il Complotto dei Medici (1952) ecc. ecc. Comunque ecco la presentazione del bel libro che leggeremo sicuramente tutto d’un fiato. (Kolòt)

DOIKEYT. NOI STIAMO QUI! GLI EBREI DEL BUND NELLA RIVOLUZIONE Mimesis Editore

Mario Fuà

Un libro sulle vicende del Bund, il potente partito operaio ebraico e del suo ruolo nella rivoluzione, potrebbe sembrare appannaggio di pochi appassionati. La sua lettura rivela, invece, una storia ricca di spunti di sorprendente attualità, un testo intenso che offre una nuova linfa vitale a una sinistra ormai da troppi anni in crisi.

Nello sposare le tesi del Bund, l’interessante saggio di Massimo Pieri con la prefazione di Valentina Sereni, Gherush92, si pone quasi come un manifesto politico evidenziando ciò che i rivoluzionari del Bund furono in grado di capire dal contatto con il proletariato ebraico, allora recluso nella Zona di residenza, soggetto a leggi speciali antisemite, sfiancato da usuranti orari di lavoro e salari irrisori, e senza dignità: la lotta di classe non può e non deve prescindere dalla specificità cultural nazionale ebraica e non può ignorare la particolarità di ciascuna componente nazionale di quel crogiolo di lingue e culture che formano l’Impero Russo.

Intuendo che la lotta di liberazione passa inevitabilmente per la libera espressione della lingua e delle tradizioni di un popolo, i bundisti fanno della questione nazional culturale un punto cardine della loro lotta, rivendicando in quanto nazione una certa autonomia di governo.

La richiesta di autogoverno in seno al Partito Operaio Socialdemocratico Russo è percepita come una minaccia all’unità e alla forza rivoluzionaria della classe operaia. Le rivendicazioni di tipo federalista dei bundisti portano allo scontro frontale, con il Bund suo malgrado costretto a lasciare il Partito che pochi anni prima ha contribuito a fondare. Lenin sceglie un modello di controllo centralizzato in cui le diversità culturali e nazionali devono annullarsi in nome della lotta della classe operaia oppressa dai padroni e dal capitalismo. Il centralismo bolscevico propone, di fatto, l’annullamento o l’assimilazione delle specificità nazionali, e di quella ebraica in particolare, non considerata una vera nazione perché priva di territorio.

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2 Ago 2017 Comunità Ebraiche

Transparent 4: promo quarta stagione, ritorno alle origini

Maura ritorna ad Israele: come reagiranno gli ebrei nel vederla? Il promo di Transparent 4, la serie Amazon

Morgan K. Barraco

Transparent 4 ritornerà su Amazon nei prossimi mesi, grazie ad un nuovo ed attesissimo capitolo. La quarta stagione segnerà un passo importante nell’evoluzione dei Pfefferman, che ritorneranno in un certo senso alle origini. I primi due episodi sono stati trasmessi in aprile ed è stato un vero successo. Il panel è stato moderato dalla cantautrice Alanis Morisette.

Il creatore di Transparent, Jill Soloway, ha sottolineato come la trama del quarto segmento narrativo della serie Tv si sposterà su binari più politici. Il protagonista Jeffrey Tambor, che vediamo nei panni di Maura Pfefferman, ha ribadito di essere grato per il ruolo ricevuto nello show.

“Penso di essere diventato più responsabile come attore e persone, diventando un marito, cittadino e padre migliore”
Il clima politico vissuto in America dopo l’uscita di scena di Obama come Presidente, ha dato il via al creatore di Transparent di approfondire maggiormente la discriminazione verso la comunità LGBT. Prima di andare avanti, guardiamo il promo di Transparent 4. Continua a leggere »

31 Lug 2017 Comunità Ebraiche

La campionessa ebrea senza oro: niente Giochi, sostituita da un uomo

Addio a Gretel Bergmann. L’atleta, un vero prodigio del salto in alto, fu esclusa dalle Olimpiadi del 1936 di Berlino per le sue origini. Fuggita negli Stati Uniti, la sua storia è poi diventata un libro e un film

Riccardo Bruno

C’erano voluti 73 anni perché la Germania riconoscesse il suo talento negato. Solo nel 2009 era stato riabilitato il salto da un metro e sessanta che Margaret detta Gretel Bergmann aveva stabilito un mese prima dell’Olimpiade di Berlino. Gretel aveva tutto il diritto a partecipare ai Giochi e probabilmente avrebbe vinto l’oro, ma il regime nazista non poteva permettere che a trionfare fosse un’atleta ebrea. «Cara signorina Bergmann — le scrissero — ci dispiace comunicarle la sua esclusione. Lei non è stata abbastanza brava e non può dunque garantire risultati. Heil Hitler».
Gretel Bergmann è morta martedì scorso, a 103 anni, nel Queens, a New York, dove si era trasferita nel 1937. Fuggita dalla Germania, dieci dollari in tasca per iniziare, i primi lavori come cameriera e massaggiatrice, fino a quando non dimostra il suo valore d’atleta vincendo i campionati americani, non soltanto di salto in alto ma anche di lancio del peso.

Gretel è un simbolo. La sua storia è diventata un libro, un documentario della Hbo e un film, Berlin 36, uscito nel 2009. Dieci anni prima le era stato intitolato lo stadio della città dov’era nata e dove aveva iniziato gareggiare, a Laupheim, nel Sud della Germania, vicino al confine svizzero. Lei accettò di prendere parte all’inaugurazione, rientrando per la prima volta nella sua ex patria, accompagnata da un interprete perché si era ripromessa di non parlare più tedesco. «Penso che sia importante ricordare, così ho deciso di tornare nei posti dove avevo giurato che non sarei più tornata». In un’intervista spiegò di non «odiare i tedeschi, anche se l’ho fatto in passato. Molti di loro stanno cercando di ricompensare gli errori d’un tempo, le nuove generazioni non possono essere ritenute responsabili di ciò che hanno fatto i vecchi».

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27 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah

Tutti contro Israele? Intervista a rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano

Vanessa Tomassini

Prima la sfida dell’Unesco, che lo scorso 7 luglio ha definito Hebron con la sua Tomba dei Patriarchi, in Cisgiordania, ‘sito palestinese’ Patrimonio dell’Umanità. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu l’aveva definita una “decisione delirante”, promettendo che Israele avrebbe continuato a custodire la Tomba dei Patriarchi per assicurare la libertà religiosa di tutti, anche perché la storia non può essere cambiata. Poi il venerdì di preghiera musulmano nella Città Vecchia di Gerusalemme, trasformato in un venerdì di sangue con l’attentato di tre israeliani arabi che hanno preso di sorpresa tre agenti di polizia, uccidendone due e mandandone un terzo in ospedale gravemente ferito. Da qui la decisione di Netanyahu di chiudere il sito e la conseguente sassaiola di protesta da parte dei palestinesi nella Spianata delle Moschee. Ma la scia di sangue non finisce qui: una famiglia sterminata dai terroristi di Hamas a Gerusalemme durante i festeggiamenti di quest’ultimo Shabbat in casa propria e poi l’attentato all’ambasciata di Amman di Israele in Giordania, dove un operaio giordano ha ucciso, pugnalandola, una guardia di sicurezza israeliana.

A tutto questo deve sommarsi una minaccia ancora più seria: Hezbollah. Il cosiddetto Partito di Dio, nato nel giugno del 1982 sotto la guida di Hassan Nasrallah, dispone di decine di migliaia di razzi a varia gittata capaci di raggiungere il territorio israeliano, non solo dal Libano, ma anche dalla Siria. Questa mattina la bandiera gialla del gruppo terrorista, che in Libano è anche un partito politico, è stata issata di fronte l’Ambasciata di Israele a Londra. Rendendo così, giorno dopo giorno, la minaccia sempre più reale e vicina.
Nonostante Israele, con i suoi sistemi radar antimissilistici e i suoi equipaggiamenti, non avrà di certo problemi seppur con qualche difficoltà iniziale a fronteggiare il nemico libanese, Hezbollah ha imparato da Hamas ad utilizzare scudi umani. Una mossa da parte di Netanyahu provocherebbe decine di migliaia di morti tra i civili libanesi, morti che non sarebbero sicuramente ben visti dall’opinione pubblica internazionale che sempre più parla di “boicottaggio” dello Stato di Israele. Cercando di far luce sui problemi e le possibili soluzioni della questione israeliana, abbiamo incontrato il rabbino capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, che ci ha ricevuti nel suo ufficio situato nella splendida cornice della Sinagoga centrale di via Guastalla, presidiata da camionette dell’esercito e forze dell’ordine. Il rabbino ha preferito non toccare i temi politici, ma abbiamo cercato di fare insieme un’analisi degli attuali guai di Israele.

L’UNESCO ha dichiarato Hebron e la Tomba dei Patriarchi patrimonio dell’umanità di appartenenza palestinese. Cosa rappresentano rispettivamente questi luoghi per gli arabi e per gli ebrei?

“Preferisco dirle cosa rappresentano per gli ebrei. Hebron, probabilmente, è il più antico luogo di residenza ebraica, è la città dei Patriarchi, è stata la città di Abramo ed è sempre stato un centro fondamentale: un punto di discioglimento. Secondo l’interpretazione dei Maestri, la parola Hebron deriva dal verbo ‘לאחד’ che significa unire: la città che unisce cielo e terra. La Tomba dei Patriarchi, secondo un passo di Isaia, rappresenta l’entrata verso il Paradiso, il punto di passaggio tra questo mondo e l’aldilà. Hebron è un centro spirituale, lo è sempre stato, sia nei tempi antichi che in quelli moderni. Una cosa che si dimentica di dire, parlando di Hebron, è che quest’area è stata da sempre abitata dalla popolazione ebraica e alla fine degli anni ’20 c’è stato un massacro con lo sterminio di tutta la popolazione ebraica locale. Hebron rappresenta un legame con l’antico, con l’origine dell’ebraismo, ma anche un legame con il moderno, che è molto forte e molto sentito. Dal punto di vista ebraico fa molto male sentir parlare di tutto questo come “colonia”, come se la storia fosse scomparsa. Non voglio entrare nella questione politica, ma si tratta del cuore della tradizione ebraica, di elementi essenziali, dell’origine, dei sentimenti, di tutto. Questo fa molto male”. Continua a leggere »

25 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele

I fantasmi di Vilnius

Viaggio nella Vilnius segreta, tra le memorie di una città multiculturale e il presente

Wlodek Goldkorn

Il mio luogo del cuore non esiste più se non in una vecchia foto, scattata da Moryc Grossman fotografo a Wilno, oggi Vilnius, capitale della Lituania e una città che di nomi ne ha una dozzina: tutti quanti legati a una delle tante lingue che vi si parlavano. Vilnius era abitata da polacchi, ebrei, russi, lituani, e poi bielorussi e armeni, tatari e ucraini e via elencando. Diventò lituana nel 1939. In quella foto si vede una modesta casetta a un piano.

Apparteneva al signor Rosental che nel 1897 la mise per poche ore a disposizione di tredici persone. Erano uomini e donne, operai e intellettuali che qui fondarono il primo partito socialista dell’Impero zarista, il Bund, la Lega generale dei lavoratori ebrei. Il Bund ebbe una storia breve e gloriosa e non è il caso di raccontarla qui, se non per dire che i suoi militanti parlavano lo yiddish, consideravano quell’idioma, all’epoca disprezzato da ebrei borghesi e non ebrei antisemiti, la lingua più bella del mondo. I bundisti erano contrari all’idea di spostare gli ebrei in Palestina e far rivivere sulla riva del Mediterraneo l’antico ebraico. Loro volevano invece combattere, in yiddish, per la dignità e la libertà là dove vivevano i proletari ebrei, i più umili e derelitti tra gli umili e derelitti del nostro Continente. Finirono nelle camere a gas.

Eccomi quindi in Kraziu gatvé 4, via Krazai 4 (dal nome di una città in Samogitia, regione della pianura lituana) alla ricerca della memoria degli sconfitti, una memoria e tanti sconfitti cui sono devoto non perché finirono ammazzati, ma perché erano capaci di sognare un mondo migliore; e di agire di conseguenza, da episodi di lotta armata e fino a creare, nella Polonia di prima della seconda guerra mondiale, una rete di sindacati, associazioni sportive, scuole, case di cura, giornali, case editrici. Al posto della casetta del signor Rosental c’è un edificio a tre piani, con due ippocastani davanti. L’intonaco scrostato è color rosa in alto, ocra in basso. A trenta metri di là: le mura giallo nere della prigione Lukishki, con tutta la loro grezza ottocentesca crudeltà. Nel parcheggio tra le mura e l’edificio: macchine di grossa cilindrata e bici di lusso. Appartengono agli avvocati che qui hanno i loro uffici, come recitano le targhette piantate in un giardinetto dove l’erba stenta a crescere. Quando li vedo uscire e chiedo se sanno che cosa c’era qui prima, scuotono la testa e accelerano il passo. Finisce che sotto le finestre aperte metto in funzione il mio smartphone; a volume altissimo faccio suonare l’inno del Bund, cantato da un coro di militanti australiani, nostalgici come me. Gli avvocati si affacciano e non capiscono quelle parole in yiddish che dicono: “Giuriamo l’eterna fedeltà al Bund”. Eterna, perché “testimoni sono le luminose stelle”.

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24 Lug 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah

Maimonide conteso

La strana storia di un manoscritto prezioso che rischia di finire in Austria. Un capolavoro custodito a Mantova dall’inizio del Cinquecento. Ma le eredi lo vogliono vendere a un collezionista, che ha firmato un contratto d’acquisto da due milioni. Con il via libera del ministero.

Francesca Sironi

E’ un testimone, fragile e prezioso, un capolavoro mantenuto fino a un mese fa al chiuso di una cassetta di sicurezza. Tra i suoi paragrafi scorrono animali fantastici, ricami, geometrie. Le colonne scritte si alternano a pagine miniate a colori – un disegno mostra Eva con i capelli sciolti, la mela rivolta ad Adamo mentre il cielo è occupato dalle fiamme, dall’aria del volo, l’acqua del mare, una roccia. È un manoscritto del 1349, traduzione dall’arabo all’ebraico de “La guida dei perplessi” di Mosè Maimonide, giurista, medico e filosofo del XII secolo che si era rifugiato dall’Andalusia alla corte del Saladino, lasciando fra gli altri la “Guida” in cui discute la coesistenza fra religione e scienza, fra fede e ricerca (vedi box a pago 90). Un secolo e mezzo dopo l’autore del manoscritto gli dedica pagine perfette, ma il contenuto del trattato e l’abilità del miniatore non Sono le sole ragioni della straordinarietà del volume. È anche la storia di cui è messaggero: il libro arriva a Mantova in un momento decisivo per la comunità ebraica italiana, nel 1500. E da allora, per cinque secoli, rimane attaccato alla stessa casa nella collezione dei Norsa, una delle più antiche famiglie della città. Questa rara continuità è però ora a rischio: le eredi vogliono vendere ii libro alla fondazione di un collezionista austriaco. Con un progetto che prevede mostre e restauri, finora mancati, l’immobiliarista di Vìenna ha ottenuto dalla segreteria del ministero un accordo esclusivo. Datato a maggio, sarebbe valido, si legge, per 40 anni, rinnovabili per altri 40. Uno schema senza precedenti. li passaggio è stato però bloccato da una nuova ispezione, imposta dal direttore generale per gli Archivi all’inizio di giugno. La conoscenza tramandata in quelle pagine da secoli è così ora al centro di una partita. Fra identità e valore. Fra fruizione e tutela.

Per comprenderne il senso, bisogna partire da Mantova. Dalla Mantova del 1500. Mosè ben Nathaniel Norsa è titolare di una delle più importanti banche della città. È una persona rispettata nella comunità ebraica locale, fondatore di una sinagoga, finanziatore del cimitero. Ed è un appassionato bibliofilo. Ha iniziato a collezionare nel 1487 e da allora non ha più smesso. Il 10 gennaio del 1516 firma così l’atto di acquisto di uno dei volumi più preziosi di quella che sarà una biblioteca destinata con gli eredi a crescere fino a diventare il giacimento di «alcuni dei più superbi manoscritti mai eseguiti da scribi e artisti in Italia», diranno gli studiosi. La guida filosofica di Maimonide è un trattato controverso: Aristotele è usato come fondamento di un approccio nuovo ai principi della religione e della fede. La comunità ebraica mantovana del Rinascimento ne è attratta, tanto da dedicarvi tre ricchi commentari. Il volume che Mosè Norsa si è deciso a comprare, in quel clima, è imponente. È stato copiato in scrittura ashkenazita, sottoscritto da “Jacob ben Samuel’, con rigoroso dettaglio, Il 10 marzo del 1349. Sono 228 fogli raccolti in 27 fascicoli. I paragrafi si alternano a miniature dai colori accesi di cultura boema, con i corpi affusolati e i capelli biondi che riportano allo stile gotico internazionale del suo autore, vissuto a Krems, nell’attuale Austria. Il banchiere mantovano è consapevole del suo straordinario valore. Vi commissiona una nuova rilegatura, realizzata in pelle con inserti dorati da una bottega di scuola veneziana. «Foglie d’edera nei ferri, rombi centrali che fanno il verso alle mandorle orientali portano verso un legatore d’area veneta», scrivono gli esperti. Non è un dettaglio secondario.

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21 Lug 2017 Comunità Ebraiche, Torà