Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

La democrazia del guardaroba

Quanto ci piace Tobia quando va controcorrente!

Tobia Zevi

tobia-zeviGrande polemica in Israele sulla minigonna in Parlamento: il caso esplode la settimana scorsa, quando un’assistente parlamentare viene bloccata all’ingresso per via dell’abbigliamento non decoroso. Immediata la reazione di molti colleghi e anche parecchi eletti: sit in di protesta e sfoggio abbondante di mîses ovviamente imbarazzanti. Deputati a torso nudo, collaboratori in ciabatte, minigonne esibite da maschi oltre che da femmine, sopra e sotto i pantaloni.

La battaglia, di per sé comica, ha dei risvolti che vanno al di là della bizzarra rivendicazione: l’esclusione della ragazza è stata interpretata come l’ennesima vittoria dei religiosi nella società e nelle istituzioni, oltre che un episodio di sessismo.

Da osservatore esterno, sono un po’ combattuto: capisco le preoccupazioni, ma trovo giusto mostrare un rispetto anche formale per le istituzioni e per i cittadini che vi sono rappresentati. Mio nonno Guido mi raccontava che quando era ragazzo non era consentito salire sull’autobus senza la giacca. Una prescrizione oggi inimmaginabile e forse eccessiva, sebbene non sia piacevole trovarsi a luglio, nelle ore calde, vicino a qualcuno in canottiera. In Israele il rifiuto della formalità è da sempre un elemento costitutivo dell’identità nazionale, di un popolo che si considera forte, pragmatico, giovane e sano, senza paura di mostrare il proprio corpo. E decisamente non mancano gli eccessi girando per le città israeliane.

Tutto sommato, però, una piccola eccezione per il Parlamento – nell’epoca dell’antipolitica globale – si può anche fare: c’è proprio bisogno di andare a lavorare in Aula con le infradito?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

http://moked.it/blog/2016/12/20/la-democrazia-del-guardaroba/

20 Dic 2016 Israele

Alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica

candelabro-ebraico-300x300Negli ultimi anni, il mondo della ricerca ha iniziato a guardare in maniera diversa alla storia millenaria degli ebrei e delle loro comunità. A questo rinnovamento sul piano degli studi a livello nazionale e internazionale si affianca ora, per la prima volta, alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica nel suo rapporto con la storia generale. Il corso si propone, in generale, di  fornire strumenti, metodi e competenze utili ad affrontare in autonomia una ricerca di storia ebraica, preparando alla stesura di un progetto di ricerca di dottorato, di un progetto finanziabile da istituzioni nazionali ed internazionali, alla realizzazione di articoli scientifici e all’impostazione di percorsi didattici su temi e questioni di storia ebraica nella scuola primaria e secondaria.

Il corso, diretto da Marina Caffiero, rappresenta il primo passo verso la costruzione di percorsi didattici specifici nel quadro generale dell’offerta post-lauream del più grande ateneo di Italia. Si tratta di un risultato importante in un ambito di studi sul quale, finora, le università italiane sono rimaste in disparte, nonostante segnali di interesse su questi temi giungessero da più parti e in particolare dal mondo dell’istruzione secondaria di primo e secondo livello.

L’introduzione del Giorno della Memoria nel calendario scolastico italiano, ad esempio, ha dimostrato l’importanza di inserire la vicenda specifica della Shoah in una cornice più ampia e precisa. La scuola interculturale e multietnica dei nostri giorni, che affronta quotidianamente la sfida difficilissima dell’integrazione rispettosa e costruttiva tra maggioranze e minoranze, guarda con grande interesse all’esperienza complessa degli ebrei e dell’ebraismo. In questo senso, obiettivo prioritario del corso è offrire ai docenti una cornice di riferimento che li aiuti a inserire questioni di storia ebraica nella trattazione generale dei corsi di storia, ben al di là delle poche righe dedicate tradizionalmente dai manuali italiani e che, di norma, restano confinate nell’antichità e intorno alla nascita del cristianesimo per poi affacciarsi direttamente alle leggi razziali e alla Shoah. Per questo motivo le lezioni prevedono sia argomenti di metodologia sulle fonti e sulla storiografia sia la discussione di fatti e questioni di storia ebraica in ordine cronologico, dall’antichità ai giorni nostri.

Il corso prevede 80 ore e il conseguimento di 10 crediti formativi validi. Le lezioni si svolgeranno dal 20 aprile alla metà di giugno, di giovedi e venerdi pomeriggio e sarà possibile seguirle via internet su piattaforma dedicata. Le iscrizioni scadono il prossimo 20 gennaio.

Per informazioni : http://www.dipscr.uniroma1.it/corsi-di-alta-formazione-2016/2017

 

18 Dic 2016 Comunità Ebraiche

Chi si oppone al restauro del Cimitero ebraico di Mantova? Il presidente della Comunità ebraica!

“Cimitero ebraico di Mantova, richiesta senza fondamento”

Adam Smulevich

Emanuele Colorni

Emanuele Colorni

È una cosa che non sta né in cielo, né in terra. Una pretesa senza basi fondate, ma anche una pessima figura davanti a tutta la cittadinanza. Indirettamente, anche la nostra Comunità ne esce danneggiata in termini di immagine” Si è preso qualche giorno per commentare. Ma l’amarezza non è passata, anzi. Emanuele Colorni (nell’immagine), presidente della Comunità ebraica mantovana, risponde così alle pretese avanzate da un gruppo di rabbini israeliani e statunitensi guidati da rav Shmaya Levi, giunti nelle scorse ore in città per reclamare l’antico cimitero ebraico locale, ormai dismesso da secoli e in cui (stando almeno alle loro ricostruzioni, basate sul ritrovamento di un antico documento a Budapest) sarebbero seppelliti illustri cabalisti del passato.

Per tutto il mondo ebraico è fondamentale che quella terra ritorni ai suoi legittimi proprietari” ha affermato rav Shmaya prima di incontrare il sindaco Mattia Palazzi e altri esponenti dell’amministrazione comunale. Incontro propedeutico a una richiesta ufficiale in tal senso. Anche se i piani dell’amministrazione appaiono ben diversi: in quell’area abbandonata, diventata in tempi più recenti campo di concentramento dei nazisti e quindi area militare ceduta lo scorso anno dal demanio statale al Comune, dovrebbero sorgere un centro ricerche per la biodiversità e un centro per l’agroalimentare. Continua a leggere »

9 Dic 2016 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo, Torà

Il Cantico dell’Eros

Il testo biblico che descrive il desiderio resta un codice segreto – Silvia Ronchey: “È un testo erotico, quasi porno, nella traduzione latina di Girolamo: ‘il mio amato infila la mano nel mio grembo, le mie viscere fremono per lui. le mie mani colano mirra, dalle dita la mirra fluisce sul chiavistello che impugno”

Silvia Ronchey

1999, SILVIA RONCHEY WRITER; † LEONARDO CENDAMO/ GRAZIA NERI

Di cosa parliamo quando parliamo del Cantico? Questa domanda non può avere risposta. «Il cantico è un enigma», scriveva Agostino (“Sermo” 46, 35). È un mistero nel senso tecnico della parola. L’iniziato non parlerà perché non potrà farlo (“mysterion” da “myein”, «tenere le labbra serrate»). Il profano parlerà, ma non saprà di che parla. «Perché chi sa non parla e chi parla non sa», secondo il detto di Lao Tse.

Ma alla fine del I secolo, quando si formò il canone della bibbia giudaica, il sapiente Rabbi Aqiba disse: «Il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico dei cantici è stato donato a Israele, perché tutte le Scritture sono sante, ma il Cantico dei cantici è il Santo dei santi». Già allora che cosa fosse il Cantico non lo si sapeva né voleva dire: la sua santità era direttamente proporzionale al suo mistero; anzi, era proprio la profondità abissale dei suoi enigmi a sprigionare quel vertice di santità.

«Petali di loto le labbra del mio amato /colano mirra. Il suo inguine è avorio / tempestato di zaffiri. / Favi colanti le tue labbra mia sposa / miele e latte sotto la tua lingua / come incenso del Libano / l’aroma del tuo grembo / giardino chiuso fonte sigillata. / Entri il mio amato nel suo giardino / succhi il suo frutto prodigioso. / Nel mio giardino entravo / mia sorella mia sposa / e la mirra e ogni essenza rapivo / e succhiavo il miele dal favo».

Poemetto di età post-esilica, forse patchwork di canti attinti al patrimonio della tradizione assiro-babilonese ed egizia oltre che ebraica, con echi greco- ellenistici nello stile di Teocrito, il Cantico è indubitabilmente un testo erotico, quasi pornografico. Nella traduzione latina di Girolamo: Dilectus meus misit manum suam per foramen / et ventrem meus intremuit ad tactum eius.

«Il mio amato infila la mano nel mio grembo/ le mie viscere fremono per lui. / Per aprirgli mi alzo /le mie mani colano mirra /dalle dita la mirra fluisce / sul chiavistello che impugno». Secondo la tradizione rabbinica, alcuni brani del Cantico venivano cantati nelle taverne. Si sdegnava Rabbi Aqiba: «Chi canta il Cantico nelle taverne o lo tratta come una canzone profana non avrà posto nel mondo futuro».

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7 Dic 2016 Pensiero ebraico

Rosenberg. Gli unici due civili condannati a morte per spionaggio negli Usa erano ebrei

I Rosenberg e la bomba atomica. Sessant’anni fa furono uccisi gli unici due civili condannati a morte per spionaggio durante la Guerra fredda, accusati di aver rivelato all’URSS come costruire la bomba atomica

Davide Maria De Luca 19.6.2013

Julius Rosenberg and wife, Eithel

Il 19 giugno del 1953, sessant’anni fa, Julius ed Ethel Rosenberg vennero uccisi nel penitenziario di Sing Sing, a New York. Due anni prima erano stati condannati a morte per spionaggio: secondo il giudice i Rosenberg avevano consegnato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire la bomba atomica. Durante il processo e dopo l’esecuzione, intellettuali di tutto il mondo accusarono gli Stati Uniti di aver processato i Rosenberg con accuse false, per nascondere i successi scientifici sovietici e per soddisfare la paranoia anticomunista del paese. Soltanto negli ultimi anni una serie di testimonianze e di documenti resi pubblici hanno rivelato cosa c’era di vero e cosa di falso, nel processo che portò alle uniche due condanne a morte di civili americani per spionaggio nel corso di tutta la Guerra fredda.

L’inizio della guerra fredda
Il processo ai Rosenberg cominciò pochi anni dopo l’inizio della Guerra Fredda, il conflitto “sotterraneo” che oppose gli Stati Uniti all’Unione Sovietica dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. La Guerra Fredda non sfociò mai in un confronto aperto tra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, ma nei primi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in molti erano convinti che a impedire alla guerra di diventare calda, diciamo, fosse solo la bomba atomica e il suo enorme potere distruttivo – un’arma che all’epoca possedevano soltanto gli Stati Uniti.

Quattro anni dopo la fine della guerra, nel 1949, l’Unione Sovietica testò la sua prima arma nucleare: la cosa spaventò molto l’opinione pubblica americana. La guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica sembrava improvvisamente possibile, con tutte le sue eventuali devastanti conseguenze. In molti, compresi moltissimi politici, sostennero che non era possibile che i russi avessero ottenuto la bomba così in fretta: qualcuno doveva aver passato loro delle informazioni segrete. Questa prospettiva accentuò l’anticomunismo negli Stati Uniti, un fenomeno cominciato negli anni Venti e che negli anni Cinquanta sarebbe stato associato – soprattutto una sua corrente aggressiva, ossessiva e paranoica – al nome del senatore Joseph McCarthy: il maccartismo.

I coniugi Rosenberg
Julius Rosenberg era un ingegnere elettronico. Era nato a New York nel 1918, da una famiglia di immigrati di origine ebraica. Ethel Greenglass aveva tre anni più di lui, era nata anche lei in una famiglia di origine ebraica, a New York, nel 1915. Entrambi erano attivisti politici di sinistra e si conobbero frequentando la Young Communist League, un’organizzazione giovanile di estrema sinistra. Julius si arruolò nell’esercito e nel 1940 prestò servizio in un centro di ricerca militare. Nel 1945 fu scoperta la sua vicinanza ai comunisti e fu licenziato.

Nel febbraio del 1950, poco dopo il primo test atomico in Unione Sovietica, l’FBI arrestò Kalus Fuchs, un tecnico che venne accusato di aver passato informazioni ai russi sulla bomba nucleare. Il suo arrestò portò all’identificazione di altre presunte spie, ognuna delle quali, interrogata, rivelò un altro anello della catena. Uno degli ultimi a essere arrestati fu David Greenglass, un militare che lavorava a Los Alamos, il centro di ricerca che aveva sviluppato la prima bomba atomica americana. Greenglass decise di collaborare con gli investigatori in cambio di uno sconto di pena. Disse che aveva consegnato a Julius Rosenberg, marito di sua sorella Ethel, dei documenti segreti e che questi documenti erano stati copiati proprio da Ethel. Julius Rosenberg fu arrestato il 17 luglio 1951, Ethel fu arrestata l’11 agosto dello stesso anno.

Il processo
Il processo cominciò il 6 marzo del 1951. Julius Rosenberg era accusato di essere il capo di una cellula di spie di cui facevano parte anche sua moglie Ethel e un altro attivista di sinistra, Morton Sobell. I principali accusatori erano David Greenglass e sua moglie Ruth. Tutto il processo ruotava intorno a un episodio avvenuto nel settembre del 1945, quando, secondo i Greenglass, Julius ricevette da David dei documenti segreti sulla bomba atomica ed Ethel li ricopiò. Di fatto all’epoca non c’erano prove, a parte la testimonianza diretta dei Greenglass.

 

Il  5 aprile del 1951 i coniugi Rosenberg furono condannati a morte (qui la prima pagina del New York Times il mattino successivo). Greenglass fu condannato a 15 anni e Sobell a 30. Durante la lettura della sentenza, il giudice Irvin Kaufman disse:

Considero il vostro crimine peggiore dell’omicidio. Io credo che la vostra condotta abbia messo nelle mani dei russi la bomba atomica molti anni prima di quanto avevano previsto i nostri migliori scienziati e che questo fatto abbia già causato l’aggressione comunista in Corea, che ha portato già a 50 mila morti, mentre nessuno sa quanti altri milioni di innocenti potrebbero pagare il prezzo della vostra infedeltà alla nazione. Con il vostro tradimento avete senza dubbio alterato il corso della storia a sfavore della vostra nazione.

La sentenza fu eseguita due anni dopo nel penitenziario di Sing Sing. Julius venne dichiarato morto dopo le tre scariche che venivano utilizzate di solito sulla sedia elettrica. Ethel invece dopo tre scosse era ancora viva. Le furono date altre due scariche – usciva del fumo da sotto l’elmetto della sedia elettrica, raccontò un testimone – e fu poi dichiarata morta.

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6 Dic 2016 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Il 4 e 5 dicembre: Quando una data civile irrompe nel calendario ebraico

David Gianfranco Di Segni

Gianfranco Di SegniOgni anno, quando si avvicinano il 4 e 5 dicembre, spesso viene posta la domanda sul perché questi giorni del calendario civile siano stati scelti per iniziare a recitare la richiesta della pioggia nella ‘Amidà (preghiera) dei giorni feriali. Che c’entra una data non ebraica con la Halakhà? È lecito indicare nei siddurim di preghiera le date civili? Quest’ultima domanda è stata in effetti posta alcuni anni fa da un giovane bachur yeshivà italiano al suo rosh yeshivà, il famoso rav Yehoshua Neuwirth z.l., il quale si è fatto portare un voluminoso tomo del Tur Orach Chaim, il codice di rabbì Yaakov ben Asher. Al cap. 117 il Rav ha mostrato un paragrafo del Bet Yosef, il commento di rabbì Yosef Caro (l’autore dello Shulchan Arukh, che proprio sul Tur si basa), dove è scritto che la richiesta della pioggia va fatta a partire dal 22 novembre (scritto proprio così, in lettere ebraiche) o dal 23 novembre negli anni in cui il successivo mese di febbraio (anche questo così scritto) ha 29 giorni. E tra parentesi, nelle edizioni comuni risalenti all’Ottocento, è aggiunto, rispettivamente, 3 e 4 dicembre. Ma perché novembre e non dicembre, se l’indicazione nei nostri siddurim è dicembre? E perché tra parentesi nel Tur è indicato 3 e 4 dicembre piuttosto che 4 e 5, come abbiamo indicato sopra? Di seguito la risposta a tutte queste domande.

La richiesta della pioggia si aggiunge nella preghiera dei giorni feriali con le parole “wetèn tal umatàr” (nel rito italiano e ashkenazita queste parole si aggiungono alla usuale berakhà; nel rito sefardita tutta la berakhà è sostituita con un’altra che include quelle parole). Il passaggio dalla formulazione estiva a quella invernale avviene a partire da giorni differenti, a seconda che ci si trovi in Eretz Israel o nella Golà (Diaspora). In Israele la si recita dal 7 di Cheshwan in poi, ossia quindici giorni dopo la fine della festa di Sukkot. In realtà, il ricordo della potenza divina che fa sì che scenda la pioggia si aggiunge, in tutto il mondo, già dalla mattina di Sheminì Atzeret, l’ottavo giorno dall’inizio di Sukkot. Però, la richiesta vera e propria della pioggia è posticipata di quindici giorni per dare modo ai pellegrini saliti a Gerusalemme per festeggiare Sukkot di tornare ai propri villaggi senza trovare le strade infangate e inagibili.

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5 Dic 2016 Comunità Ebraiche, Israele, Pensiero ebraico, Torà

Il calcio di Shabbat: un autentico autogol

L’irrisolta questione delle partite di pallone giocate in Israele nel giorno del riposo.

Luca D’Ammando

calcio-shabbatIl calcio al tempo dello Shabbat è molto più che una questione sportiva in Israele. Diritti televisivi, pianificazione logistica e disponibilità degli stadi hanno creato da anni un corto circuito per giocatori e tifosi: il sabato si può scendere in campo? Si può andare sugli spalti? D’altra parte il tema è di stretta attualità politica, dopo che a settembre il premier Benjamin Netanyahu ha subito critiche e un calo negli indici di gradimento per le ripercussioni di una lite avuta col ministro dei trasporti Israel Katz sull’opportunità di svolgere lavori urgenti di manutenzione alle ferrovie durante il riposo sabbatico.

Già all’inizio dello scorso campionato la questione si era posta in maniera drastica e l’avvocato dello Stato, Yehuda Weinstein, aveva stabilito che «nessuno può essere legalmente perseguito perchè gioca a calcio di sabato» nonostante una sentenza del Tribunale del Lavoro andasse nel senso opposto. Ora il campionato è ricominciato e il problema si pone di nuovo. Soprattutto per i tifosi, costretti a lasciare lo stadio prima della conclusione delle gare per rispettare i dettami del sabato ebraico, che inizia esattamente al tramonto del venerdì. Storicamente, il governo calcistico israeliano ha spinto per far disputare le gare di sabato, contrastato dai calciatori che non volevano scegliere tra la santità del sabato e i loro obblighi nei confronti dei club di appartenenza. Tra giudici che chiedevano al governo di validare deroghe e tentennamenti politici, la questione è rimasta irrisolta. Poi, dalla scorsa stagione, la Professional Football League israeliana, che è a capo delle prime due divisioni del Paese, ha stretto accordi con una televisione per trasmettere le partite di campionato in alcune finestre ben precise, una delle quali comincia appunto il venerdì alle 15. Le ricadute di tali scelte sono, tuttavia, più complesse: cominciare le gare in quell’orario, soprattutto in inverno, significa correre il rischio di far coincidere pericolosamente le gare con l’arrivo del tramonto. Per molti appassionati che non guidano o utilizzano energia elettrica durante lo Shabbat, telefoni cellulari compresi, tornare a casa richiede spesso l’uscita anticipata dallo stadio.

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4 Dic 2016 Comunità Ebraiche, Israele, Pensiero ebraico