Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Gerusalemme e la centralità ebraica

Riccardo Di Segni

Caro Direttore, martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana. La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. Continua a leggere »

Come nacque veramente il Tempio dei Giovani di Roma all’Isola Tiberina

Pubblichiamo con piacere l’intervento di rav Bahbout che conferma come in Italia gli ebrei spesso commemorano solo per riscrivere la Storia

Rav Scialom Bahbout

La commemorazione avvenuta il 27 novembre al Tempio dei Giovani e la diffusione dell’evento data da Moked mi dà l’opportunità per illustrare non solo come nacque l’iniziativa, ma quale ne fu lo spirito. Qualche anno prima della rifondazione del Tempio della Casa di Riposo – rimasto chiuso dopo il trasferimento della Casa di Riposo della Comunità di Roma a Via Fulda – proposi a Bice Miglia, direttrice all’epoca del Centro di Cultura ebraica, l’iniziativa di offrire agli ebrei romani un modo diverso di vivere Yom Kippur, farne cioè un’occasione di preghiera, di studio e di confronto tra i partecipanti.

Nacque quello che poi divenne “Il Nostro Kippur” che ho avuto il piacere di animare, anche con i’ottimo contributo dato dai giovani del Benè Akivà. Le prime edizioni si svolsero nei locali del Centro di Cultura in Via del Tempio, per poi approdare con il tempo nei locali degli Asili (dove si tiene tuttora).

Il limite di questa iniziativa era ovviamente il fatto che si trattava di un appuntamento una tantum ed era quindi augurabile dare continuità a questa esperienza. Quando rav Toaff zl e Santoro Coen, presidente dell’Ospedale, offrirono l’opportunità di dare a questo appuntamento una continuità settimanale, consegnando ai giovani del Benè Akivà il Tempio della Casa di Riposo, l’occasione fu colta al volo. Non mancarono le critiche come quella di volere costituire un “isolotto”, ma il progetto ebbe successo e portò via via all’apertura di altre sinagoghe in altre parti della città.

Quale era lo spirito che animava i fondatori?

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Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Intervento al Convegno “L’autobiografia ebraica. Identità e narrazione”. Università degli Studi di Milano. 13-14 novembre 2017.

Erica Baricci

Il Sefer hassidim, testo ebraico del XIII secolo redatto in Renania, ci parla tra le varie cose anche di copisti, libri e pratiche scrittorie. Esorta, per esempio, a non sprecare inchiostro mentre si scrive il Nome divino, a non usare come rilegature per un testo sacro vecchie pagine di romanzi cortesi, a non fare prove di penna e tanto meno liste di conti o della spesa sui margini delle pagine. E si parla anche, con note poco lusinghiere, dei copisti e del loro desiderio di parlare di sé. Ecco che cosa si dice:

Per quanto riguarda i copisti che aggiungono parole o le troncano per segnalare il loro nome in acrostico, se è per il loro disprezzabile nome che tagliano aggiungono o invertono l’ordine delle parole, è per loro che è detto: “il nome dei malvagi imputridisce” (Pr. 10.7)

Nonostante questa severa ammonizione, nascondere il proprio nome nell’opera trascritta non è l’unica soluzione che ha un copista per parlarci di sé: egli può ricorrere al colophon, lo spazio per eccellenza in cui dirci chi è.

Il colophon – e questo vale per tutti i manoscritti, non solo per quelli ebraici – è il breve testo che il copista scrive a fine lavoro in fondo al manoscritto che ha copiato, nel quale generalmente ci dice chi è lui, quale è il suo nome, dove e quando ha terminato il lavoro di copia, e per chi. Quando c’è, ed è completo dei suoi dati essenziali, il colophon è dunque un elemento para-testuale di forte rilevanza storica.

Alcuni colophon non si limitano alle informazioni basilari, ma diventano uno spazio di scrittura dove il copista ci racconta di quel che gli sta accadendo, della sua esistenza o della sua famiglia; in certi casi leggiamo persino di avvenimenti, di storia grande o piccola, di cui egli è stato testimone. Per quanto riguarda i manoscritti ebraici, i colophon di questo tipo sono stati già ampiamente studiati come testimonianze storiche; gli stessi testi, però, non sono stati osservati in una prospettiva autobiografica, come momento, cioè, in cui il copista narra sì di quanto accade intorno a lui, ma per parlarci di sé, dei suoi sentimenti, di come gli eventi hanno influito sulla sua vita.

Il presente intervento prenderà spunto da alcuni casi di colophon di manoscritti ebraici medievali per enucleare quali temi tipici dell’autobiografia in generale, e in particolare di quella ebraica – quali la memoria e la testimonianza, la centralità della famiglia, il riscatto attraverso la sapienza e la scrittura, nonché l’ironia – emergano in testi che non nascono come autobiografie compiute, eppure già ne contengono i presupposti fondamentali. Continua a leggere »

Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

Rav Laras, che il suo ricordo sia di benedizione

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Dopo una lunga e difficile malattia, se n’è andato ieri mattina Rav Giuseppe Laras, che per venticinque anni è stato il rabbino capo di Milano e anche dopo il suo ritiro da quel ruolo ha conservato la responsabilità rabbinica di Casale e di Ancona e la presidenza del tribunale rabbinico del Nord Italia.

Giuseppe Laras ha rappresentato la personalità più importante dell’ebraismo italiano nella generazione successiva a Rav Toaff, quella cioè che ha iniziato a operare nella stagione dell’ammodernamento del paese e dell’apertura del mondo cattolico e ha proseguito la sua influenza determinante fino a poco dopo il volgere del secolo, quando i tradizionali schieramenti politici e culturali hanno iniziato a collassare, l’islam si è imposto come un problema diretto e pericoloso anche per i paesi europei, il terrorismo è dilagato e nel mondo ebraico si è proposta una nuova generazione di rabbini, formatasi per lo più almeno in parte in Israele e più attenta all’influenza di quel rabbinato.

Personalità forte, preparatissima, di carattere molto determinato, Rav Laras ha segnato profondamente la vita ebraica italiana di quei decenni,, fra l’altro guidando il dialogo ebraico-cattolico, grazie anche alla sua profonda amicizia col cardinale Martini. È stato anche e soprattutto un maestro di pensiero, non solo per aver formato generazioni di rabbini e aver insegnato i precetti e la dottrina tradizionale alle comunità che ha guidato, soprattutto ai giovani; ma per aver portato il pensiero ebraico al pubblico assai più grande delle università, degli incontri interconfessionali, dei giornali.

Questo lavoro si è tradotto in numerosi volumi, la cui forma è stata positivamente segnata dalla vocazione professorale: se si vuole leggere un’esposizione chiara, completa, logicamente strutturata sulla storia del pensiero ebraico nelle sue diverse periodizzazioni, e in particolare sull’amato Maimonide, ma anche su temi apparentemente più marginali come la concezione ebraica dell’amore e della coppia, i libri di Rav Laras sono indispensabili. Questo lavoro di chiarimento e insegnamento, di studio dei testi e di storicizzazione della vicenda intellettuale dell’ebraismo ha contribuito potentemente a far capire alla cultura italiana, da decenni chiusa nei recinti simmetrici di cattolicesimo e comunismo, altrettanto chiusi alla peculiarità della tradizione di Israele che esiste e vive da millenni una cultura ebraica, ricca e complessa. Continua a leggere »

Il miracolo di Tzahal: unire religiosi e laici

Joelle Sara Habib   

Rav Gad Eldad

Lo spiega rav Gad Eldad che ha svolto il servizio militare in un’unità speciale dell’esercito israeliano “Il militare ha un ruolo fondamentale nella cultura israeliana. Averlo fatto significa non solo aver contribuito alla difesa dello Stato, ma anche conoscere la realtà e la società israeliana, che, molto diversa da quella romana, molto frammentata, vede differenti gruppi condurre ognuno la propria vita, in diversi quartieri, diverse scuole”, dichiara rav Gad Eldad, che nell’esercito ha servito nei combattenti, passando gran parte del tempo al confine. “I laici non hanno tante possibilità di incontrare religiosi e viceversa, e i rapporti, laddove ci sono, sono prettamente lavorativi. Il vivere tutti insieme durante la zavà, affrontare insieme missioni e difficoltà, costituisce un’esperienza molto forte, funziona come strumento per far conoscere tutti i gruppi tra loro e farli interagire”.

“Certo, non sono infrequenti i problemi”, ammette. “Spesso i non-osservanti non conoscono i criteri, non riescono a capire il confine tra ciò che è permesso o meno secondo l’halachà, possono crearsi malintesi e incomprensioni, ma più va avanti il tempo, più si forma il gruppo e si risolve” dice, ricordando le difficoltà nello spiegare ai compagni come di Shabbat fosse permesso rispondere al walkie talkie solo in determinate circostanze, ma anche menzionando l’emozionante Shabbat prima di un’importante missione: quasi tutto il reggimento si recò a pregare, e lui e gli altri ragazzi di yeshivà si occuparono di rendere l’atmosfera più accogliente per quelli che di solito non frequentavano.

Che in Israele le relazioni tra l’esercito e la parte religiosa della popolazione non siano delle più rosee non è certo un mistero tuttavia, guardando più nel dettaglio, ci si accorge di come la situazione sia molto più particolareggiata di ciò che ci si aspetta. Si arruolano regolarmente gli appartenenti alla corrente Datì Leumì (‘religiosi sionisti’) ed i cosiddetti ‘Chardalim’ (Haredì Leumì), senza dimenticare che la scelta è innanzitutto frutto delle convinzioni del singolo individuo. “Così si rischia che ognuno faccia come gli pare, i pensieri personali devono essere messi da parte”, puntualizza però Eldad, portando a modello una sua conversazione con un commilitone ateo che, definendo il suo Dio la sua coscienza, a cui si dichiarava comunque pronto ad andare contro per il bene dello Stato, esprimeva il suo disappunto verso i credenti che non attuavano lo stesso parallelo. Continua a leggere »

Esiste l’ebraismo laico? A Milano ancora troppo poco

Due ipotesi per un’assenza importante

David Piazza

Dichiariamolo dall’inizio. È difficilissimo trovare in Italia ebrei che almeno una volta l’anno non mettano piede in un tempio. Quindi non stiamo parlando di “ebrei laici” nel senso stretto del termine, anche perché qui l’osservanza stessa dei precetti ebraici nel senso della Halakhà gode della massima varietà.

Difatti il nostro paese può contare fin dal difficile dopoguerra su decine di vivaci istituzioni non strettamente legate al culto o alla tradizione, ma che contribuiscono però in maniera determinante al rafforzamento dell’identità ebraica. Anzi, è proprio questa varietà che assicura che anche ebrei più lontani dai riti religiosi possano trovare il proprio posto in un sistema comunitario ebraico che è “ortodosso” spesso per statuto e sentimento.

Così abbiamo per esempio a Torino una testata giornalistica ebraica indipendente, a Genova un Centro culturale dedicato a Primo Levi, a Venezia e Bologna dei musei ebraici, a Roma un Centro di Cultura ebraica con biblioteca e il “Pitigliani”, un centro comunitario con attività culturali e sociali per tutte le età. A queste “pietre  miliari” si aggiungono ovviamente le decine di iniziative culturali locali e nazionali dell’Unione delle Comunità e molte altre ancora a diverso titolo, come diversi festival della Cultura ebraica spesso in collaborazione con gli enti sul territorio.

Chi invece rimane indietro rispetto alla vivacità della cultura ebraica che abbiamo definito “laica”, sembrerebbe proprio Milano. A parte due istituzioni, quella storica del Centro di Documentazione Ebraica e il più recente Memoriale della Shoah, entrambe orientate alla Memoria, la seconda Comunità d’Italia non ha una biblioteca degna di questi nome, non ha alcun centro culturale e soprattutto (a parte la breve parentesi di un Festival originale fatto subito morire), non riesce a organizzare eventi culturali capaci di superare il trafiletto nella cronaca cittadina, nemmeno in occasione della Giornata della Cultura ebraica.

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