Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Testamento biologico e Halakhah

I limiti tra lecito e illecito

Daniel Reichel

È iniziata lunedì, non senza polemiche, la discussione alla Camera in merito alla legge sul cosiddetto testamento biologico: si tratta della dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) che una persona capace di intendere e di volere sottoscrive per dichiarare quali trattamenti sanitari intenderà accettare o rifiutare nel caso in cui subentri un’incapacità mentale.

Da tempo si discute di introdurre la DAT anche in Italia e sulla questione si è aperto un lungo dibattito pubblico, in cui anche la voce ebraica si è fatta sentire. Già nel 2006, mentre nel nostro Paese si discuteva del caso Welby (sull’eutanasia passiva e sull’accanimento terapeutico) rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, aveva spiegato quali fossero le posizioni della tradizione ebraica in merito al testamento biologico: ad esempio, una dichiarazione anticipata in cui si esprime la propria volontà per atti futuri è prevista nell’ebraismo e, per analogia ed entro certi limiti, è quindi permessa la dichiarazione anticipata di trattamento. Il cuore del problema però è un altro, ovvero la liceità delle direttive anticipate rispetto alla legge ebraica.

In particolare la legge al vaglio della Camera all’articolo 3 prevede che, “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali” ma il consenso non può comportare “l’abbandono terapeutico”. Sul tema dell’alimentazione e idratazione, però, spiega a Pagine Ebraiche 24 rav Di Segni, “la maggioranza delle autorità rabbiniche è concorde nel valutarle come essenziali e pertanto non si possono togliere: farlo significherebbe far morire di fame o di sete una persona e questo non è permesso”.

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Biblisti italiani a convegno contro “l’ebraismo ambiguo”

Esclusiva del Foglio. Incontro a Venezia sulla religione ebraica dagli effetti “degeneranti”. Protesta dei rabbini: “È antisemitismo”.

Giulio Meotti

ROMA – Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e l'”assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.

Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimé da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.

D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica: il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”.

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Il giallo della parashà di Bo

Davide Nizza

פרשת בא, שמות, י”ב, י”א: מתניכם חגורים.

In memoria di Rav Davìd ben Menahèm Avnèr Schaumann, z.l.

Mi sono permessso molti anni fa di elaborare in forma di racconto questo devàr Torà un po’ particolare, che ebbi la fortuna di ascoltare da Rav Schaumann durante uno dei tanti Sciabbadòd passati insieme a Genova.

Si racconta che in una fredda giornata invernale verso la fine del 1700 il Rav Hidà[1], durante uno dei suoi numerosi viaggi, si trovasse su una nave che solcava il Mar Mediterraneo. A bordo si trovavano diversi viaggiatori, tra cui alcuni ebrei, diretti a nord, dato che la nave doveva fare scalo a Livorno, Genova e Nizza.

La giornata era bella e, sebbene il freddo e la brezza fossero pungenti, il Rav se ne stava piacevolmente in coperta alla luce del sole, tenendo tra le mani gli appunti del suo ultimo libro.

“Signor Rabbino, Signor Rabbino…”

Sentendosi chiamare da una voce sommessa, il Rav si voltò da un lato. Era Iossèf ben Efràim, mercante in Provenza, col quale aveva scambiato alcune informazioni di viaggio, quando si era imbarcato all’attracco di Civitavecchia.

“Signor Rabbino, mi scusi, posso disturbarLa?”.

“La prego, signor Iossèf”.

“Vede, signor Rabbino, come Lei sa, tra l’altro io commercio in formaggi, e si dà il caso che abbia avuto l’occasione di acquistare una partita di caciotte, naturalmente cascèr, da una famiglia di contadini ebrei dell’agro romano. Ora Lei capisce che avrei molto piacere se Lei, signor Rabbino, volesse avere la compiacenza di rilasciarmi una sua dichiarazione di cascerùt. Data la sua notorietà, anzi, la sua chiara fama, signor Rabbino, Lei capisce che mi sarà molto più facile vendere le mie caciotte. Naturalmente s’intende che desidero assolutamente che il suo disturbo sia compensato…”.

Il Rav Hidà non rispose subito. Forse stava riflettendo sulla richiesta, che a prima vista sembrava un po’ strana. Inoltre, per quel che gli constava, almeno da quando gli ebrei erano chiusi nel ghetto, non s’era mai sentito che ci fossero ebrei contadini.

“Va bene, signor Iossèf, ma prima di entrare nel merito, se lei permette, vorrei vedere il certificato che certamente le avrà rilasciato il Rabbino del posto”.

“Lei ha ragione, signor Rabbino, è naturale! Purtroppo però si dà il caso che, per una sfortunata combinazione, il signor Rabbino di Pitigliano, l’eccellente Rav Barzillài Servi, mi aveva sì garantito che mi avrebbe rilasciato il certificato; se non che dovette improvvisamente recarsi a Arezzo per la milà di un nipotino, cosicché non fece in tempo a scriverlo… D’altronde io dovevo partire, la nave non mi avrebbe mica aspettato, lei capisce, signor Rabbino. Così sono andate le cose. Ecco perché ho particolarmente bisogno del suo preziosissimo aiuto”. Continua a leggere »

Italkìm: dove ci si ritrova per le tefillòt

L’ultimo arrivato in ordine cronologico, è il nuovo minian di rito romano di Tel Aviv. Ma i minianim italiani di Israele (i gruppi di almeno dieci uomini che si ritrovano per le funzioni religiose) sono numerosi e continuano a crescere, sostenuti anche dall’aumento delle aliyot dall’Italia.

Speriamo che almeno in questo caso nessuno pronunci la frase antisemita: “Ci sono troppe sinagoghe”.

Un nuovo minian romano a Tel Aviv

the-hotel-s-main-entranceHa aperto i battenti all’inizio di novembre, e a partecipare alle tefillot sono state ogni settimana decine di persone, soprattutto giovani tra i venti e trent’anni, uomini e donne. Si tratta di un nuovo minian di rito romano che si ritrova il venerdì sera per la Kabbalat Shabbat e Arvit nella sinagoga dell’Hotel Dvora di Tel Aviv. “Abbiamo deciso di prendere questa iniziativa perché volevamo avere l’opportunità di pregare secondo il nostro minhag a cui teniamo molto, e farlo rivivere a Tel Aviv in maniera regolare. Inoltre pensiamo che questa sia un’occasione per portare al tempio persone che non vengono mai, perché sentire le melodie di casa può aiutare” spiega a Kol Ha-Italkim Eitan Della Rocca, uno degli ideatori del progetto insieme a Joseph Castelnuovo e Ruben Moscati. “La prima tefillà è stata una grande emozione: cantare con il nostro rito, far salire in tevah persone non abituate a farlo, talvolta che addirittu- ra non salivano dal bar mitzà. Abbiamo anche dedicato il davar Torah a Leone Sonnino e Giuseppe Dell’Arriccia, due esponenti importanti della comunità di Roma recentemente scom- parsi”. Tra i momenti più sentiti, spiega ancora Della Rocca, il Lechà Dodì e l’Igdal cantato come al Tempio maggiore della capitale italiana. Con una importante precisazione: “Non abbiamo fondato questo minian con l’idea di dividerci dal minian tripolino di Tel Aviv, a cui io e molti dobbiamo tanto, per quello che ci offre a livello di Torà e tefillà nel quotidiano, ma solo creare una possibilità ulteriore”.

Rehov Hillel – Gerusalemme

Lo storico tempio italiano nel cuore di Gerusalemme ha sede nel complesso di Rehov Hillel che fu costruito nel XIX secolo da cattolici tedeschi come ostello per i pellegrini. L’edificio cominciò a ospitare un minian italiano nel 1945, quando era ancora sede del liceo Ma’ale. Anche dopo il trasferimento della scuola, il minian continuò a funzionare e a crescere. I suoi arredi sono quelli della sinagoga-gioiello portata da Conegliano Veneto. Negli stessi locali, che sono stati acquistati dalla Hevrat Yehude’ Italia be-Israel nel 2013, ha sede pure il Museo di arte ebraica italiana U. Nahon. Continua a leggere »

Chi si oppone al restauro del Cimitero ebraico di Mantova? Il presidente della Comunità ebraica!

“Cimitero ebraico di Mantova, richiesta senza fondamento”

Adam Smulevich

Emanuele Colorni

Emanuele Colorni

È una cosa che non sta né in cielo, né in terra. Una pretesa senza basi fondate, ma anche una pessima figura davanti a tutta la cittadinanza. Indirettamente, anche la nostra Comunità ne esce danneggiata in termini di immagine” Si è preso qualche giorno per commentare. Ma l’amarezza non è passata, anzi. Emanuele Colorni (nell’immagine), presidente della Comunità ebraica mantovana, risponde così alle pretese avanzate da un gruppo di rabbini israeliani e statunitensi guidati da rav Shmaya Levi, giunti nelle scorse ore in città per reclamare l’antico cimitero ebraico locale, ormai dismesso da secoli e in cui (stando almeno alle loro ricostruzioni, basate sul ritrovamento di un antico documento a Budapest) sarebbero seppelliti illustri cabalisti del passato.

Per tutto il mondo ebraico è fondamentale che quella terra ritorni ai suoi legittimi proprietari” ha affermato rav Shmaya prima di incontrare il sindaco Mattia Palazzi e altri esponenti dell’amministrazione comunale. Incontro propedeutico a una richiesta ufficiale in tal senso. Anche se i piani dell’amministrazione appaiono ben diversi: in quell’area abbandonata, diventata in tempi più recenti campo di concentramento dei nazisti e quindi area militare ceduta lo scorso anno dal demanio statale al Comune, dovrebbero sorgere un centro ricerche per la biodiversità e un centro per l’agroalimentare. Continua a leggere »

Il 4 e 5 dicembre: Quando una data civile irrompe nel calendario ebraico

David Gianfranco Di Segni

Gianfranco Di SegniOgni anno, quando si avvicinano il 4 e 5 dicembre, spesso viene posta la domanda sul perché questi giorni del calendario civile siano stati scelti per iniziare a recitare la richiesta della pioggia nella ‘Amidà (preghiera) dei giorni feriali. Che c’entra una data non ebraica con la Halakhà? È lecito indicare nei siddurim di preghiera le date civili? Quest’ultima domanda è stata in effetti posta alcuni anni fa da un giovane bachur yeshivà italiano al suo rosh yeshivà, il famoso rav Yehoshua Neuwirth z.l., il quale si è fatto portare un voluminoso tomo del Tur Orach Chaim, il codice di rabbì Yaakov ben Asher. Al cap. 117 il Rav ha mostrato un paragrafo del Bet Yosef, il commento di rabbì Yosef Caro (l’autore dello Shulchan Arukh, che proprio sul Tur si basa), dove è scritto che la richiesta della pioggia va fatta a partire dal 22 novembre (scritto proprio così, in lettere ebraiche) o dal 23 novembre negli anni in cui il successivo mese di febbraio (anche questo così scritto) ha 29 giorni. E tra parentesi, nelle edizioni comuni risalenti all’Ottocento, è aggiunto, rispettivamente, 3 e 4 dicembre. Ma perché novembre e non dicembre, se l’indicazione nei nostri siddurim è dicembre? E perché tra parentesi nel Tur è indicato 3 e 4 dicembre piuttosto che 4 e 5, come abbiamo indicato sopra? Di seguito la risposta a tutte queste domande.

La richiesta della pioggia si aggiunge nella preghiera dei giorni feriali con le parole “wetèn tal umatàr” (nel rito italiano e ashkenazita queste parole si aggiungono alla usuale berakhà; nel rito sefardita tutta la berakhà è sostituita con un’altra che include quelle parole). Il passaggio dalla formulazione estiva a quella invernale avviene a partire da giorni differenti, a seconda che ci si trovi in Eretz Israel o nella Golà (Diaspora). In Israele la si recita dal 7 di Cheshwan in poi, ossia quindici giorni dopo la fine della festa di Sukkot. In realtà, il ricordo della potenza divina che fa sì che scenda la pioggia si aggiunge, in tutto il mondo, già dalla mattina di Sheminì Atzeret, l’ottavo giorno dall’inizio di Sukkot. Però, la richiesta vera e propria della pioggia è posticipata di quindici giorni per dare modo ai pellegrini saliti a Gerusalemme per festeggiare Sukkot di tornare ai propri villaggi senza trovare le strade infangate e inagibili.

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Madri e figlie per il Bat Mitzwah

Marco Di Porto

bat-mitzvah-48636160Il prossimo 13 novembre, alle ore 17.00, a Roma presso il centro Bibliografico “Tullia Zevi” dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, si terrà il primo incontro di un interessante corso di preparazione al Bat Mitzwah, pensato per madri e figlie, invitate a studiare insieme in questo importante momento di passaggio.

Il corso, “importato” da Israele e realizzato dal “Matan’s Sadie Rennert Women’s Institute for Torah Studies”, è promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Roma e il Centro ebraico Il Pitigliani.
Sarà articolato in otto incontri, condotti da una coppia di educatrici, durante i quali madri e figlie studieranno insieme in chavrutà (come compagne di studio) con discussioni e attività creative quali musica, teatro e arte.

Il tema del corso è “Le donne ebree nel tempo” e si concentra su importanti figure femminili di riferimento: Rebecca, Miriam, Deborah, Hanna, Ester e altre, donne che hanno incarnato attributi e valori positivi da cui le ragazze possono trarre insegnamento.
Si tratta di un programma innovativo, al quale finora hanno preso parte più di settemila tra madri e figlie in Israele e in altri Paesi. Scopo del corso – che non è sostituivo del percorso preparatorio che le ragazze devono svolgere per effettuare il Bat Mitzwah – è illustrare in che modo le donne ebree siano collegate alle loro antenate e discendenti da un legame che scorre di generazione in generazione, e capire come questo passaggio possa costituire un ponte per collegare le ragazze alla continuità ebraica.

Per ulteriori informazioni, è possibile contattare l’Area Cultura e Formazione UCEI (06 45542211, cultura@ucei.it), il Dipartimento Educativo CER (06 87450210, dipartimentoeducativo@ufficiogiovani.it) o il Centro Ebraico Il Pitigliani (06 5800539, Email. educazione@pitigliani.it).

http://moked.it/blog/2016/10/28/melamed-madri-figlie-bat-mitzwah/