Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Maimonide conteso

La strana storia di un manoscritto prezioso che rischia di finire in Austria. Un capolavoro custodito a Mantova dall’inizio del Cinquecento. Ma le eredi lo vogliono vendere a un collezionista, che ha firmato un contratto d’acquisto da due milioni. Con il via libera del ministero.

Francesca Sironi

E’ un testimone, fragile e prezioso, un capolavoro mantenuto fino a un mese fa al chiuso di una cassetta di sicurezza. Tra i suoi paragrafi scorrono animali fantastici, ricami, geometrie. Le colonne scritte si alternano a pagine miniate a colori – un disegno mostra Eva con i capelli sciolti, la mela rivolta ad Adamo mentre il cielo è occupato dalle fiamme, dall’aria del volo, l’acqua del mare, una roccia. È un manoscritto del 1349, traduzione dall’arabo all’ebraico de “La guida dei perplessi” di Mosè Maimonide, giurista, medico e filosofo del XII secolo che si era rifugiato dall’Andalusia alla corte del Saladino, lasciando fra gli altri la “Guida” in cui discute la coesistenza fra religione e scienza, fra fede e ricerca (vedi box a pago 90). Un secolo e mezzo dopo l’autore del manoscritto gli dedica pagine perfette, ma il contenuto del trattato e l’abilità del miniatore non Sono le sole ragioni della straordinarietà del volume. È anche la storia di cui è messaggero: il libro arriva a Mantova in un momento decisivo per la comunità ebraica italiana, nel 1500. E da allora, per cinque secoli, rimane attaccato alla stessa casa nella collezione dei Norsa, una delle più antiche famiglie della città. Questa rara continuità è però ora a rischio: le eredi vogliono vendere ii libro alla fondazione di un collezionista austriaco. Con un progetto che prevede mostre e restauri, finora mancati, l’immobiliarista di Vìenna ha ottenuto dalla segreteria del ministero un accordo esclusivo. Datato a maggio, sarebbe valido, si legge, per 40 anni, rinnovabili per altri 40. Uno schema senza precedenti. li passaggio è stato però bloccato da una nuova ispezione, imposta dal direttore generale per gli Archivi all’inizio di giugno. La conoscenza tramandata in quelle pagine da secoli è così ora al centro di una partita. Fra identità e valore. Fra fruizione e tutela.

Per comprenderne il senso, bisogna partire da Mantova. Dalla Mantova del 1500. Mosè ben Nathaniel Norsa è titolare di una delle più importanti banche della città. È una persona rispettata nella comunità ebraica locale, fondatore di una sinagoga, finanziatore del cimitero. Ed è un appassionato bibliofilo. Ha iniziato a collezionare nel 1487 e da allora non ha più smesso. Il 10 gennaio del 1516 firma così l’atto di acquisto di uno dei volumi più preziosi di quella che sarà una biblioteca destinata con gli eredi a crescere fino a diventare il giacimento di «alcuni dei più superbi manoscritti mai eseguiti da scribi e artisti in Italia», diranno gli studiosi. La guida filosofica di Maimonide è un trattato controverso: Aristotele è usato come fondamento di un approccio nuovo ai principi della religione e della fede. La comunità ebraica mantovana del Rinascimento ne è attratta, tanto da dedicarvi tre ricchi commentari. Il volume che Mosè Norsa si è deciso a comprare, in quel clima, è imponente. È stato copiato in scrittura ashkenazita, sottoscritto da “Jacob ben Samuel’, con rigoroso dettaglio, Il 10 marzo del 1349. Sono 228 fogli raccolti in 27 fascicoli. I paragrafi si alternano a miniature dai colori accesi di cultura boema, con i corpi affusolati e i capelli biondi che riportano allo stile gotico internazionale del suo autore, vissuto a Krems, nell’attuale Austria. Il banchiere mantovano è consapevole del suo straordinario valore. Vi commissiona una nuova rilegatura, realizzata in pelle con inserti dorati da una bottega di scuola veneziana. «Foglie d’edera nei ferri, rombi centrali che fanno il verso alle mandorle orientali portano verso un legatore d’area veneta», scrivono gli esperti. Non è un dettaglio secondario.

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Terra, eternità e idolatria secondo Yeshayahu Leibowitz

Brillante intuizione riscoprire il grande profeta del quale per fortuna non si sono avverate tutte le promesse… (Kolot)

Giorgio Berruto

Nel cinquantesimo anniversario dalla Guerra dei sei giorni e l’unificazione sotto il controllo israeliano di Gerusalemme, non sono mancate le strumentalizzazioni della storia a fini politici di chi ha dipinto il conflitto come una guerra di liberazione, così come i ben più numerosi tentativi di erodere la legittimità di Israele dipingendolo come aggressore e potenza intenzionalmente protesa all’occupazione. Ho l’impressione che queste due posizioni abbiano un significativo elemento comune: entrambe ritengono che il 1967 sia da considerare come un inizio, e non un momento di una lunga storia, quella dell’autodeterminazione politica e dell’autodifesa di Israele. Inizio della liberazione o dell’occupazione, ma pur sempre un inizio. Tanto più che liberazione e occupazione hanno in comune l’oggetto, la terra, intesa come estensione di zolle, terreno.

A questo proposito mi sembrano significativi alcuni passaggi contenuti nel volume “Le feste ebraiche”, una collezione di interventi di Yeshayahu Leibowitz pubblicato da Jaca Book. “Esistono tra noi molte persone che creano e sviluppano ideologie e principi di fede partendo da idee come quelle della conquista e della liberazione dell’intera terra d’Israele, e dell’insediamento e dell’installazione in essa degli ebrei, e che pretendono di attribuire a queste visioni un significato, per così dire, religioso. Sentiamo frequentemente parlare della santità della terra, e del fatto che la sua conquista e l’insediamento in essa possiedano una specie di valore assoluto”.

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Ius soli, una prospettiva ebraica

Riccardo Di Segni

Qualcuno si sarà chiesto quale sia l’opinione degli ebrei e dell’ebraismo nella accesa discussione politica sul diritto di cittadinanza in base allo ius soli, che stabilisce che si è cittadini del luogo (il suolo) dove si nasce, per automatico diritto di nascita. Sappiamo benissimo che gli ebrei e l’ebraismo hanno molte opinioni differenti, soprattutto quando ci sono implicazioni politiche, ma la conoscenza, anche in una breve rassegna, dei principi fissati in merito a questo tema dalla nostra tradizione può essere molto utile per qualsiasi posizione che voglia definirsi ebraica. Effettivamente questi problemi sono affrontati e discussi ampiamente nelle nostre fonti, e va detto subito che il diritto ebraico non parla esattamente di cittadinanza, non riconosce lo ius soli e ha una visione molto particolare del cosiddetto ius sanguinis. Spieghiamo più in dettaglio.

La cittadinanza è definita dalla Enciclopedia Italiana come “condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta”. Ora la halakhà, anche quella prediasporica, non si riferisce alla appartenenza allo Stato ma alla appartenenza alla comunità, al qahal, al qehal Israel, o ‘am Israel, con tutto ciò che ne deriva in doveri e diritti, compreso il diritto-dovere di risiedere in terra d’Israele. Inoltre la halakhà discute il diritto di residenza nella terra d’Israele di chi non appartiene al qehàl Israele, ma vuole risiedervi come “straniero”, definendo il concetto di “gher”, e distinguendone due modalità: il gher tzedeq è la persona che non è nata ebrea e si impegna ad osservare tutte le regole dell’ebraismo e quindi diventa parte di Israele; il gher toshav (residente) è la persona che si impegna a rispettare i sette precetti noachidi e grazie a questo impegno ha il diritto di risiedere in terra d’Israele. È ben evidente che non si parla di ius soli, ma di appartenenza e residenza condizionate dall’impegno a rispettare determinate regole. Quanto allo ius sanguinis, che è la cittadinanza che si consegue per discendenza biologica da un cittadino, una specificità ebraica è che non si parla mai di sangue, per una precisa scelta culturale e simbolica; i rapporti di parentela sono invece indicati con le espressioni “ossa e carne” (Gen. 29:14).

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Londra. Non credi al Gender? Ti chiudo la scuola ebraica

Trascura le tematiche gender: scuola ebraica di Londra rischia la chiusura

Emmanuel Raffaele

Londra, 30 giu – Una scuola ebraica di Londra rischia la chiusura dopo aver “fallito” la terza ispezione dell’anno da parte dell’Ofsted (Office of Standards in Education) a causa di una carenza negli insegnamenti su temi lgbt e riassegnazione di genere. Si tratta della Vishnitz Girls School, istituto privato femminile di impronta ortodossa, situato nel borgo di Hackney, nel nord-est della capitale inglese, che ospita 212 alunne dai tre agli otto anni la cui prima lingua è, in molti casi, lo yiddish.

Secondo il rapporto degli ispettori che hanno fatto visita alla scuola, gli insegnamenti non risponderebbero agli standard contenuti soprattutto nell’Equality Act del 2010, impedendo così alle bimbe di introiettare i “valori fondamentali britannici”, privandole di indicazioni precise su questioni come “l’orientamento sessuale”. Tutto ciò, secondo gli ispettori, “limita la crescita spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni e non promuove l’uguaglianza di opportunità in un modo che tenga conto dei differenti stili di vita”. La direzione scolastica avrebbe da parte sua ammesso di non aver avuto particolare cura di trattare le tematiche in questione e non sarebbe peraltro l’unica, dal momento che altre sei scuole di ispirazione religiosa non avrebbero superato la verifica nelle ultime settimane, stando a quanto riferiscono il Telegraph e il Jerusalem Post.

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Testamento biologico e Halakhah

I limiti tra lecito e illecito

Daniel Reichel

È iniziata lunedì, non senza polemiche, la discussione alla Camera in merito alla legge sul cosiddetto testamento biologico: si tratta della dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) che una persona capace di intendere e di volere sottoscrive per dichiarare quali trattamenti sanitari intenderà accettare o rifiutare nel caso in cui subentri un’incapacità mentale.

Da tempo si discute di introdurre la DAT anche in Italia e sulla questione si è aperto un lungo dibattito pubblico, in cui anche la voce ebraica si è fatta sentire. Già nel 2006, mentre nel nostro Paese si discuteva del caso Welby (sull’eutanasia passiva e sull’accanimento terapeutico) rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, aveva spiegato quali fossero le posizioni della tradizione ebraica in merito al testamento biologico: ad esempio, una dichiarazione anticipata in cui si esprime la propria volontà per atti futuri è prevista nell’ebraismo e, per analogia ed entro certi limiti, è quindi permessa la dichiarazione anticipata di trattamento. Il cuore del problema però è un altro, ovvero la liceità delle direttive anticipate rispetto alla legge ebraica.

In particolare la legge al vaglio della Camera all’articolo 3 prevede che, “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali” ma il consenso non può comportare “l’abbandono terapeutico”. Sul tema dell’alimentazione e idratazione, però, spiega a Pagine Ebraiche 24 rav Di Segni, “la maggioranza delle autorità rabbiniche è concorde nel valutarle come essenziali e pertanto non si possono togliere: farlo significherebbe far morire di fame o di sete una persona e questo non è permesso”.

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Biblisti italiani a convegno contro “l’ebraismo ambiguo”

Esclusiva del Foglio. Incontro a Venezia sulla religione ebraica dagli effetti “degeneranti”. Protesta dei rabbini: “È antisemitismo”.

Giulio Meotti

ROMA – Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e l'”assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.

Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimé da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.

D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica: il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”.

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Il giallo della parashà di Bo

Davide Nizza

פרשת בא, שמות, י”ב, י”א: מתניכם חגורים.

In memoria di Rav Davìd ben Menahèm Avnèr Schaumann, z.l.

Mi sono permessso molti anni fa di elaborare in forma di racconto questo devàr Torà un po’ particolare, che ebbi la fortuna di ascoltare da Rav Schaumann durante uno dei tanti Sciabbadòd passati insieme a Genova.

Si racconta che in una fredda giornata invernale verso la fine del 1700 il Rav Hidà[1], durante uno dei suoi numerosi viaggi, si trovasse su una nave che solcava il Mar Mediterraneo. A bordo si trovavano diversi viaggiatori, tra cui alcuni ebrei, diretti a nord, dato che la nave doveva fare scalo a Livorno, Genova e Nizza.

La giornata era bella e, sebbene il freddo e la brezza fossero pungenti, il Rav se ne stava piacevolmente in coperta alla luce del sole, tenendo tra le mani gli appunti del suo ultimo libro.

“Signor Rabbino, Signor Rabbino…”

Sentendosi chiamare da una voce sommessa, il Rav si voltò da un lato. Era Iossèf ben Efràim, mercante in Provenza, col quale aveva scambiato alcune informazioni di viaggio, quando si era imbarcato all’attracco di Civitavecchia.

“Signor Rabbino, mi scusi, posso disturbarLa?”.

“La prego, signor Iossèf”.

“Vede, signor Rabbino, come Lei sa, tra l’altro io commercio in formaggi, e si dà il caso che abbia avuto l’occasione di acquistare una partita di caciotte, naturalmente cascèr, da una famiglia di contadini ebrei dell’agro romano. Ora Lei capisce che avrei molto piacere se Lei, signor Rabbino, volesse avere la compiacenza di rilasciarmi una sua dichiarazione di cascerùt. Data la sua notorietà, anzi, la sua chiara fama, signor Rabbino, Lei capisce che mi sarà molto più facile vendere le mie caciotte. Naturalmente s’intende che desidero assolutamente che il suo disturbo sia compensato…”.

Il Rav Hidà non rispose subito. Forse stava riflettendo sulla richiesta, che a prima vista sembrava un po’ strana. Inoltre, per quel che gli constava, almeno da quando gli ebrei erano chiusi nel ghetto, non s’era mai sentito che ci fossero ebrei contadini.

“Va bene, signor Iossèf, ma prima di entrare nel merito, se lei permette, vorrei vedere il certificato che certamente le avrà rilasciato il Rabbino del posto”.

“Lei ha ragione, signor Rabbino, è naturale! Purtroppo però si dà il caso che, per una sfortunata combinazione, il signor Rabbino di Pitigliano, l’eccellente Rav Barzillài Servi, mi aveva sì garantito che mi avrebbe rilasciato il certificato; se non che dovette improvvisamente recarsi a Arezzo per la milà di un nipotino, cosicché non fece in tempo a scriverlo… D’altronde io dovevo partire, la nave non mi avrebbe mica aspettato, lei capisce, signor Rabbino. Così sono andate le cose. Ecco perché ho particolarmente bisogno del suo preziosissimo aiuto”. Continua a leggere »