Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Continua la traduzione del Talmud: anche Dio prega ogni mattina

In italiano il testo sacro con le «Berakhot», il libro delle benedizioni. Le preghiere servono ad accrescere la coscienza del nostro posto nel mondo

Massimo Giuliani

Il primo trattato dal Talmud Babilonese è dedicato alle preghiere, più esattamente alle benedizioni o berakhot, e inaugura la serie dei trattati sulla vita economica, nell’epoca antica l’agricultura. Il massimo della spiritualità, se così si può dire, introduce al massimo della concretezza: le semine e la vita dei campi, i raccolti e la loro distribuzione. Questa nuova traduzione di Berakhot, ampia al punto da necessitare di due tomi (quasi mille pagine, testo ebraico a fronte, curati da Gianfranco Di Segni e pubblicati da Giuntina), offre la possibilità di conoscere e penetrare nel mondo, arcano ai più, della preghiera ebraica, così vicina e al contempo così lontana dal mondo della preghiera cristiana. A cominciare dall’idea che si tratta di un precetto rabbinico e non biblico (la Bibbia prescrive solo i sacrifici nel tempio), che esistano tempi fissi per recitare le preghiere pubbliche, che le donne ne sono esonerare, che l’unica lingua in cui si prega è l’ebraico. E che, come insegna il rabbino Bachjà ben Asher del XIV secolo, le preghiere «sono una necessità non per Dio ma per l’uomo».

In realtà, anche se dedicato alle benedizioni, questo trattato talmudico è una vera e propria enciclopedia della fede ebraica, ricca di commenti biblici e di parabole (che i maestri di Israele chiamano aggadot), di precetti specifici e di insegnamenti universali, dove abbondano ardite metafore teologiche. Si prenda per esempio la voce di Dio, qui paragonata ora al tubare della colomba ora al ruggito del leone, oppure la “nuca divina” sulla quale Mosè potè scorgere il nodo dei filatteri, lasciando intendere che anche Dio prega ogni mattina (gli ebrei religiosi infatti dicono le preghiere mattutine feriali indossando i filatteri). In questo trattato, spiega il curatore Di Segni, la parte normativa s’interseca con quella narrativa: «La prima ci indirizza dall’astratto al concreto, mentre la seconda ci riconduce dal concreto all’astratto», dal particolare all’universale.

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Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

Rav Laras, che il suo ricordo sia di benedizione

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Dopo una lunga e difficile malattia, se n’è andato ieri mattina Rav Giuseppe Laras, che per venticinque anni è stato il rabbino capo di Milano e anche dopo il suo ritiro da quel ruolo ha conservato la responsabilità rabbinica di Casale e di Ancona e la presidenza del tribunale rabbinico del Nord Italia.

Giuseppe Laras ha rappresentato la personalità più importante dell’ebraismo italiano nella generazione successiva a Rav Toaff, quella cioè che ha iniziato a operare nella stagione dell’ammodernamento del paese e dell’apertura del mondo cattolico e ha proseguito la sua influenza determinante fino a poco dopo il volgere del secolo, quando i tradizionali schieramenti politici e culturali hanno iniziato a collassare, l’islam si è imposto come un problema diretto e pericoloso anche per i paesi europei, il terrorismo è dilagato e nel mondo ebraico si è proposta una nuova generazione di rabbini, formatasi per lo più almeno in parte in Israele e più attenta all’influenza di quel rabbinato.

Personalità forte, preparatissima, di carattere molto determinato, Rav Laras ha segnato profondamente la vita ebraica italiana di quei decenni,, fra l’altro guidando il dialogo ebraico-cattolico, grazie anche alla sua profonda amicizia col cardinale Martini. È stato anche e soprattutto un maestro di pensiero, non solo per aver formato generazioni di rabbini e aver insegnato i precetti e la dottrina tradizionale alle comunità che ha guidato, soprattutto ai giovani; ma per aver portato il pensiero ebraico al pubblico assai più grande delle università, degli incontri interconfessionali, dei giornali.

Questo lavoro si è tradotto in numerosi volumi, la cui forma è stata positivamente segnata dalla vocazione professorale: se si vuole leggere un’esposizione chiara, completa, logicamente strutturata sulla storia del pensiero ebraico nelle sue diverse periodizzazioni, e in particolare sull’amato Maimonide, ma anche su temi apparentemente più marginali come la concezione ebraica dell’amore e della coppia, i libri di Rav Laras sono indispensabili. Questo lavoro di chiarimento e insegnamento, di studio dei testi e di storicizzazione della vicenda intellettuale dell’ebraismo ha contribuito potentemente a far capire alla cultura italiana, da decenni chiusa nei recinti simmetrici di cattolicesimo e comunismo, altrettanto chiusi alla peculiarità della tradizione di Israele che esiste e vive da millenni una cultura ebraica, ricca e complessa. Continua a leggere »

Esiste l’ebraismo laico? A Milano ancora troppo poco

Due ipotesi per un’assenza importante

David Piazza

Dichiariamolo dall’inizio. È difficilissimo trovare in Italia ebrei che almeno una volta l’anno non mettano piede in un tempio. Quindi non stiamo parlando di “ebrei laici” nel senso stretto del termine, anche perché qui l’osservanza stessa dei precetti ebraici nel senso della Halakhà gode della massima varietà.

Difatti il nostro paese può contare fin dal difficile dopoguerra su decine di vivaci istituzioni non strettamente legate al culto o alla tradizione, ma che contribuiscono però in maniera determinante al rafforzamento dell’identità ebraica. Anzi, è proprio questa varietà che assicura che anche ebrei più lontani dai riti religiosi possano trovare il proprio posto in un sistema comunitario ebraico che è “ortodosso” spesso per statuto e sentimento.

Così abbiamo per esempio a Torino una testata giornalistica ebraica indipendente, a Genova un Centro culturale dedicato a Primo Levi, a Venezia e Bologna dei musei ebraici, a Roma un Centro di Cultura ebraica con biblioteca e il “Pitigliani”, un centro comunitario con attività culturali e sociali per tutte le età. A queste “pietre  miliari” si aggiungono ovviamente le decine di iniziative culturali locali e nazionali dell’Unione delle Comunità e molte altre ancora a diverso titolo, come diversi festival della Cultura ebraica spesso in collaborazione con gli enti sul territorio.

Chi invece rimane indietro rispetto alla vivacità della cultura ebraica che abbiamo definito “laica”, sembrerebbe proprio Milano. A parte due istituzioni, quella storica del Centro di Documentazione Ebraica e il più recente Memoriale della Shoah, entrambe orientate alla Memoria, la seconda Comunità d’Italia non ha una biblioteca degna di questi nome, non ha alcun centro culturale e soprattutto (a parte la breve parentesi di un Festival originale fatto subito morire), non riesce a organizzare eventi culturali capaci di superare il trafiletto nella cronaca cittadina, nemmeno in occasione della Giornata della Cultura ebraica.

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Terra, eternità e idolatria secondo Yeshayahu Leibowitz

Brillante intuizione riscoprire il grande profeta del quale per fortuna non si sono avverate tutte le promesse… (Kolot)

Giorgio Berruto

Nel cinquantesimo anniversario dalla Guerra dei sei giorni e l’unificazione sotto il controllo israeliano di Gerusalemme, non sono mancate le strumentalizzazioni della storia a fini politici di chi ha dipinto il conflitto come una guerra di liberazione, così come i ben più numerosi tentativi di erodere la legittimità di Israele dipingendolo come aggressore e potenza intenzionalmente protesa all’occupazione. Ho l’impressione che queste due posizioni abbiano un significativo elemento comune: entrambe ritengono che il 1967 sia da considerare come un inizio, e non un momento di una lunga storia, quella dell’autodeterminazione politica e dell’autodifesa di Israele. Inizio della liberazione o dell’occupazione, ma pur sempre un inizio. Tanto più che liberazione e occupazione hanno in comune l’oggetto, la terra, intesa come estensione di zolle, terreno.

A questo proposito mi sembrano significativi alcuni passaggi contenuti nel volume “Le feste ebraiche”, una collezione di interventi di Yeshayahu Leibowitz pubblicato da Jaca Book. “Esistono tra noi molte persone che creano e sviluppano ideologie e principi di fede partendo da idee come quelle della conquista e della liberazione dell’intera terra d’Israele, e dell’insediamento e dell’installazione in essa degli ebrei, e che pretendono di attribuire a queste visioni un significato, per così dire, religioso. Sentiamo frequentemente parlare della santità della terra, e del fatto che la sua conquista e l’insediamento in essa possiedano una specie di valore assoluto”.

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Ius soli, una prospettiva ebraica

Riccardo Di Segni

Qualcuno si sarà chiesto quale sia l’opinione degli ebrei e dell’ebraismo nella accesa discussione politica sul diritto di cittadinanza in base allo ius soli, che stabilisce che si è cittadini del luogo (il suolo) dove si nasce, per automatico diritto di nascita. Sappiamo benissimo che gli ebrei e l’ebraismo hanno molte opinioni differenti, soprattutto quando ci sono implicazioni politiche, ma la conoscenza, anche in una breve rassegna, dei principi fissati in merito a questo tema dalla nostra tradizione può essere molto utile per qualsiasi posizione che voglia definirsi ebraica. Effettivamente questi problemi sono affrontati e discussi ampiamente nelle nostre fonti, e va detto subito che il diritto ebraico non parla esattamente di cittadinanza, non riconosce lo ius soli e ha una visione molto particolare del cosiddetto ius sanguinis. Spieghiamo più in dettaglio.

La cittadinanza è definita dalla Enciclopedia Italiana come “condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta”. Ora la halakhà, anche quella prediasporica, non si riferisce alla appartenenza allo Stato ma alla appartenenza alla comunità, al qahal, al qehal Israel, o ‘am Israel, con tutto ciò che ne deriva in doveri e diritti, compreso il diritto-dovere di risiedere in terra d’Israele. Inoltre la halakhà discute il diritto di residenza nella terra d’Israele di chi non appartiene al qehàl Israele, ma vuole risiedervi come “straniero”, definendo il concetto di “gher”, e distinguendone due modalità: il gher tzedeq è la persona che non è nata ebrea e si impegna ad osservare tutte le regole dell’ebraismo e quindi diventa parte di Israele; il gher toshav (residente) è la persona che si impegna a rispettare i sette precetti noachidi e grazie a questo impegno ha il diritto di risiedere in terra d’Israele. È ben evidente che non si parla di ius soli, ma di appartenenza e residenza condizionate dall’impegno a rispettare determinate regole. Quanto allo ius sanguinis, che è la cittadinanza che si consegue per discendenza biologica da un cittadino, una specificità ebraica è che non si parla mai di sangue, per una precisa scelta culturale e simbolica; i rapporti di parentela sono invece indicati con le espressioni “ossa e carne” (Gen. 29:14).

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Londra. Non credi al Gender? Ti chiudo la scuola ebraica

Trascura le tematiche gender: scuola ebraica di Londra rischia la chiusura

Emmanuel Raffaele

Londra, 30 giu – Una scuola ebraica di Londra rischia la chiusura dopo aver “fallito” la terza ispezione dell’anno da parte dell’Ofsted (Office of Standards in Education) a causa di una carenza negli insegnamenti su temi lgbt e riassegnazione di genere. Si tratta della Vishnitz Girls School, istituto privato femminile di impronta ortodossa, situato nel borgo di Hackney, nel nord-est della capitale inglese, che ospita 212 alunne dai tre agli otto anni la cui prima lingua è, in molti casi, lo yiddish.

Secondo il rapporto degli ispettori che hanno fatto visita alla scuola, gli insegnamenti non risponderebbero agli standard contenuti soprattutto nell’Equality Act del 2010, impedendo così alle bimbe di introiettare i “valori fondamentali britannici”, privandole di indicazioni precise su questioni come “l’orientamento sessuale”. Tutto ciò, secondo gli ispettori, “limita la crescita spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni e non promuove l’uguaglianza di opportunità in un modo che tenga conto dei differenti stili di vita”. La direzione scolastica avrebbe da parte sua ammesso di non aver avuto particolare cura di trattare le tematiche in questione e non sarebbe peraltro l’unica, dal momento che altre sei scuole di ispirazione religiosa non avrebbero superato la verifica nelle ultime settimane, stando a quanto riferiscono il Telegraph e il Jerusalem Post.

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