Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Esiste l’ebraismo laico? A Milano ancora troppo poco

Due ipotesi per un’assenza importante

David Piazza

Dichiariamolo dall’inizio. È difficilissimo trovare in Italia ebrei che almeno una volta l’anno non mettano piede in un tempio. Quindi non stiamo parlando di “ebrei laici” nel senso stretto del termine, anche perché qui l’osservanza stessa dei precetti ebraici nel senso della Halakhà gode della massima varietà.

Difatti il nostro paese può contare fin dal difficile dopoguerra su decine di vivaci istituzioni non strettamente legate al culto o alla tradizione, ma che contribuiscono però in maniera determinante al rafforzamento dell’identità ebraica. Anzi, è proprio questa varietà che assicura che anche ebrei più lontani dai riti religiosi possano trovare il proprio posto in un sistema comunitario ebraico che è “ortodosso” spesso per statuto e sentimento.

Così abbiamo per esempio a Torino una testata giornalistica ebraica indipendente, a Genova un Centro culturale dedicato a Primo Levi, a Venezia e Bologna dei musei ebraici, a Roma un Centro di Cultura ebraica con biblioteca e il “Pitigliani”, un centro comunitario con attività culturali e sociali per tutte le età. A queste “pietre  miliari” si aggiungono ovviamente le decine di iniziative culturali locali e nazionali dell’Unione delle Comunità e molte altre ancora a diverso titolo, come diversi festival della Cultura ebraica spesso in collaborazione con gli enti sul territorio.

Chi invece rimane indietro rispetto alla vivacità della cultura ebraica che abbiamo definito “laica”, sembrerebbe proprio Milano. A parte due istituzioni, quella storica del Centro di Documentazione Ebraica e il più recente Memoriale della Shoah, entrambe orientate alla Memoria, la seconda Comunità d’Italia non ha una biblioteca degna di questi nome, non ha alcun centro culturale e soprattutto (a parte la breve parentesi di un Festival originale fatto subito morire), non riesce a organizzare eventi culturali capaci di superare il trafiletto nella cronaca cittadina, nemmeno in occasione della Giornata della Cultura ebraica.

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Terra, eternità e idolatria secondo Yeshayahu Leibowitz

Brillante intuizione riscoprire il grande profeta del quale per fortuna non si sono avverate tutte le promesse… (Kolot)

Giorgio Berruto

Nel cinquantesimo anniversario dalla Guerra dei sei giorni e l’unificazione sotto il controllo israeliano di Gerusalemme, non sono mancate le strumentalizzazioni della storia a fini politici di chi ha dipinto il conflitto come una guerra di liberazione, così come i ben più numerosi tentativi di erodere la legittimità di Israele dipingendolo come aggressore e potenza intenzionalmente protesa all’occupazione. Ho l’impressione che queste due posizioni abbiano un significativo elemento comune: entrambe ritengono che il 1967 sia da considerare come un inizio, e non un momento di una lunga storia, quella dell’autodeterminazione politica e dell’autodifesa di Israele. Inizio della liberazione o dell’occupazione, ma pur sempre un inizio. Tanto più che liberazione e occupazione hanno in comune l’oggetto, la terra, intesa come estensione di zolle, terreno.

A questo proposito mi sembrano significativi alcuni passaggi contenuti nel volume “Le feste ebraiche”, una collezione di interventi di Yeshayahu Leibowitz pubblicato da Jaca Book. “Esistono tra noi molte persone che creano e sviluppano ideologie e principi di fede partendo da idee come quelle della conquista e della liberazione dell’intera terra d’Israele, e dell’insediamento e dell’installazione in essa degli ebrei, e che pretendono di attribuire a queste visioni un significato, per così dire, religioso. Sentiamo frequentemente parlare della santità della terra, e del fatto che la sua conquista e l’insediamento in essa possiedano una specie di valore assoluto”.

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Ius soli, una prospettiva ebraica

Riccardo Di Segni

Qualcuno si sarà chiesto quale sia l’opinione degli ebrei e dell’ebraismo nella accesa discussione politica sul diritto di cittadinanza in base allo ius soli, che stabilisce che si è cittadini del luogo (il suolo) dove si nasce, per automatico diritto di nascita. Sappiamo benissimo che gli ebrei e l’ebraismo hanno molte opinioni differenti, soprattutto quando ci sono implicazioni politiche, ma la conoscenza, anche in una breve rassegna, dei principi fissati in merito a questo tema dalla nostra tradizione può essere molto utile per qualsiasi posizione che voglia definirsi ebraica. Effettivamente questi problemi sono affrontati e discussi ampiamente nelle nostre fonti, e va detto subito che il diritto ebraico non parla esattamente di cittadinanza, non riconosce lo ius soli e ha una visione molto particolare del cosiddetto ius sanguinis. Spieghiamo più in dettaglio.

La cittadinanza è definita dalla Enciclopedia Italiana come “condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta”. Ora la halakhà, anche quella prediasporica, non si riferisce alla appartenenza allo Stato ma alla appartenenza alla comunità, al qahal, al qehal Israel, o ‘am Israel, con tutto ciò che ne deriva in doveri e diritti, compreso il diritto-dovere di risiedere in terra d’Israele. Inoltre la halakhà discute il diritto di residenza nella terra d’Israele di chi non appartiene al qehàl Israele, ma vuole risiedervi come “straniero”, definendo il concetto di “gher”, e distinguendone due modalità: il gher tzedeq è la persona che non è nata ebrea e si impegna ad osservare tutte le regole dell’ebraismo e quindi diventa parte di Israele; il gher toshav (residente) è la persona che si impegna a rispettare i sette precetti noachidi e grazie a questo impegno ha il diritto di risiedere in terra d’Israele. È ben evidente che non si parla di ius soli, ma di appartenenza e residenza condizionate dall’impegno a rispettare determinate regole. Quanto allo ius sanguinis, che è la cittadinanza che si consegue per discendenza biologica da un cittadino, una specificità ebraica è che non si parla mai di sangue, per una precisa scelta culturale e simbolica; i rapporti di parentela sono invece indicati con le espressioni “ossa e carne” (Gen. 29:14).

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Londra. Non credi al Gender? Ti chiudo la scuola ebraica

Trascura le tematiche gender: scuola ebraica di Londra rischia la chiusura

Emmanuel Raffaele

Londra, 30 giu – Una scuola ebraica di Londra rischia la chiusura dopo aver “fallito” la terza ispezione dell’anno da parte dell’Ofsted (Office of Standards in Education) a causa di una carenza negli insegnamenti su temi lgbt e riassegnazione di genere. Si tratta della Vishnitz Girls School, istituto privato femminile di impronta ortodossa, situato nel borgo di Hackney, nel nord-est della capitale inglese, che ospita 212 alunne dai tre agli otto anni la cui prima lingua è, in molti casi, lo yiddish.

Secondo il rapporto degli ispettori che hanno fatto visita alla scuola, gli insegnamenti non risponderebbero agli standard contenuti soprattutto nell’Equality Act del 2010, impedendo così alle bimbe di introiettare i “valori fondamentali britannici”, privandole di indicazioni precise su questioni come “l’orientamento sessuale”. Tutto ciò, secondo gli ispettori, “limita la crescita spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni e non promuove l’uguaglianza di opportunità in un modo che tenga conto dei differenti stili di vita”. La direzione scolastica avrebbe da parte sua ammesso di non aver avuto particolare cura di trattare le tematiche in questione e non sarebbe peraltro l’unica, dal momento che altre sei scuole di ispirazione religiosa non avrebbero superato la verifica nelle ultime settimane, stando a quanto riferiscono il Telegraph e il Jerusalem Post.

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Le frontiere dell’ortodossia – Intervista a Dina Brawer su ebraismo e inclusione femminile

Talia la cabalista

Il problema dell’inclusione della donna nel mondo ebraico ortodosso, sorto già dalla metà del Novecento, è diventato sempre più attuale negli ultimi 10-15 anni. Nel 2002 è nata a Gerusalemme Shirà Chadashà, che ha fornito il modello – esportato poi in USA, Canada, Australia, Israele e adesso Europa – di “partnership minyan”. Si tratta di un gruppo di preghiera nato con lo scopo di favorire l’inclusione delle donne nella liturgia nel modo più ampio possibile, ma restando nei confini dell’Halakhà: uomini e donne sono separati da una mekhizà e il minyan è composto da 10 uomini (a differenza del minyan reform, che richiede la presenza di 10 ebrei indipendentemente dal genere), ma le donne sono invitate a condurre parti della preghiera (zemiroth e kabbalat Shabbat) e leggere la Torà in pubblico. La stessa struttura della sinagoga riprende l’idea di parità di genere perché la mekhizà viene collocata esattamente al centro del tempio, che figura così suddiviso in due parti uguali.

Le pratiche, però, spesso variano caso per caso: in certi casi viene concesso alle donne di condurre anche altre parti della tefillà (di regola non dvarim shebikdusha) e, anche se il minyan rimane di 10 uomini, come prassi si aspetta anche l’arrivo di 10 donne, per segnalare che la presenza femminile è ugualmente importante. In altri casi invece le pratiche sono più restrittive del modello base. L’inclusione nella liturgia trascina con sé la ancora più problematica questione di una leadership ebraica femminile: se le donne possono condurre parti della tefillà o salire a sefer, possono assumere anche un ruolo di guida della comunità, il ruolo di rabbino? Nel 2009 è stata fondata a New York da rav Avi Weiss e Rabba Sara Hurwitz la Yeshivat Maharat, il primo istituto al mondo nato per dare una formazione alle donne intenzionate a servire la comunità ortodossa come “leader spirituali”. Yeshivat Maharat e in particolare la scelta di Sara Hurwitz, prima allieva di Avi Weiss, di usare il titolo di “rabba” o “rabbanit”, ha aperto una disputa molto accesa tra Avi Weiss e il Rabbinical Council of America e, di recente, con l’Orthodox Union, che ha pronunciato uno statement contro la possibilità da parte di donne di assumere ruoli rabbinici in modo regolare. In realtà, dal punto di vista strettamente halakhico, la possibilità per le donne di ricoprire un ruolo rabbinico (derivante dalla possibilità di studiare Halakhah e dare responsi halakhici), trova paradossalmente meno ostacoli dell’inclusione a livello liturgico, tanto che già nel 1998 a New York due donne hanno lavorato per la prima volta in due comunità ortodosse assumendo il titolo di “clergy”.

Di questo e in generale del rapporto tra ebraismo ortodosso e questione femminile abbiamo parlato con Dina Brawer, allieva presso la Yeshivat Maharat di New York e fondatrice di JOFA (Jewish Orthodox Feminist Alliance) UK. Nella sua visione il femminismo ortodosso non chiede (solo) uguali diritti, ma soprattutto uguale impegno: le donne per molto tempo sono state “esentate” da una piena partecipazione alla vita comunitaria e religiosa per potersi concentrare sugli impegni familiari, ma ha senso questa esenzione oggi che molte donne hanno un livello di istruzione elevato e sono in grado di bilanciare vita lavorativa e familiare? Continua a leggere »

Testamento biologico e Halakhah

I limiti tra lecito e illecito

Daniel Reichel

È iniziata lunedì, non senza polemiche, la discussione alla Camera in merito alla legge sul cosiddetto testamento biologico: si tratta della dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) che una persona capace di intendere e di volere sottoscrive per dichiarare quali trattamenti sanitari intenderà accettare o rifiutare nel caso in cui subentri un’incapacità mentale.

Da tempo si discute di introdurre la DAT anche in Italia e sulla questione si è aperto un lungo dibattito pubblico, in cui anche la voce ebraica si è fatta sentire. Già nel 2006, mentre nel nostro Paese si discuteva del caso Welby (sull’eutanasia passiva e sull’accanimento terapeutico) rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, aveva spiegato quali fossero le posizioni della tradizione ebraica in merito al testamento biologico: ad esempio, una dichiarazione anticipata in cui si esprime la propria volontà per atti futuri è prevista nell’ebraismo e, per analogia ed entro certi limiti, è quindi permessa la dichiarazione anticipata di trattamento. Il cuore del problema però è un altro, ovvero la liceità delle direttive anticipate rispetto alla legge ebraica.

In particolare la legge al vaglio della Camera all’articolo 3 prevede che, “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali” ma il consenso non può comportare “l’abbandono terapeutico”. Sul tema dell’alimentazione e idratazione, però, spiega a Pagine Ebraiche 24 rav Di Segni, “la maggioranza delle autorità rabbiniche è concorde nel valutarle come essenziali e pertanto non si possono togliere: farlo significherebbe far morire di fame o di sete una persona e questo non è permesso”.

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E Iddio creò il Male

Giulio Busi

Ombre spesse come un sudario, demoni che latrano più rabbiosi di cani, lunghi fasci di luce rappresa, spenta, cinerea. Nei testi mistici ebraici del medioevo e della prima età moderna troverete molto splendore, parecchio bene, schiere di angeli pronti ad assistervi e a sostenervi. Ma se cercate l’antico accusatore in tutto il suo nero sfarzo, o volete sapere cosa fare, quando il cosmo balla come un ubriaco, senza pudore, ai bordi dell’abisso, siete nel posto giusto. Che il male abbia spesso la meglio, ce ne accorgiamo, purtroppo, tutti. A volerlo ammettere, e a dirci perché e percome, sono in pochi. Tocca allora ai mistici alzarsi faticosamente verso il cielo dell’invisibile, non per trovarvi conforto ma per esplorare inspiegabili errori divini. Avrete visto talvolta l’albero delle sefirot, con i suoi dieci cerchi, che lasciano prorompere l’energia della creazione. Dietro quei dieci, tutto fulgore e benedizione, vi sono altri dieci tondi, altrettanto potenti, che affogano e distruggono. O forse, a far danni sono le energie positive, se solo tracimano per eccesso, schiantano sovrabbondanti i loro limiti, accecano per troppo slancio. È dai tempi di Giovanni Pico della Mirandola, primo scopritore cristiano della qabbalah, che il pensiero europeo s’è accorto di come le vecchie pergamene ebraiche custodiscano un atlante teologico ampio, ardito, talvolta sinistro. Quando Pico, nel 1486, pubblicò le proprie 900 Conclusioni, prontamente date alle fiamme dall’Inquisizione di papa Innocenzo VIII, usò la qabbalah come un grimaldello, per far saltare il cofanetto teologico del buio.

Al deposito dell’ottimismo e dell’amore divino ci si arrivava facilmente. Bastava farsi guidare da Platone e dai suoi compagni, di grado in grado, sempre più lontani dalla materia. Ma come aprire la cornucopia di tutti i mali del mondo? Come sapere chi li muove, quei malanni, e da quando? «Mala coordinatio denaria in Cabala», la malvagia decina cabbalistica, chiama Pico il flusso negativo secondo l’insegnamento giudaico, e vi allude soltanto di sfuggita, «quia est secretum». Continua a leggere »