Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Appelfeld lo scrittore sfollato

Daniela Gross

Se ripenso ad Aharon Appelfeld mi torna in mente il suo sorriso. Timido, mite, disarmante. Quello di un bambino sopravvissuto alle atrocità della Storia senza smarrire l’innocenza. C’è voluto quasi mezzo secolo prima che il grande scrittore israeliano testimone della Shoah, scomparso ieri all’età di 85 anni, decidesse di rompere il silenzio e, ritrovando lo sguardo incantato dell’infanzia, raccontasse la sua incredibile vicenda in Storia di una vita.

A quel tempo alcuni dei suoi lavori più belli, Badenheim 1939 e Tsili (da cui qualche anno fa Amos Gitai ha tratto un film) erano già stati pubblicati. Appelfeld, almeno in Israele, era un autore affermato. Storia di una vita (Giuntina, 2001) ne fece un personaggio conquistando il pubblico di tutto il mondo.

La storia di Appelfeld era così toccante, avventurosa e incredibile, da convincere anche i più scettici. E la purezza della scrittura con cui la raccontava, unita alla scelta di lavorare per sottrazione, evocando l’orrore senza mai affrontarlo in presa diretta, la rendevano se possibile ancora più unica e sconvolgente.

Nato nel 1932 nel villaggio di Jadova, vicino a Czernowitz, allora Romania e oggi Ucraina, Appelfeld era figlio di ebrei secolari, colti e cosmopoliti. In un salto generazionale frequente in quegli anni, i nonni erano invece ebrei osservanti che costruirono una sinagoga sui loro terreni.

La vita scorre dolce negli anni dell’infanzia. In casa il piccolo Aharon parla tedesco, la lingua che la madre ama e coltiva con passione (“Nella sua bocca – scriverà in Storia di una vita – le parole suonavano limpide come se le avesse pronunciate attraverso un’esotica campana di vetro”). Con i nonni discorre in yiddish, con le domestiche in ruteno, con i coetanei in rumeno.

Ha solo nove anni quando il suo mondo finisce in frantumi. L’esercito rumeno, alleato dei nazisti, invade il villaggio. La nonna e la madre vengono uccise mentre, dopo una breve fuga, Aharon e il padre vengono catturati e deportati in un lager della Transnistria. Appelfeld riesce a scappare e trascorre tre lunghi anni nascosto nella foresta.  Continua a leggere »

Il vero antisemitismo in Europa è politically correct

Francesco Bechis

“L’antisemitismo contemporaneo è il motore del terrorismo internazionale”. Parola di Fiamma Nirenstein, membro del Jerusalem Center for Public Affairs, giornalista e scrittrice con una carriera in prima linea a difendere il diritto all’esistenza di Israele, una causa che dal 2001 la costringe a girare sotto scorta. Intervenuta martedì all’incontro “Violent extremism, Hate Speeches. Nuove forme di antisemitismo” organizzato dal Centro Studi Americani e dal Bene’ Berith Roma, cui hanno preso parte, fra gli altri, l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il sociologo Giorgio Tabasso, ha fatto il punto sul pericolo dell’antisemitismo in Italia. Un tema ritornato al centro del dibattito politico con il disegno di legge di Emanuele Fiano e alcune manifestazioni razziste all’interno degli stadi italiani. Fiamma di nome e di fatto, la giornalista fiorentina non ha lesinato critiche alle strumentalizzazioni che vogliono confinare il fenomeno ad una sola estrema. “Esiste oggi un antisemitismo non politically correct, cui non faccio alcuno sconto, che è legato all’estrema destra, vedi in Grecia Alba Dorata, e poi ancora in Polonia ed Ungheria” spiega Nirenstein, “ne esiste però uno più grande e pericoloso, è l’antisemitismo eliminazionista, contro gli ebrei e lo Stato di Israele nel suo complesso”.

Pur restando la gravità del gesto, non sono le figurine di Anna Frank con la maglia della Roma che preoccupano la giornalista di origini ebraiche. “Chissenefrega di quella banda di deficienti, questo antisemitismo stragista ha tutto un altro carattere”. Non dunque le celtiche o le svastiche sarebbero il volto più violento dell’antisemitismo in Europa, ma l’antisionismo, la negazione di un diritto all’esistenza per lo Stato di Israele. È un sentimento, racconta la Nirenstein, che affonda le sue radici nel Medio Oriente, in una larga parte della famiglia islamica, ma che è divenuto “un’ossessione per i politici e le istituzioni europee, il pane quotidiano delle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, una pioggia quotidiana di risoluzioni Onu contro Israele e mai contro l’Iran e l’Arabia Saudita”. Dura la denuncia della risoluzione Onu del novembre 2016 contro gli “insediamenti” israeliani, canto del cigno dell’amministrazione Obama che la Nirestein non esita a definire “un crimine” perché “ha dichiarato, con l’inaspettato supporto della delegazione americana, che Gerusalemme è territorio palestinese”. Continua a leggere »

Ebraico, italiano e… l’importanza di crescere poliglotti

Alessia Di Consiglio-Levi

“Succo איפה a boire?” Ovvero: “Dov’è il succo da bere”? Bisogna adattarsi a questi ed altri miscugli linguistici quando si cresce un bambino poliglotta. Gli olim in generale si dividono in due fazioni: quelli che “Siamo in Israele e si parla ebraico” e quelli che “A casa la nostra lingua, che tanto l’ebraico lo imparano fuori”. Io e mio marito non ci abbiamo nemmeno pensato più di tanto: era scontato, visto che tra di noi parliamo italiano, farlo anche con i nostri figli. Con la prima, E., che ora ha quasi quattro anni e che è rimasta a casa con me un annetto prima di andare al nido, è filato tutto liscio. Anche se ancora non mi spiego perché abbia l’accento milanese del padre e non quello romano mio avendo passato molto più tempo con me, per non parlare della “R” israeliana, nonostante i miei sforzi e l’impegno costante a farle ripetere scioglilingua come “trentatre trentini”, “sopra la panca” ecc..

Con la seconda, K., due anni appena compiuti, nido dai sei mesi con staff e bimbi francofoni, ancora non abbiamo capito in che lingua parla. Sicuramente capisce perfettamente l’italiano, e molti oggetti ce li indica col nome italiano, ma parlando di sé preferisce dire, אני (anì), e non “io”, oppure שלי (shelì) anzichè “mio”. Un grande passo avanti comunque, considerando che fino a pochi mesi fa mugugnava e basta.

Eh sì, ci vuole pazienza. I bambini bi o tri-lingui possono metterci di più a incominciare a parlare rispetto ai loro coetanei. Molti genitori si spaventano, la prendono come un ritardo, si scoraggiano e abbandonano la lingua meno usata. Peccato. Non parlo dei bambini che la seconda lingua la rifiutano, esistono anche quelli e lì c’è poco da fare, ma non è detto che non la recuperino da grandi. Non è vero, secondo Antonella Sorace, direttrice del Bilingualism Matters Center di Edimburgo, che per il cervello del bambino, al contrario di quanto accade per gli adulti, imparare due lingue parallelamente equivalga a uno sforzo e a uno stress che complicano il suo sviluppo. Per i bambini è un processo naturale come camminare. Nel lungo termine, questa “ginnastica” che fa il cervello a passare da una lingua all’altra, spesso si associa a un migliore livello di attenzione e di capacità di multitasking. E sebbene all’inizio il vocabolario di ciascuna lingua sembri essere più limitato, quello complessivo è più ampio. Più vantaggi che svantaggi quindi. Continua a leggere »

Talmud, la rivelazione permanente

Elena Loewenthal

C’è qualcosa di profondamente paradossale ma non meno congeniale all’ebraismo nel fatto che la tradizione d’Israele chiami «Torah orale» un immenso corpus di testi scritti. Questo suggestivo ossimoro porta con sé l’idea di una sorta di rivelazione permanente che comincia con la chiamata di Abramo – che in ebraico significa «Padre grande» -, prosegue con la dettatura della Legge su al Sinai, s’incammina nella storia del popolo d’Israele con i Profeti e gli Agiografi, e procede in una progressiva discesa ma anche diluizione dell’ispirazione divina che continua peraltro ad animare i detti dei rabbini e il loro inesauribile discutere intorno al testo sacro, cioè la Torah scritta – la Bibbia ebraica. La Torah she beal peh, «Torah che sta sulla bocca» è fondamentalmente il Talmud, parola ricavata dalla radice ebraica che – in nome di quella straordinaria didattica dello scambio che fa dire a un grande maestro: «Ho imparato soprattutto dai miei discepoli» – significa a un tempo «imparare» e «insegnare»: un immenso verbale di discussioni, commenti, divagazioni e interpretazioni della Bibbia, passo per passo.

Non fine a sé stesso, beninteso, bensì parte integrante di un continuo dialogare tra cielo e terra alla ricerca di quegli infiniti significati che la Bibbia contiene ma che non sono palesi. Giunto alla sua redazione finale intorno al VI secolo, il Talmud è composto da sei ordini e 63 trattati, per un totale di molte migliaia di pagine. Questo testo straordinario (di cui a dire il vero esistono due redazioni, una detta «di Gerusalemme» e una, quella canonica, che viene invece «da Babilonia» perché quello era allora il fulcro della cultura ebraica) è ben più di un dotto commento alla Legge divina, cioè alla Bibbia: è una vera e propria enciclopedia della vita, per quanto disordinata e difficilissima da esplorare, in cui il materiale si delinea – sempre disordinatamente – secondo due categorie: la halakhah, cioè l’insieme di regole, e la haggadah, cioè la narrazione. Continua a leggere »

Stazione di Baranovitch, di Shalom Aleichem

Elena Lattes 

A cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo nell’Europa orientale vi era una grande quantità di villaggi, gli shtetl, in cui ferveva un’intensa e variegata vita ebraica, spesso sconvolta e distrutta da feroci pogrom e che fu definitivamente inghiottita dal genocidio nazista. Di questo mondo, che è stato fonte di ispirazione per numerosi artisti tra i quali scrittori, pittori e cantanti, si ha un piccolo assaggio anche nel volumetto “Stazione di Baranovitch” di Shalom Aleichem pubblicato dalle Edizioni Dehoniane.

Tre brevi racconti estratti da una più ampia raccolta scritta in yiddish e uscita fra il 1913 e il 1914 dal titolo: “Storie ferroviarie. Racconti di un commesso viaggiatore” in cui l’io narrante è, si direbbe oggi, uno scrittore per caso, una persona a cui è capitato di incontrare una moltitudine di gente e di ascoltare le storie più disparate, così tante che ad un certo punto sente l’esigenza di trascriverne alcune, più per ingannare il tempo che non per una precisa e programmata volontà di trarne un mestiere: “Che cose straordinarie si vedono quando si è in viaggio! (…) Quando si è in viaggio, a tutti noi viaggiatori capita spesso di dover restare seduti tutto il giorno, senza avere assolutamente niente da fare, finché a volte ci viene addirittura voglia di battere il capo contro la parete.”. Così il protagonista prende un taccuino e comincia ad annotare.

La prima storia è ambientata in un vagone di terza classe affollato di pendolari e povera gente i quali vengono completamente assorbiti dal racconto di uno di loro “che non aveva trovato posto nella carrozza e che quindi si allungava sopra di noi, appoggiato alla parete divisoria (…) un uomo curvo, con un cappello di seta per il sabato in testa, una faccia rossa, piccola, con occhi che ridevano, senza denti davanti”.

Protagonista è un giovane oste che viene arrestato dalla polizia zarista. Per evitare che venga frustato e torturato i suoi concittadini architettano un piano per la sua fuga facendolo credere morto. Il malcapitato riesce a scamparla ma si rivelerà una maledizione per i suoi salvatori. Continua a leggere »

Golem di Praga: la leggenda del Ghetto ebraico

Il Golem di Praga è conosciuto in tutto il mondo. Nella capitale Ceca si riportano leggende che sono un mix tra mistica ebraica vera e magia, che caratterizzano Praga e tutta la Repubblica Ceca. Sappiamo che la mistica ebraica è famosa per le sue conoscenze molto particolari. Si dice addirittura che ben cinquecento anni fa, sia stato realizzato un essere vivente. Una ‘leggenda metropolitana, ma tutt’altro che banale. La storia del Golem fa parte della più antica tradizione cabalistica ebraica.

Accuse superstiziose: la creazione del Golem

La storia ci riporta a Praga, nell’anno 1580. Gli Ebrei che popolano la capitale Ceca sono vittime di più di un’accusa superstiziosa. Si vuole allontanarli e si cerca ogni pretesto per farlo con accuse false. Taddeo, uomo fanatico della religione e avverso ai giudei, fa il possibile per diffondere calunnie, per disfarsi degli ebrei.

Necessita una protezione‘ sentenzia il rabbino Jehuda Lőw ben Bezalel, conosciuto come Rabbi Lőw (1512-1609). Egli è il più maestoso e sapiente rappresentante della vita spirituale della comunità, teologo, rettore della Scuola Talmudica di Praga.

Non solo, si tratta di un grande cabalista, un famoso sapiente, che si può paragonare al biblico re Salomone, più tardi sarà nominato Rabbino Capo della città dall’imperatore Rodolfo II.

Lui solamente può parlare con l’Altissimo e ricevere la soluzione per la situazione creatasi. “Come fare per combattere tanta malvagità contro gli Ebrei?“, egli chiederà al Signore. Nel sogno Rabbi Lőw ricevette presto la seguente risposta ordinata alfabeticamente:

Ata Bra Golem Dewuk Hachomer W’tigzar Zedim Chewel Torfe Jisrael” , la cui traduzione italiana è: “Crea un Golem di argilla e annienta la malvagia canaglia divoratrice di Ebrei”. Continua a leggere »

Gli ebrei sovietici e la creazione della Storia

David Harris (*)

Trent’anni fa, il 6 dicembre 1987, più di 250mila persone manifestarono a Washington per chiedere al Cremlino di aprire le porte e lasciar emigrare gli ebrei sovietici. Da allora quel giorno è ricordato come “Freedom Sunday” (Domenica della Libertà), ed è stata la più grande manifestazione organizzata dagli ebrei nella storia degli Stati Uniti. Non fu una data scelta a caso. Il giorno successivo, il Presidente Sovietico Mikhail Gorbaciov, si sarebbe incontrato alla Casa Bianca con il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Sarebbe stata la prima visita ufficiale del Presidente Sovietico negli Stati Uniti da quando prese il potere nel 1985, dopo la morte di Konstantin Chernenko.

Nel 1987, il numero di ebrei che avevano il permesso di lasciare l’Urss era bassissimo. Molti ebrei sovietici rimanevano confinati nei Gulag per via del loro attivismo politico, mentre le famiglie refusnik rimanevano per anni in uno stato di incertezza, al di là della Cortina di Ferro. Fui nominato coordinatore nazionale di Freedom Sunday, un gran privilegio. Fu un’esperienza esilarante e stimolante, non bastano le parole per descriverla, ma ci furono mille difficoltà.

Innanzitutto, l’annuncio della visita di Gorbaciov fu dato con appena 5 settimane di preavviso. In quelle cinque settimane la nostra squadra lavorò 24 ore al giorno, sette giorni a settimana per coordinare la miriade di dettagli necessari a pianificare l’evento.

In secondo luogo, il precedente primato di partecipazione ebraica ad una manifestazione a Washington era di 12-13mila persone, stabilito durante la manifestazione di supporto ad Israele nel difficile momento della guerra del giugno 1967. Il numero dei partecipanti sarebbe potuto essere insignificante, visto anche che la nostra manifestazione si sarebbe svolta in pieno inverno. E se fossero arrivati in pochi, avremmo potuto addirittura danneggiare la causa degli ebrei sovietici, mostrando al Cremlino che la questione era di scarso interesse. Continua a leggere »