Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Nadia Cohen: «Piango ogni giorno pensando a lui. Eli è l’unico uomo che abbia amato»

Eli Cohen, l’eroe immortalato dalla serie Netflix The Spy, che ha consentito a Israele di anticipare le mosse del nemico siriano in un momento cruciale della storia, ha lasciato figli che non lo hanno conosciuto e una giovane moglie che, in cinquantacinque anni, non lo ha mai dimenticato. Un’intervista esclusiva

David Zebuloni – Bet Magazine Mosaico

A gettar luce su una storia a molti sconosciuta, è stata la serie tv The Spy, punta di diamante del colosso Netflix. Una storia che ha dell’incredibile: narra le vicende di Eli Cohen, una spia israeliana in Siria che è riuscita a stravolgere le sorti del Medioriente. Dopo essere stato scoperto e giustiziato, la moglie di Eli, Nadia Cohen, comincia la sua battaglia infinita contro le forze segrete israeliane e contro il nemico siriano, i primi accusati di negligenza e i secondi di crudeltà. Entrambi dunque ritenuti da lei responsabili di averle sottratto l’unico uomo che abbia mai amato.

La incontro nella sua casa ad Herzliya. Nadia mi aspetta seduta in salotto. La luce è spenta. Le domando se non desideri accenderla, lei mi risponde che preferisce il buio. Parla con una lucidità impressionante, ricordando eventi remoti che le provocano dolore come se li stesse vivendo per la prima volta. Quando racconta l’ultima missione di Eli in Siria, la voce si accende di rabbia. Una rabbia che non le dà pace, che la tormenta, così come la tormenta l’immagine di suo marito seduto su una panchina, gli occhi vuoti, pronto per essere impiccato. Ecco, la storia di Nadia è la storia di chi non ce l’ha fatta. Di chi non ha saputo superare il lutto e il dolore. Di chi ha preferito vivere tutta la sua vita nel buio.

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Rav Jonathan Sacks, la forza delle parole

Rav Michael Ascoli

“La scienza isola le cose per vedere come funzionano. La religione mette assieme le cose per vedere cosa significano […] La scienza spiega, la religione interpreta. La scienza analizza, la religione integra. La scienza scompone le cose in parti, la religione lega le persone insieme in un rapporto di fiducia. La scienza ci dice cosa è, la religione ci dice cosa dovrebbe essere”.

Così rav Jonathan Sacks si accinge ad affrontare uno dei temi che gli sono cari, il rapporto fra scienza e religione. A una prima lettura queste belle parole possono suonare retoriche, con una venatura apologetica, dette o scritte da chi è ormai affermato. Però man mano che si prosegue nella lettura delle sue opere, in questo campo o in uno dei molteplici altri che ha affrontato nella sua vita, ci si rende conto che questa impostazione segue invece con estrema coerenza la sua concezione del mondo e dell’ebraismo.

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Giovani ebrei Usa: Prima il mondo e poi Israele

I giovani elettori americani di religione ebraica hanno dichiarato di mettere in secondo piano la politica americana nei confronti di Israele e di premiare chi vuole contribuire alla costruzione di un mondo migliore.

Nelle ultime elezioni americane, come ogni volta accade prima del voto, c’è stata una grande corsa ad accaparrarsi il cosiddetto voto religioso. In particolare quello espresso dalla comunità ebraica che numerosa vive negli Stati Uniti. E i millennial ebrei non sono sfuggiti a questo meccanismo. Già perchè il loro voto si è prestato a una interessante riflessione di una giornalista ebrea, Mira Fox, che ha smontato lo stereotipo secondo cui la politica nei confronti di Israele abbia un peso determinante sull’elezione dell’inquilino della Casa Bianca.

Come la pensano i giovani ebrei americani?

Da un recente sondaggio, infatti, è emerso che solo il 5% degli ebrei americani considera questo tema prioritario ai fini del voto per la presidenza degli Stati Uniti. E i millennial rappresentano una percentuale ancora più bassa. Piuttosto, sembra che quello che sta più a cuore ai giovani ebrei americani siano quei valori universali che appartengono anche alla dimensione ebraica. Tra questi la costruzione di un mondo migliore.

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Chiedo scusa se parlo di Mary (e di casseforti)

Una storia di ebrei del lontano Sudan saltata fuori per uno scherzo del destino

Davide Silvera

Lo ammetto, notai Mary dal primo momento. Quando entrò per la prima volta in sala professori del liceo femminile religioso di Herzliya, e garbatamente si rivolse a me, chiedendomi di compilare l’autodichiarazione di buona salute del Covid-19. Una piccola e magra signora, sguardo vispo e voce piacevole, con il copricapo delle ebree ortodosse e gonna lunga. Tra i settanta e gli ottant’anni, avrei detto.

Ma cominciamo la storia dall’inizio. Facendo di lavoro la guida turistica, non appena Israele ha chiuso a marzo le frontiere ai turisti di tutto il mondo, mi sono ritrovato ad essere di nuovo disoccupato. Dico di nuovo perché in oltre 30 anni di lavoro ho conosciuto almeno due lunghi periodi di pausa forzata, che corrispondono alle due Intifade palestinesi, la prima nel 1987, la seconda nel 2000, di cui ricorre in questi giorni il ventesimo anniversario. Nei suddetti periodi fui costretto, come molti miei colleghi, a reinventarmi, facendo di tutto per sbarcare il lunario: dalla distibuzione di giornali agli abbonati (all’alba) all’inviato di quotidiani e settimanali italiani. 

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La “primogenitura” è una questione di sangue?

Parashà di Toledòt

Rav Scialom Bahbout

La lotta per il diritto alla primogenitura, che è centrale nella parashà di Toledot, attraversa tutta la Bibbia fin dalla nascita dei primi figli dell’uomo: Caino perde la primogenitura che di fatto viene acquisita da Shet  (terzo figlio di Adamo ed Eva), Ismaele primogenito di Abramo perde la sua posizione a favore di Isacco, Giacobbe compra la primogenitura da Esaù, Giuda e Levi saranno le tribù guida nella vita politica e religiosa (ai danni dei primogeniti Ruben e Giuseppe), Menashè viene sostituito da Efraim, Mosè e non Aronne sarà il capo politico, David – settimo figlio di Ishai – sarà il Re, Salomone e non Adonià figlio maggiore di David, erediterà il trono del padre ecc.

Fra tutti questi casi, desta scandalo quello della primogenitura carpita da Giacobbe, con una manovra poco limpida, perché acquisita sfruttando un momento di difficoltà di Esaù: l’acquisto della primogenitura comporterà il diritto all’eredità e alla  benedizione, la bekhorà בכרה diventa quindi berakhà ברכה, due parole composte dalle stesse lettere.

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L’eccentrica nonna Giuditta in cerca del cimitero perfetto, il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli

Francesca Nunberg

Devono essere i tempi che avvicinano libri apparentemente lontani, o magari le atmosfere, la capacità di vedere oltre le apparenze: qui c’è Giuditta, che ha deciso di scegliere il luogo più adatto per il suo eterno riposo, mentre in quel best-seller che è stato l’anno scorso “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin, c’era Violette che indossava l’estate sotto l’inverno e faceva la custode di un cimitero e che, andando ancora indietro, a sua volta ricordava Renée, la portinaia sciatta e sorprendente dell’“Eleganza del riccio” di Muriel Barbery, ed era il 2006. Ma qui siamo in Israele ed è tutta un’altra storia. Nonna Giuditta, dunque, che va in cerca del cimitero perfetto con il soprabito abbinato alle scarpe di vernice, è la protagonista di “Resta ancora un po’” (Giuntina, 280 pagine, 15 euro), il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli. Nata a Roma nel 1973, l’autrice si è trasferita in Israele nel 1992: sposata e con tre figli lavora come traduttrice e insegnante di italiano e questo è il suo esordio narrativo. 

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Il dossier Wallenberg, di Davide Amante

Elena Lattes 

Robert conosce Mira ad una cena nella villa di Joszef Balosh influente editore della rivista Magyar Szemble (nella realtà la rivista si chiamava Magyar Szemle). Lui è a capo della Legazione svedese, lei una giovane, affascinante e misteriosa ungherese. Tra i due ci sarà immediatamente un’attrazione irresistibile che sfocerà in una breve, ma intensa storia d’amore nonché in una collaborazione frenetica per riuscire a salvare il più alto numero possibile di ebrei dalle grinfie naziste.

Ispirato alla vera storia del diplomatico e Giusto fra le NazioniRaoul WallenbergDavide Amante, riprende le sue vicende, raccontate nel primo romanzo già recensito per questa testata: “Punto di fuga” in un nuovo e intrigante thriller, “Il dossier Wallenberg” (DMA Books).

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