Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Riccardo Di Segni: «Migrazione fuori controllo. Vittorio Emanuele III? Era meglio dove stava prima»

Il rabbino capo di Roma: «Temo nuove ondate d’intolleranza. Mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Devo rispondere due no»

Aldo Cazzullo

Rabbino Di Segni, lei da 17 anni è il capo religioso della più antica comunità ebraica della diaspora, quella di Roma. Com’era il ghetto quando lei era piccolo, subito dopo la guerra?
«Pieno di bambini. Papà era pediatra. Volevamo ricominciare, ma la ferita della Shoah era terribile. La razzia del 16 ottobre 1943 fu opera dei tedeschi. Ma poi furono gli italiani a far deportare altri mille ebrei».

I suoi come si salvarono?
«Molti si sentivano al sicuro dopo aver versato l’oro ai nazisti. Mio padre Mosè ebbe una perquisizione in casa. Chiamò da un telefono pubblico un amico giornalista che lo mise in allerta. Non tornò nel ghetto, scappò con mia madre Pina a Serripola, una frazione di Sanseverino Marche».

Anche sua madre era figlia di un rabbino.
«Nonno era il rabbino di Ruse, la città di Elias Canetti, sul Danubio. Fu salvato da re Boris, che disse a Hitler: gli ebrei bulgari non si toccano. Morì avvelenato, forse per mano nazista. Resistere, però, era possibile».

Cosa pensa del ritorno delle spoglie di Vittorio Emanuele III?
«Era meglio se rimaneva dove stava».

E della beatificazione di Pio XII?
«Ho studiato la sua storia, e devo ribadire un giudizio severo. Non fece nulla per impedire la deportazione. È vero che poi offrì rifugio a molti perseguitati».

Suo padre fu partigiano.
«Medaglia d’argento. Combatté la battaglia più dura il 24 marzo 1944, mentre suo cugino Armando veniva ucciso alle Fosse Ardeatine. Gli altri cugini sono morti ad Auschwitz. Mamma era nascosta in un granaio con mio fratello Elio e mia sorella Frida. Venne il rastrellamento fascista, il prete andò ad avvisare la banda di mio padre, che arrivò appena in tempo. I fascisti scapparono».

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Antisionismo. Licenza concessa al genocidio

“Siamo passati dall’ebreo fautore di guerra allo stato di Israele fautore di guerra. La logica intellettuale è sempre la stessa”. Parla lo storico Georges Bensoussan.

Francesco Berti

La diffusione dell’ideologia antisionista impone un continuo sforzo di riflessione volto a comprendere la natura di questo fenomeno e il suo rapporto con l’antisemitismo. Ne parliamo con uno studioso noto ai lettori del Foglio, Georges Bensoussan, storico di fama internazionale del sionismo e della Shoah, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e della Revue d’histoire de la Shoah, autore di decine di studi su questi temi. Il 13 e 14 novembre scorso, Bensoussan ha tenuto due conferenze a Padova. Il 13, a Palazzo Moroni, è intervenuto su “L’antisemitismo e l’antisionismo oggi”, evento curato dalla Fondazione Italia Israele, Cristiani per Israele e Comunità ebraica di Padova. Il giorno successivo, al Bo – sede dell’università – su “Le sionisme: de la mythologie à l’histoire”, conferenza organizzata dal Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

L’antisionismo sembra sempre più diffuso nella cultura politica contemporanea, in occidente come nei paesi musulmani. Dove affonda le sue radici questo atteggiamento così pregiudizialmente ostile verso il sionismo e verso Israele? “Per l’opinione corrente – risponde lo storico -, l’antisionismo è una ideologia originata nell’estrema sinistra e nel mondo arabo, che ha avuto una crescita notevole dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. Pochi sanno, però, che l’antisionismo ha radici molto più antiche, precedenti alla Seconda guerra mondiale, che risalgono alla fine del XIX secolo, e che hanno trovato la prima espressione nell’antisemitismo di una parte della chiesa cattolica e in quello di matrice razziale. E’ questo il periodo in cui si fa largo, come propaggine delle reazioni alla Rivoluzione francese, l’idea del complotto sionista, che viene a sovrapporsi a quella del complotto giudaico. Nel 1897, l’anno del primo congresso sionista tenutosi a Basilea, la Civiltà cattolica pubblicò un primo articolo antisionista. L’idea della restaurazione, per così dire, di uno stato ebraico, veniva percepita come una sorta di affronto verso il cattolicesimo: se la religione ebraica è una religione caduca, è inconcepibile che gli ebrei ritrovino la loro indipendenza politica nella terra di Israele. Per quanto riguarda l’estrema destra, che faceva dell’antisemitismo una questione razziale, essa lanciò, a partire dalla pubblicazione in Russia nel 1903 dei Protocolli dei Savi di Sion, una violenta campagna antisionista. Va notato che nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale, gli antisionisti presentarono il sionismo non tanto come il progetto di creare uno stato ebraico, quanto come quello di dar vita a una dominazione mondiale: lo stato ebraico sarebbe stato dunque unicamente un pretesto per conseguire questo fine. Pare significativo il fatto che nel 1924 i Protocolli siano stati tradotti in Germania col titolo di Protocolli sionisti. Tra le due guerre, gli antisionisti sostennero che il movimento sionista, grazie alla Dichiarazione di Balfour, stava creando un organo centralizzato di governo allo scopo di dominare il mondo. Questo tema si arricchì negli anni Venti e Trenta di nuovi elementi e in particolare si legò all’antibolscevismo, presentato come un’invenzione ebraica”. Ma quale fu il rapporto del nazismo, capace di elaborare la forma più radicale di antisemitismo, con il sionismo? “Il movimento nazista fu ossessionato dal sionismo fin dal suo sorgere, a partire naturalmente dal suo ideologo Alfred Rosenberg, il quale nel 1919 nel suo primo volume analizzò il sionismo. Rosenberg era un tedesco estone che aveva abbandonato la terra natia a causa della Rivoluzione russa. Quindi in Rosenberg l’antisionismo alimentato dai Protolli e l’antibolscevismo si saldarono in un’unica visione. Anche Hitler parlò del sionismo nel Mein Kampf, scrivendo che il sionismo chiarisce la vera natura del giudaismo, che è quella di una entità biologica, piuttosto che di una confessione religiosa. Inoltre affermò che l’obiettivo dei sionisti è solo in apparenza quello di creare uno stato ebraico, poiché il suo scopo è la sovversione mondiale e in particolare la distruzione della civiltà occidentale”. Continua a leggere »

Emma Treves, da Vogue a una rivoluzione con saggezza e ironia

Questa volta ho individuato l’eccellenza in Emma Treves, ex redattrice di moda di Vogue che ha scritto “Non adesso”, un romanzo autobiografico che riscatta senza rancore le sue ferite di moglie abbandonata dopo i sessanta anni da un marito che ha scelto una donna più giovane. 

Susanna Garavaglia

Ci sono ingredienti che aiutano ad affrontare i momenti difficili in occasione di crescita e di trasformazione: tra questi l’ironia e la leggerezza, quando si impastano con una folle saggezza o, forse, con una saggia follia. Ingredienti che non è semplice individuare al primo colpo d’occhio perché non vivono nell’apparenza, non si appiccicano alla personalità ma sono ben radicati nell’essenza e, in profondità, crescono, germogliano, fioriscono.

Incontro Emma Treves, sorridente e raffinata oversixty milanese, per molti anni redattrice di moda per Vogue, che ha inoltre  collaborato per le collezioni di borse di Trussardi e a lungo con la stilista Castellini. Mi piace molto parlare con lei, si muove nella vita con ironia, leggerezza, saggezza e follia, espressioni di una Energia del Femminile intrisa di ascolto, accoglienza e accudimento non solo verso gli altri ma soprattutto verso se stessa. Ha saputo infatti salvarsi svestendosi della anima ferita e appoggiandola in un posto dove tutti potessero vederla, asciugarla, metterla al riparo e imparare da lei a mettere in salvo la propria. Emma Treves l’ha fatto raccontando in un libro autobiografico intitolato “Non adesso”, la dolorosa vicenda del suo matrimonio terminato quando suo marito, dopo trenta anni di vita insieme, avendone lui sessantaquattro e lei sessanta, l’ha abbandonata da un momento all’altro per una donna più giovane. Il trauma maggiore e la spinta a scrivere il libro è stata la nascita di un bebè al maturo marito.
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Memoria, un’altra assenza che conta

Ok alla patente anti-estremisti. Shammah con l’assessore alla Cultura della Comunità ebraica Davide Romano che diserterà per protesta le celebrazioni del 27 gennaio

Paola D’Amico

Palazzo Marino contro l’escalation antisemita e neofascista. Lunedì il Consiglio comunale, presente il sindaco Beppe Sala, discuterà del corteo filopalestinese di piazza Cavour (il 9 dicembre, per otto volte, furono scandite in arabo minacce di morte jihadiste agli ebrei). Giovedì scorso è stato invece votato l’ordine del giorno che invita il sindaco «a non concedere spazi, patrocini, contribuiti di qualunque natura a coloro i quali non garantiscono di rispettare i valori della Costituzione, professando o praticando comportamenti fascisti» e a subordinare la concessione a una dichiarazione di antifascismo. La Lega è uscita dall’aula al momento del voto, tre consiglieri di FI non hanno partecipato. Strascichi delle polemiche di fine anno.

Intanto la tensione, fuori da Palazzo, non cala. Dopo l’annuncio dell’assessore alla Cultura della Comunità ebraica, Davide Romano, che ha deciso di disertare le celebrazioni per il Giorno della Memoria, è scesa in campo anche la regista Andrée Ruth Shammah la cui sorella, Colette, è stata testimone della pericolosa deriva della manifestazione «pro Palestina» di piazza Cavour. La scrittrice — è appena stato dato alle stampe «In compagnia della tua assenza» che racconta la storia della madre ebrea, profuga e fuggita da Aleppo prima, da Parigi poi — vive poco distante dalla centralissima piazza. «Stava rientrando a casa e quelle grida che inneggiavano all’odio contro gli ebrei l’hanno choccata. Tanto che ha nascosto la stella di David. E ora mi ha confidato che non la indosserà più, perché s’è vergognata del suo gesto», dice la regista: «Il Parenti ha sempre celebrato il Giorno della Memoria ma quest’anno non lo farà. Invece, prossimamente racconterò la storia dello Stato di Israele. Perché in questa confusione di antisionismo e antisemitismo bisogna ripartire dai fatti, dalla storia. Per fortuna c’è Israele a difenderci — aggiunge —. Li si rifugiano gli ebrei che, a Parigi, vengono invitati a non indossare la kippah, il copricapo. Il Giorno della Memoria non deve diventare un alibi per non dire cosa sta accadendo. C’erano molti italiani quella sera in piazza Cavour. Come non essere spaventati?».

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_12/milano-stop-raduni-neofascisti-fe29212a-f76a-11e7-8658-d0b955e4d0a9.shtml

No alla Memoria degli ebrei morti se si minacciano quelli vivi

Milano. Memoria, Davide Romano strappa: «Diserterò le celebrazioni. Un segnale contro l’odio»L’assessore alla Cultura della Comunità ebraica, Davide Romano: cortei e slogan inquietanti. Il 9 dicembre in piazza Cavour è stato scandito il grido «Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!» durante un corteo filopalestinese.

Paola D’Amico

Disertare le celebrazioni per la giornata della Memoria. È il proposito di Davide Romano, assessore alla Cultura della Comunità ebraica milanese. Alla messa a punto di quel calendario lavora da tempo. Ma mentre si avvicina la data centrale degli appuntamenti, il 27 gennaio, cresce la sua determinazione: «Molti la leggeranno come una provocazione. E vuole esserlo. So anche che il rischio è alimentare le polemiche — dice Romano —. Ma mi dicano che senso ha celebrare una giornata in cui si ricorda il passato se non si guarda al presente».

L’eco della deriva presa dalla manifestazione pro Palestina, in un sabato di dicembre nel centro di Milano, non s’è spento. Per otto volte in piazza San Babila, il 9 dicembre scorso, venne scandito in arabo il motto dei jihadisti: «Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà». Un fatto già condannato dal sindaco Beppe Sala e oggetto di una denuncia. Anche se non scattato nell’ immediato — è stato necessario tradurre le urla gridate dalla piazza — l’allarme della Comunità ebraica è stato forte. È stato infatti chiesto che agli organizzatori di quel raduno non siano mai più concessi spazi pubblici. Non bastano condanne verbali degli slogan antisemiti.

«Dopo un attacco del genere, la giornata della Memoria di quest’anno non è più un ricordo come è sempre stato. Ciò che è accaduto getta una luce molto diversa, molto più inquietante. C’è sicuramente anche il pericolo di un neofascismo che ritorna, ma quelle urla jihadiste sono qualcosa di più. Riportano a quanto è accaduto in Francia dove — aggiunge l’esponente della Comunità — già nel 2000 cominciarono le contestazioni violente contro Israele, poi contro gli ebrei. E, poi, sono seguite le stragi di Tolosa,di Parigi, di Nizza. Ormai antisemitismo e antisionismo sono un tutt’uno».

Ci sono state le parole del sindaco. E anche il capogruppo della Lega Nord, Alessandro Morelli, ha raccolto l’appello della Comunità e, il 5 gennaio scorso, ha presentato una mozione urgente di condanna in cui si chiede alla giunta che si impegni «a chiudere ogni tipo di rapporto con associazioni, enti o singoli che abbiano contravvenuto alle leggi nazionali, alle norme e alle delibere locali». Continua a leggere »

Antisemitismo islamico. In Germania a rischio espulsione

In Germania la Cdu-Csu prepara una legge contro chi non tollera gli ebrei. Comprese le popstar che invitano a non comprare i prodotti di Israele.

Carlo Nicolato

Senza tregua contro l’odio, che sia quello sui social o quello per strada contro chi indossa la kippah, Berlino ha deciso che i seminatori di rancore vanno arginati, puniti, allontanati. Dopo la discussa legge che regola i post online dovrebbe infatti arrivare a settimane quella che castiga l’antisemitismo, specie quello dei nuovi arrivati, degli immigrati musulmani che rischiano l’espulsione immediata.

Il testo della mozione

«Chi respinge la vita ebraica in Germania o mette in dubbio il diritto all’esistenza di Israele non può avere un posto nel nostro Paese», dice testualmente la bozza della mozione che sarà presentata al Bundestag dai conservatori al governo, cioè Ude e Csu insieme, proprio in occasione del Giorno della Memoria, cioè il prossimo 27 di gennaio.

Si tratterebbe di un’integrazione alla legge tedesca sul permesso di soggiorno varata nel 2016, che prevede già l’espulsione per chi trasgredisce la legge, ma che molte volte va a cozzare con il diritto al ricongiungimento familiare o con quelli acquisiti per via della minore età dell’immigrato al momento del suo arrivo.

La mozione di Cdu e Csu aggiungerà al concetto generico di rispetto per la convivenza pacifica quello di rispetto integrale di parti specifiche della popolazione, nel caso gli ebrei, e renderà più facili le eventuali espulsioni dei trasgressori.

Le proteste a Berlino

Una misura che certamente non arriva per caso, ma è la diretta conseguenza delle vergognose proteste contro lo Stato israeliano a Berlino il mese scorso, scatenate dalla decisione del presidente Donald Trump di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. I manifestanti, quasi tutti immigrati, bruciarono indisturbati per le strade della capitale tedesca le bandiere israeliane, scandendo slogan antisemiti in un Paese che ancora porta le cicatrici e gli indelebili sensi di colpa per l’Olocausto. Continua a leggere »

Leggere Freud a Mea Shearim

Gabriele Cavaglion

Lentamente, il mondo ultra ortodosso, Haredi, si trasforma e si evolve nella società israeliana. Con ultra ortodosso faccio riferimento alla comunità Hassidica o agli oppositori di scuole talmudiche Lituane (Mitnagdim, Litaim), nonché a vari gruppi ortodossi sefarditi. A mio avviso il termine ultra è inappropriato poiché gli ultra ortodossi non sono necessariamente più osservanti degli ortodossi moderni.  La differenza tra i due gruppi si accentuò con la nascita dello Stato di Israele, che  portò a una frattura tra gruppi ortodossi moderni e sionisti più aperti al mondo circostante e  gruppi chiusi in enclavi territoriali, come ad esempio Benè Berak o Me’a Shearim a nord di Gerusalemme, e più ostili alla modernizzazione della società che li circonda. La loro kippà, il cappello nero, e il loro modo di vestire, camicia bianca e veste nera, costituiscono un primo elemento di distinzione, che appare a molti come arcaico. Inoltre, esiste un grande divario nel loro sistema educativo, che mette in primo piano lo studio religioso e la loro attitudine in genere negativa verso le istituzioni dello Stato Laico. Non sono mai mancati scontri fra il mondo laico e il mondo Haredi, ultimo in ordine cronologico quello riguardante il servizio di leva obbligatorio, e i pessimisti vedono oggi due mondi che si allontanano sempre di più. Da qui l’espressione scontro di culture.

Negli ultimi due decenni, per svariati motivi economici, parte del mondo Haredi si è avvicinato con molta cautela ad alcune attività del mondo laico,  fino ad allora viste come una minaccia per la pura osservanza e l’integrità di una comunità rigida, guardinga e appartata.  Secondo varie ricerche il 30% dei poveri del  paese è costituito da questa popolazione. Tra le ragioni di questo dato vi è il fatto che considerino come proprio fulcro lo studio religioso, biblico e talmudico, dall’asilo nido (heder) al seminario per adulti sposati (kolel), respingendo di solito  tutto quello che riguarda lo studio laico, come la matematica o l’inglese. Questi ultimi sono  studi cardinali (limude’ libba’) nel curriculum scolastico statale, che li avrebbero preparati a sbocchi professionali diversi da quelli pertinenti al loro mondo (maestri, rabbini, circoncisori, cantori, scrivani ecc.).

Da un profondo disagio di natura economica che vede la luce nei primi novanta, nasce la ricerca di nuovi sbocchi occupazionali sia per le donne (non solo maestre) che per gli uomini, che cercano alternative lavorative da affiancare allo studio religioso. Nel 2015 si contano 12 mila studenti Heredim, con affluenza maggiore nei collegi accademici (80%) rispetto alle università. Il 60% è composto da donne. Nello stesso anno l’80% degli Haredim laureati ha ottenuto una posizione lavorativa adeguata al proprio titolo, rispetto al 90% dei laici. Tuttavia, soltanto il 50% dei non laureati trova un’occupazione, in confronto all’85% dei laici non laureati. Continua a leggere »