Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Stazione di Baranovitch, di Shalom Aleichem

Elena Lattes 

A cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo nell’Europa orientale vi era una grande quantità di villaggi, gli shtetl, in cui ferveva un’intensa e variegata vita ebraica, spesso sconvolta e distrutta da feroci pogrom e che fu definitivamente inghiottita dal genocidio nazista. Di questo mondo, che è stato fonte di ispirazione per numerosi artisti tra i quali scrittori, pittori e cantanti, si ha un piccolo assaggio anche nel volumetto “Stazione di Baranovitch” di Shalom Aleichem pubblicato dalle Edizioni Dehoniane.

Tre brevi racconti estratti da una più ampia raccolta scritta in yiddish e uscita fra il 1913 e il 1914 dal titolo: “Storie ferroviarie. Racconti di un commesso viaggiatore” in cui l’io narrante è, si direbbe oggi, uno scrittore per caso, una persona a cui è capitato di incontrare una moltitudine di gente e di ascoltare le storie più disparate, così tante che ad un certo punto sente l’esigenza di trascriverne alcune, più per ingannare il tempo che non per una precisa e programmata volontà di trarne un mestiere: “Che cose straordinarie si vedono quando si è in viaggio! (…) Quando si è in viaggio, a tutti noi viaggiatori capita spesso di dover restare seduti tutto il giorno, senza avere assolutamente niente da fare, finché a volte ci viene addirittura voglia di battere il capo contro la parete.”. Così il protagonista prende un taccuino e comincia ad annotare.

La prima storia è ambientata in un vagone di terza classe affollato di pendolari e povera gente i quali vengono completamente assorbiti dal racconto di uno di loro “che non aveva trovato posto nella carrozza e che quindi si allungava sopra di noi, appoggiato alla parete divisoria (…) un uomo curvo, con un cappello di seta per il sabato in testa, una faccia rossa, piccola, con occhi che ridevano, senza denti davanti”.

Protagonista è un giovane oste che viene arrestato dalla polizia zarista. Per evitare che venga frustato e torturato i suoi concittadini architettano un piano per la sua fuga facendolo credere morto. Il malcapitato riesce a scamparla ma si rivelerà una maledizione per i suoi salvatori. Continua a leggere »

Golem di Praga: la leggenda del Ghetto ebraico

Il Golem di Praga è conosciuto in tutto il mondo. Nella capitale Ceca si riportano leggende che sono un mix tra mistica ebraica vera e magia, che caratterizzano Praga e tutta la Repubblica Ceca. Sappiamo che la mistica ebraica è famosa per le sue conoscenze molto particolari. Si dice addirittura che ben cinquecento anni fa, sia stato realizzato un essere vivente. Una ‘leggenda metropolitana, ma tutt’altro che banale. La storia del Golem fa parte della più antica tradizione cabalistica ebraica.

Accuse superstiziose: la creazione del Golem

La storia ci riporta a Praga, nell’anno 1580. Gli Ebrei che popolano la capitale Ceca sono vittime di più di un’accusa superstiziosa. Si vuole allontanarli e si cerca ogni pretesto per farlo con accuse false. Taddeo, uomo fanatico della religione e avverso ai giudei, fa il possibile per diffondere calunnie, per disfarsi degli ebrei.

Necessita una protezione‘ sentenzia il rabbino Jehuda Lőw ben Bezalel, conosciuto come Rabbi Lőw (1512-1609). Egli è il più maestoso e sapiente rappresentante della vita spirituale della comunità, teologo, rettore della Scuola Talmudica di Praga.

Non solo, si tratta di un grande cabalista, un famoso sapiente, che si può paragonare al biblico re Salomone, più tardi sarà nominato Rabbino Capo della città dall’imperatore Rodolfo II.

Lui solamente può parlare con l’Altissimo e ricevere la soluzione per la situazione creatasi. “Come fare per combattere tanta malvagità contro gli Ebrei?“, egli chiederà al Signore. Nel sogno Rabbi Lőw ricevette presto la seguente risposta ordinata alfabeticamente:

Ata Bra Golem Dewuk Hachomer W’tigzar Zedim Chewel Torfe Jisrael” , la cui traduzione italiana è: “Crea un Golem di argilla e annienta la malvagia canaglia divoratrice di Ebrei”. Continua a leggere »

Gli ebrei sovietici e la creazione della Storia

David Harris (*)

Trent’anni fa, il 6 dicembre 1987, più di 250mila persone manifestarono a Washington per chiedere al Cremlino di aprire le porte e lasciar emigrare gli ebrei sovietici. Da allora quel giorno è ricordato come “Freedom Sunday” (Domenica della Libertà), ed è stata la più grande manifestazione organizzata dagli ebrei nella storia degli Stati Uniti. Non fu una data scelta a caso. Il giorno successivo, il Presidente Sovietico Mikhail Gorbaciov, si sarebbe incontrato alla Casa Bianca con il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Sarebbe stata la prima visita ufficiale del Presidente Sovietico negli Stati Uniti da quando prese il potere nel 1985, dopo la morte di Konstantin Chernenko.

Nel 1987, il numero di ebrei che avevano il permesso di lasciare l’Urss era bassissimo. Molti ebrei sovietici rimanevano confinati nei Gulag per via del loro attivismo politico, mentre le famiglie refusnik rimanevano per anni in uno stato di incertezza, al di là della Cortina di Ferro. Fui nominato coordinatore nazionale di Freedom Sunday, un gran privilegio. Fu un’esperienza esilarante e stimolante, non bastano le parole per descriverla, ma ci furono mille difficoltà.

Innanzitutto, l’annuncio della visita di Gorbaciov fu dato con appena 5 settimane di preavviso. In quelle cinque settimane la nostra squadra lavorò 24 ore al giorno, sette giorni a settimana per coordinare la miriade di dettagli necessari a pianificare l’evento.

In secondo luogo, il precedente primato di partecipazione ebraica ad una manifestazione a Washington era di 12-13mila persone, stabilito durante la manifestazione di supporto ad Israele nel difficile momento della guerra del giugno 1967. Il numero dei partecipanti sarebbe potuto essere insignificante, visto anche che la nostra manifestazione si sarebbe svolta in pieno inverno. E se fossero arrivati in pochi, avremmo potuto addirittura danneggiare la causa degli ebrei sovietici, mostrando al Cremlino che la questione era di scarso interesse. Continua a leggere »

Un grande lavoro di squadra per la traduzione integrale del Talmud

Manuel Orazi

Le grandi opere non sono solo di cemento, ma possono essere anche d’inchiostro. E l’inchiostro è scorso a fiumi per comporre il Talmud, il cuore della tradizione orale dell’ebraismo. Non è facile definire il Talmud, che in ebraico significa studio, ed è un corpus di commenti biblici accumulati lungo i millenni da rabbini dalle estrazioni più diverse, a partire da Babilonia. Oggi questo gigantesco zibaldone del popolo ebraico viene tradotto integralmente grazie a un progetto organico frutto della collaborazione fra la presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Ucei, il Miur e il Cnr che ha costituito un software apposito, “Traduco”, in grado di mettere in comune tutte le scelte traduttologiche ed è dunque anche il frutto di una sperimentazione computazionale dell’Istituto di linguistica computazionale del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa.

Come in ogni grande opera, infatti, il personale coinvolto è poderoso, circa settanta traduttori, oltre alle decine di studiosi coinvolti, anche cattolici come Alberto Melloni, ai revisori editoriali e agli informatici tutti diretti da Clelia Piperno e presieduti dal rabbino capo Riccardo Di Segni in sinergia col ministero dell’Università e della Ricerca. La sua natura composita e frammentaria ha influenzato generazioni di intellettuali, non solo gli specialisti di ebraismo come Gershom Scholem, che ha pescato a piene mani nel vasto mare talmudico per costruire la sua poderosa ricostruzione La Kabbalah e il suo simbolismo, l’opera più mistica e magica dove si trova ad esempio anche la leggenda del Golem. Continua a leggere »

Gerusalemme e la centralità ebraica

Riccardo Di Segni

Caro Direttore, martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana. La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. Continua a leggere »

L’Establishment

L’Establishment (E/O edizioni 2017, traduzione di Silvia Castoldi) di Howard Fast. Continuano le avventure di Barbara Lavette, personaggio nato dalla penna dello scrittore americano e protagonista di Il vento di San Francisco e di Seconda Generazione. In Establishment, terzo capitolo della trilogia fastiana ci sono le avventure della famiglia americana Lavette-Cohen, diventata molto popolare nella letteratura USA e pronta a radicarsi ben bene anche nel nostro panorama letterario.

Viviana Filippini

Siamo a San Francisco, nel 1948, nel periodo noto come Maccartismo, e Barbara Lavette, giornalista e scrittrice, vive con il marito Bernie Cohen, ebreo di modeste origini, che ha in gestione un’officina. Il loro matrimonio, all’apparenza perfetto, comincia a mostrare qualche segno di cedimento e Bernie per uscire dalla monotonia del lavoro e da una relazione coniugale dove l’amore c’è, ma ha bisogno di essere rinvigorito, accetta la proposta che gli fa un vecchio compagno d’armi. Bernie dovrà contrabbandare una serie di residuati bellici della ii Guerra mondiale dagli Stati Uniti d’America a Tel Aviv. Il committente è il nascente Stato di Israele. La missione è molto pericolosa, ma per Bernie è importante, anche se lui ama Barbara e non vuole farla preoccupare, però l’impresa gli permetterà di mettersi alla prova per dimostrare il suo coraggio e impegno e poi, lui che è di origine ebraica, sarà operativo per una patria – Israele – che uno Stato vero e proprio non lo aveva mai avuto.

La protagonista teme per la vita del marito che già aveva rischiato la pelle durante la Guerra Civile spagnola e la II Guerra Mondiale, ma non riuscirà ad impedirgli di mettersi al lavoro. La situazione, però, si complica ancora di più quando Barbara Seldon Lavette Cohen (questo il nome per esteso) riceverà un mandato di comparizione davanti alla commissione che sta cercando tutti i filocomunisti. Il pezzo di carta scatenerà preoccupazione e panico, perché la giornalista e scrittrice di successo, non è comunista, non è un’attivista e nemmeno un’antiamericana. Quindi perché dovrebbe comparire davanti alla temuta commissione voluta dal senatore MacCarthy, impegnata nella spasmodica ricerca delle streghe, ossia di tutti coloro di essere sospettati di vicini al comunismo o di aver usato film e libri per fare propaganda? Continua a leggere »

Una cospirazione antisemita su “la fine dei Romanov” sconvolge la comunità ebraica russa

Due nuove investigazioni in corso a Mosca sull’uccisione dei membri della deposta famiglia imperiale russa ai primi del ‘900 sconvolgono la comunità ebraica per la diffusione di una teoria che accosterebbe l’evento a ragioni rituali e alla cosiddetta “accusa del sangue”. All’alba del 17 luglio del 1918, ormai un secolo fa, un gruppo di bolscevichi giustiziava ad Ekaterinburg lo zar Nicola II e la sua famiglia. Secondo alcuni studiosi, le cui posizioni trovano sponda in una parte della comunità ortodossa russa, sullo sfondo della vicenda di potere si sarebbe perpetrato un vero e proprio omicidio rituale.

Questa è una delle conclusioni cui potrebbe giungere una commissione d’inchiesta voluta dal Cremlino, composta da studiosi laici e da componenti della chiesa, per fare luce sull’episodio controverso che sancì la fine dei Romanov.

In occasione del centenario dalla morte dell’ultimo zar di Russia, che sarà celebrato nel 2018, il comitato di inchiesta sul caso ha istituito una commissione speciale per indagare sulla teoria dell’omicidio rituale, che è anche oggetto di approfondimento da parte di un comitato voluto dal patriarcato ortodosso. La vicenda è così controversa che una parte dei patriarchi disconoscerebbe finanche l’autenticità delle spoglie dei Romanov, rinvenute nel 1991 e nel 2007.

Come riportato dal The Moscow Times, la comunità ebraica protesta con forza poiché il tentativo di ricondurre l’omicidio a ragioni rituali avrebbe un chiara matrice antisemita, evidenziando un sentimento sempre più diffuso nella comunità ortodossa.

L’espressione “accusa del sangue” è, infatti, riconducibile alla teoria antisemita sull’uccisione di bambini cristiani da parte degli ebrei per berne il sangue. Continua a leggere »