Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Gli ebrei non ebrei nemici di Israele

Non ci piace il termine “non ebrei” applicato agli ebrei odiatori di sé, e non ci piacciono le liste, ma pubblichiamo lo stesso. (Kolot)

Niram Ferretti

Noam Chomsky

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella “Questione ebraica” del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo.

Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà solo e pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, “L’ebreo non ebreo”, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

“La religione? Sono un ateo. Il nazionalismo ebraico? Sono un internazionalista. In nessuno di questi due sensi sono un ebreo. Sono tuttavia un ebreo per la forza della mia incondizionata solidarietà nei confronti dei perseguitati e degli sterminati”.

Il nuovo dogma chiede adesione piena all’incondizionato. Se Dio non c’è, può esserci solo l’umanità, soprattutto quella oppressa, questo surrogato mistico a cui votarsi con ardore liberatorio.

Il Mondo Nuovo è quello in cui ogni identità specifica sarà dissolta nell’unità solidale, disalienata. Come non pensare a Lev Bronstein, più noto come Leon Trotzky, l’araldo della rivoluzione permanente? Fu a lui, quando era a capo dell’Armata Rossa, che il rabbino capo di Mosca, Jacob Mazeh, chiese di proteggere gli ebrei dai pogrom. La risposta di Trotzky fu esemplare, “Perché lo dici a me? Non sono ebreo”.

Non si è ebrei quando alla nascita dai genitori si è anteposta la nuova natalità rivoluzionaria che cancella ogni anagrafe e biografia e riplasma in nome dell’Idea. Continua a leggere »

L’atavico antiamericanismo europeo va di pari passo con l’antisemitismo

Perché l’Europa odia l’America. Un libro di Andrei Markovits

Antonio Donno

Sono scettico sulla tradizione politica europea. Ed io, e molti altri, siamo ancor più scettici sulla realtà dell’Unione europea. La consideriamo come un elemento di divisione dell’occidente, e, invero, della stessa civilizzazione ‘europea’; implicitamente, e spesso esplicitamente, antiamericana; e oggi, e ancor peggio in futuro, un incubo (immensamente corrotto) basato sulla burocrazia e sulla regolamentazione; contraria alla tradizione fondata su leggee-libertà”, cioè la tradizione liberale della sfera angloamericana. Così scriveva Robert Conquest, insigne sovietologo, sulla New York Review ofBooks dell’ll marzo 2000. E l’ultimo libro di Andrei S. Markovits, Uncouth Nation: Why Eurape Dislikes America (Princeton University Press) conferma la valutazione di Conquest. In più, fu Hannah Arendt, nel 1954, a definire l’antiamericanismo europeo come costituivo della stessa identità europea. Il “nuovo mondo” aveva finito per soverchiare il “vecchio mondo” e così l’antiamericanismo, scriveva Arendt, aveva finito per divenire un nuovo ism, fondato sull’invidia, nel vocabolario europeo. Markovits condivide la vecchia, insuperata analisi della Arendt e finisce con l’affermare che “l’avversione verso l’America è divenuta oggi più grande, più volgare, più determinata. E’ divenuto il dato unificante gli europei occidentali più di ogni altro sentimento politico, ad eccezione della comune ostilità verso Israele”.

L’antiamericanismo è divenuto la “lingua franca” degli europei; tanto più dopo l’impegno americano, ai tempi di Bush, nel medio oriente. Ma la cosa più sorprendente, e per certi versi ancor più oscena, è che l’antiamericanismo europeo ha avuto un salto di qualità dopo 1’11 settembre, prima ancora delle decisioni di Bush di intervenire per abbattere il regime di Saddam Hussein. Insomma, in quella circostanza, nonostante l’evidenza dell’estrema gravità dei fatti accaduti, l’antiamericanismo degli europei ha avuto una valvola di sfogo in un atteggiamento, consapevole ma più spesso inconsapevole, di soddisfazione per ciò che era accaduto a “Mr. Big”. Ma l’antiamericanismo, secondo l’analisi di Markovits, ma anche di una lunga tradizione di studi sull’argomento, ha le sue radici nel momento stesso in cui la rivoluzione americana aveva dato vita a una nuova nazione e questa nuova nazione aveva mosso i primi audaci – e perciò irritanti per gli europei – passi nel sistema politico internazionale di impianto eurocentrico. Un’audacia offensiva per gli europei che aveva lasciato un lungo strascico di insofferenza, dispetto e perfino odio negli europei verso gli americani, un popolo rozzo, ignorante, presuntuoso, insopportabile. Continua a leggere »

«Italiani brava gente? No, consegnarono gli ebrei alle SS»

La dura riflessione di rav Caro, che non ha risparmiato la Chiesa

Laura Guerra

Ferrara, 29 gennaio 2017 – Il giorno della memoria ricorda le vittime dell’Olocausto alle quali tutta l’Italia affianca anche il ricordo dei tanti che, nel silenzio, a rischio della vita hanno nascosto ed aiutato perseguitati e deportati, un numero sconosciuto di italiani dei quali solo una piccola parte è stata riconosciuta tra i giusti di Yad Vashem per via del lungo processo documentale che richiede anche la testimonianza di almeno 3 salvati viventi. Ieri, lo scossone del rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara, rav Luciano Meir Caro. «Siamo abituati a dire ‘italiani brava gente’. Non è vero – ha detto il rabbino a Cento durante la presentazione del libro Il Cimitero ebraico di Cento negli epitaffi e nei registri delle Confraternite –. Oltre il 90% degli ebrei deportati dall’Italia devono la loro soppressione agli italiani che li hanno denunciati e mandati nei campi di concentramento.

Bisogna rendersi conto di cosa è successo, soprattutto ora che stanno scomparendo anche i pochissimi testimoni. Chi è sopravvissuto, come me, lo deve a un cittadino italiano che l’ha protetto ma, per chi è stato deportato, il lavoro sporco è stato fatto da italiani e con molto entusiasmo. Chi denunciava riscuoteva una taglia. Mio padre finì ad Auschwitz dopo una spiata a scopo di lucro. Nella grande civiltà italiana gli ebrei non credevano sarebbe potuto succedere, anche per la presenza del Papa». Parole pesanti, soprattutto per i tanti che conoscono le storie più o meno note di chi ha cercato di salvare queste persone e che, per mancanza di testimonianza dei sopravvissuti, non figura tra i giusti. «Ci sono stati eroi che hanno salvato il salvabile – ha continuato rav Caro – ma il lavoro sporco della persecuzione in Italia l’hanno fatta gli italiani, su ordine dei tedeschi e molto volentieri.

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Celebrare la memoria oggi è stare con Georges Bensoussan

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

George Bensoussan

Cari Amici, quest’anno avevo deciso di non occuparmi della “Giornata della memoria”, che mi sembra diventato ormai un’occasione di rimozione e non di memoria, in cui hanno la parola tutti i “benaltristi” coloro che vogliono ricordare anche il genocidio degli Armeni (il che è certamente giusto, io personalmente ho curato un libro su questo terribile crimine: http://guerini.it/index.php/il-genocidio-infinito.html ), ma anche la distruzione degli indiani d’America, il trattamento degli animali nei macelli, e mille altre cause più o meno giuste – compresa quella ingiusta e insensata, che vorrebbe associare al ricordo della Shoah il fallimeto degli arabi di completarla sterminando tutti gli ebrei di Israele, come si proponevano nel ‘47-’49 e ancora dicono di proporsi (quando parlano in arabo).

Loro chiamano Nakbah, cioè “disastro” questo fallito genocidio con la conseguente sopravvivenza di Israele contro l’assedio degli eserciti di tutto il mondo arabo.
C’è più d’uno che nelle celebrazioni televisive e nelle cerimonie ufficiali ha la faccia tosta di sostenere questo accostamento, cui manca solo il lutto per la triste sorte dei dirigenti nazisti, chi suicida nel bunker, chi impiccato a Norimberga, chi a Gerusalemme.
Ma forse la follia criminale di chi sostiene queste cose non è neanche la colpa principale della giornata, che in fondo ha perso individualità fin dal suo stabilimento in Italia, quando per volontà o passività di Furio Colombo, che promosse la legge, quella che a livello internazionale si chiama esattamente “International Holocaust Remembrance Day” cioè giornata della memoria dell’”Olocausto” o come si dice oggi molto meglio, della Shoah (https://en.wikipedia.org/wiki/International_Holocaust_Remembrance_Day ), è diventata “Giornata della memoria” e basta (https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_Memoria ), cioè potenzialmente del ricordo di qualunque cosa.

Certamente l’intenzione non era quella, ma il risultato è stata un’ambiguità che oggi è ampiamente praticata. Il peccato peggiore, dicevo, è un altro: è la perdita del senso storico di quel che è accaduto in Europa fra il 1938 (data della “notte dei cristalli”, inizio degli omicidi di massa in Germania ma anche data delle leggi razziste in Italia) e il 1945. Lo Shoah in questi sette anni non “avvenne” spontaneamente” e neppure fu condotta dalla “mente di un pazzo” o dalla “banalità del male” dei burocrati tedeschi, due tesi convergenti sostenute dagli ipocriti, Hannah Arendt in testa ma con infiniti seguaci), ma invece “fu attuata” da masse di milioni di “volonterosi carnefici” ( http://www.librimondadori.it/libri/i-volenterosi-carnefici-di-hitler-daniel-jonah-goldhagen ) in tutt’Europa, Italia compresa.

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Israele e quell’odio antico che può diventare religione

È preoccupante che la comunità internazionale divisa su tutto si unisca per attaccare tramite l’Onu lo Stato ebraico come se fosse l’unico nemico della pace.

Bernard-Henri Lévy

Sono un indefettibile sostenitore della soluzione, in Medio Oriente, dei due Stati. E continuo a pensare che tale soluzione, per quanto debole, trascurata dagli uni e rifiutata dagli altri, sia l’unica che, a termine, consentirà a Israele di continuare ad essere lo Stato degli ebrei voluto dai suoi pionieri e al tempo stesso la democrazia esemplare di cui settant’anni di guerra aperta o larvata non hanno scalfito né lo spirito né le istituzioni. Sono stato tuttavia profondamente colpito dalla confusione che si è creata, a Natale, sul voto dell’ormai famosa Risoluzione 2334 che esige la «cessazione immediata» della «colonizzazione» nei territori palestinesi occupati. Innanzitutto c’è il luogo: l’assemblea dell’Onu che da decenni continua a condannare, demonizzare, ostracizzare Israele e che rappresenta uno degli ultimi luoghi al mondo dove si possa sperare, su questo problema come su altri, sia presa una posizione equilibrata o coraggiosa. C’era lo spettacolo di quelle quindici mani incapaci di alzarsi, appena qualche giorno prima, per fermare il massacro ad Aleppo: che ora si manifestino di nuovo, per fare del piccolo Israele il Paese che più ostacola la pace in questo momento, che credano di poter ritrovare, fra gli applausi dei presenti, parte del loro onore perduto e di riconsolidare così, a discapito dello Stato ebraico, una comunità internazionale frantumata e spettrale è lamentevole e al tempo stesso agghiacciante.

C’era il penoso testo della Risoluzione che — malgrado la frase che condanna «tutti gli atti di violenza contro i civili, fra cui gli atti terroristici» (questo «fra cui gli atti terroristici» lascia perplessi: ci si chiede quali possano essere gli altri «atti di violenza» messi quindi sullo stesso piano degli «atti terroristici») — faceva degli israeliani i responsabili principali, per non dire unici, del blocco del processo per la pace: e la testardaggine palestinese? L’ambiguo linguaggio del governo di Ramallah? Gli alberi di Natale su cui, in certi quartieri della Gerusalemme araba, sono state appese, come fossero ghirlande, foto di «martiri» morti «in combattimento», cioè nel tentativo di pugnalare civili israeliani? Nulla di tutto questo, per i redattori della Risoluzione come per coloro che l’hanno votata, poi celebrata, rappresentava un «ostacolo alla pace»; nulla è paragonabile alla perfidia della politica di Netanyahu che moltiplica le colonie. Continua a leggere »

E Iddio creò il Male

Giulio Busi

Ombre spesse come un sudario, demoni che latrano più rabbiosi di cani, lunghi fasci di luce rappresa, spenta, cinerea. Nei testi mistici ebraici del medioevo e della prima età moderna troverete molto splendore, parecchio bene, schiere di angeli pronti ad assistervi e a sostenervi. Ma se cercate l’antico accusatore in tutto il suo nero sfarzo, o volete sapere cosa fare, quando il cosmo balla come un ubriaco, senza pudore, ai bordi dell’abisso, siete nel posto giusto. Che il male abbia spesso la meglio, ce ne accorgiamo, purtroppo, tutti. A volerlo ammettere, e a dirci perché e percome, sono in pochi. Tocca allora ai mistici alzarsi faticosamente verso il cielo dell’invisibile, non per trovarvi conforto ma per esplorare inspiegabili errori divini. Avrete visto talvolta l’albero delle sefirot, con i suoi dieci cerchi, che lasciano prorompere l’energia della creazione. Dietro quei dieci, tutto fulgore e benedizione, vi sono altri dieci tondi, altrettanto potenti, che affogano e distruggono. O forse, a far danni sono le energie positive, se solo tracimano per eccesso, schiantano sovrabbondanti i loro limiti, accecano per troppo slancio. È dai tempi di Giovanni Pico della Mirandola, primo scopritore cristiano della qabbalah, che il pensiero europeo s’è accorto di come le vecchie pergamene ebraiche custodiscano un atlante teologico ampio, ardito, talvolta sinistro. Quando Pico, nel 1486, pubblicò le proprie 900 Conclusioni, prontamente date alle fiamme dall’Inquisizione di papa Innocenzo VIII, usò la qabbalah come un grimaldello, per far saltare il cofanetto teologico del buio.

Al deposito dell’ottimismo e dell’amore divino ci si arrivava facilmente. Bastava farsi guidare da Platone e dai suoi compagni, di grado in grado, sempre più lontani dalla materia. Ma come aprire la cornucopia di tutti i mali del mondo? Come sapere chi li muove, quei malanni, e da quando? «Mala coordinatio denaria in Cabala», la malvagia decina cabbalistica, chiama Pico il flusso negativo secondo l’insegnamento giudaico, e vi allude soltanto di sfuggita, «quia est secretum». Continua a leggere »

La scienza non è esatta

Aforismi, dichiarazioni, battute: il Nobel ebreo Richard Feynman è stato uno dei fisici più brillanti del ‘900. Le sue lezioni sono memorabili. La figlia ha raccolto in un libro le frasi più sorprendenti: ne abbiamo scelte alcune

Non riuscivo a fare tutto quel che volevo, perché mia madre insisteva nel mandarmi fuori a giocare.

Quando da piccolo scoprii che Babbo Natale non esisteva, non ci rimasi male. Ero al contrario sollevato di sapere che un fenomeno molto più semplice spiegava come mai così tanti bambini in tutto il mondo ricevessero regali tutti la stessa notte.

Io e mia moglie pensiamo che io sia pazzo. Non so come mai alcuni trovano la scienza noiosa e difficile, mentre altri la trovano divertente e facile, ma c’ è una cosa che mi stimola parecchio, ed è che serve un’ enorme immaginazione per figurarsi com’ è fatto il mondo.

Non vorrei però sminuire il valore della visione del mondo che scaturisce dal lavoro scientifico. Essa ci ha portati a immaginare cose infinitamente più affascinanti delle fantasie dei poeti e dei sognatori del passato. Ciò dimostra che la fantasia della natura supera di gran lunga quella dell’ uomo.

Che c’ è di male? È un modo di procedere ottimo: prima tirare a indovinare, e poi controllare. Uno dei maggiori e più importanti strumenti della fisica teorica è il cestino della carta straccia.

Bisogna innamorarsi di una teoria e, come per una donna, questo è possibile solo se non la si capisce completamente. Continua a leggere »