Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Nathan Englander, un internauta di fronte a lutti, gioie, nodi talmudici

Scrittori americani. Fuggito dal rigore dei rituali e di gesti immutati da secoli, l’ebreo newyorkese dell’ultima trama di Nathan Englander si tuffa nella modernità più sguaiata e multicolore: «Kaddish.com», da Einaudi

Massimiliano De Villa

Larry è un ebreo di New York. I suoi trent’anni hanno addosso i primi segni dell’invecchiamento, mentre la sua quotidianità si srotola pigramente, i giorni trascorsi nel settore della pubblicità, le notti strafatte di canne e junk food. Solo la pornografia del web, di cui è avido consumatore, riesce a provocare qualche sussulto nella sua esistenza indifferente e consegnata, con piena avvertenza, alla più meccanica pulsionalità. La famiglia di origine è ortodossa, con le radici nel quartiere chassidico di Brooklyn. La madre è fuggita in seconde nozze con un ebreo un po’ osservante e un po’ ingrigito hippie, il padre è appena morto, la sorella Dina vive a Memphis, a miglia di distanza da tutto, con un marito e tre figli, ancorata saldamente al tronco dell’ortodossia. Questo l’identikit che raggiunge, rapido ma con sapiente gradualità, il lettore dell’ultimo romanzo di Nathan Englander, Kaddish.com (Einaudi, bella traduzione di Silvia Pareschi, che lascia intatta la freschezza dell’originale, pp. 208, € 18,50).

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Adin Steinsaltz Even Israel z.tz.l.

Ci ha lasciato stamattina il rabbino che con il suo monumentale lavoro di una vita ha reso il Talmud accessibile anche agli ebrei lontani

Scialom Bahbout

Ho avuto modo di conoscere personalmente Shteinzalz fin dai primi anni in cui veniva a Roma e passava per la Pensione Carmel che gestiva mia madre z.l. Lo conoscevo per i suoi commenti al Talmud e non solo. Aveva un modo di parlare affabile e con una voce che sembrava un sussurro e una faccia sorridente. Per chi studiava al Collegio Rabbinico sui testi logori di Talmud del Settecento e ottocento fu una vera grande scoperta. La domanda che ci facevamo era se sarebbe riuscito a terminare il commento, cosa che gli riuscì andando ben oltre. Il rapporto si fece più forte quando mi trasferì per diversi anni in Israele e andai ad abitare a cinquanta metri dal Centro Steinzalz. Potevo entrare a qualsiasi ora e avevo sempre la possibilità di entrare nel suo studio e fargli qualche domanda. Fu questo rapporto che mi permise di chiedergli di essere presente all’inaugurazione del Beth hamidrash che avevo fondato a Gerusalemme, poco lontano dal suo centro. Accettò l’invito e fece un discorso che sbigottì tutti per la sua capacità di spaziare e andare ben oltre le fonti ebraiche. Subito dopo la malattia, avevo in programma una visita in Israele che purtroppo dovetti rinviare a causa dell’epidemia.

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Business dell’orrore: il florido mercato degli oggetti appartenuti alle vittime del nazifascismo

Gerardo Verolino (Italia-Israele-Today

Da Militalia, la fiera del collezionismo militare che quest’anno non si è tenuta a causa del covid, alle offerte su e-bay, esiste un mercato ripugnante degli oggetti appartenuti alle vittime dei campi di concentramento nazisti che attira schiere di “collezionisti”. 

Negli anni scorsi, a Novegro, in provincia di Milano, a Militalia, la più grande fiera di cimeli di guerra, è stata venduta per 11 mila euro la divisa di un deportato ebreo del campo di concentramento di Dachau, ancora sporca delle macchie del suo sangue. “È la seconda – ha detto il venditore – la prima l’ho venduta ad un museo di Vancouver”. 

Ma anche i capelli e i denti dei prigionieri della Shoah vanno molto forte. Così come i barattoli di Zyklon B, in uso nelle camere a gas, venduti a 400 euro. 

È il supermarket dell’orrore che attira schiere di collezionisti del macabro da ogni parte del mondo. Ma il fenomeno non è nuovo. E gode di molte imitazioni. 

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I Campeggi estivi: il Tu Beav delle Comunità italiane

Scialom Bahbout

Disse Rabbàn Shimòn ben Gamlièl:  non vi furono giorni festivi per Israele come il 15 di Av e il giorno di Kippur, nei quali le ragazze di Gerusalemme uscivano con abiti presi in prestito per non imbarazzare chi non ne aveva. … le ragazze di Gerusalemme uscivano e ballavano tra le vigne. E che cosa dicevano? Ragazzo, alza i tuoi occhi e guarda ciò che scegli per te … TB Ta’anit 26b

Dopo Tishà Beav, il digiuno che ricorda i peggiori disastri accaduti al popolo ebraico, Tu Beav – il 15 del mese di Av – è la giornata che nella tradizione ebraica veniva dedicata, tra l’altro, anche all’organizzazione di fidanzamenti, la base per la costruzione di nuove famiglie, e che oggi, dopo l’intervallo delle tre settimane di lutto in ricordo della distruzione del Tempio e altri eventi catastrofici, viene utilizzato per celebrare matrimoni. Qualcuno usa definire Tu Beav come il San Valentino del calendario ebraico, la giornata dedicata all’ amore di coppia. In realtà, per quanto veda con favore l’amore romantico (si pensi all’amore a prima vista scoppiato tra Giacobbe e Rachele), la tradizione ebraica pone la propria attenzione soprattutto allo stadio della costruzione di una famiglia. Proprio in questi giorni la Camera ha approvato il Family Act, la legge che cerca di porre lo sviluppo della famiglia tra le priorità della società, stabilendo contributi rilevanti per la famiglia, con l’intento di favorire  la formazione di nuove famiglie e incentivare così l’incremento demografico che in Italia viaggia verso valori inferiori allo zero. Il Governo si sta muovendo in ritardo per affrontare il problema dell’invecchiamento che ha già prodotti gravi guai in vari settori della società

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E pure gli ebrei diventano “oppressori”

La nuova feroce strada per essere ritenuti degni o indegni di simpatia, di pubblico apprezzamento, di fiducia è impervia: chi sgarra viene espulso da posti di lavoro, cenacoli culturali, ruoli istituzionali.

Fiamma Nirenstein

La nuova feroce strada per essere ritenuti degni o indegni di simpatia, di pubblico apprezzamento, di fiducia è impervia: chi sgarra viene espulso da posti di lavoro, cenacoli culturali, ruoli istituzionali. Oggi è in America, ma arriva anche da noi in gran fretta. E la lista si allarga di giorno in giorno. L’ultimo Grande Fratello, con tutte le sue storiche e morali ragioni di rabbia, è il movimento Black Lives Matter. Ma lasciatemi subito dire che non voglio trascurare proprio nessuno, nemmeno la santificata Unione europea. Come dice a Julia Winston Smith, il protagonista di 1984, è in corso un gioco per cui il passato è stato abolito, ogni libro è stato riscritto, ogni pittura ridipinta e ogni statua e strada sono state ribattezzate.

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Sternhell, l’untore

Niram Ferretti – 9.1.2019 ItaliaIsraeleToday

I fiancheggiatori dei terroristi non sono mai mancati tra le file degli intellettuali. In Italia ricordiamo Toni Negri, ma altri ce ne sono stati, soprattutto idolatri di natural born killers come Ernesto Che Guevara, trasformato in icona della santità revolucionaria sudamericana. Zeev Sternhell, il quale, ovviamente, accusa Israele di essere uno stato nazista, e che durante la Seconda Intifada consigliava ai terroristi palestinesi di concentrare la loro azione contro gli insediamenti e di evitare di compiere atti di violenza dentro Gerusalemme, è uno di loro.

Negli anni di Piombo, qui in Italia sarebbe stato con le Brigate Rosse per l’abbattimento dello Stato borghese. Sono repulsivi questi accademici che dal loro salotto danno direttive strategiche agli assassini, almeno Che Guevara rischiava del proprio, si metteva in gioco. Loro, invece, stanno alle spalle di chi uccide. Sono i demonizzatori, gli untori. Nel 2015, in una intervista a Haartez, lo storico israeliano sosteneva che “Un cambiamento radicale non potrà mia determinarsi qui fino a quando l’attuale regime non provocherà una grave crisi nazionale. Un fallimento come la guerra di Gaza non è sufficiente, dato che il prezzo pesante di quel conflitto è stato pagato soprattutto dai palestinesi.

Pertanto l’alternativa realistica consiste in un intervento esterno abbastanza massiccio da scuotere gli israeliani fuori dalla placidità della loro vita confortevole. Solo quando tutti sentiranno il prezzo dell’occupazione nella loro carne, sarà la fine del colonialismo e dell’ apartheid che si appresta. Solo quando l’economia sarà colpita in un modo da incidere sul livello generale di vita o quando la sicurezza sarà minata a causa di una grave minaccia per gli interessi americani nella regione, l’occupazione sarà eliminata garantendo l’inizio del nostro futuro”.

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Il limbo degli omosessuali palestinesi: cacciati da casa e accolti da Israele

Sono almeno 150, dicono i dati ufficiali. Ma ce ne sono molti di più. Tanti vivono in clandestinità. Sono scappati dalle loro famiglie perché minacciati di morte una volta scoperta la loro identità sessuale

Sharon Nizza

TEL AVIV – Sharif, Ahmed e Julie si sono dati appuntamento domenica sera a piazza Rabin per partecipare al raduno che ai tempi del corona ha sostituito il tradizionale Gay Pride che l’anno scorso ha visto sfilare nelle strade di Tel Aviv oltre 250.000 persone. Si muovono con disinvoltura tra la folla relativamente intima – un migliaio di persone – salutano amici che non hanno incontrato per mesi a causa del lockdown. Julie – il suo nome di nascita è maschile, ma preferisce essere chiamata così – è particolarmente emozionata perché è il suo primo Gay Pride: è arrivata da Gerico sette mesi fa, a differenza dei suoi amici che sono in Israele da quasi due anni. Sharif e Ahmad – anche questi non sono i loro veri nomi, che per ragioni di sicurezza chiedono di non riportare – hanno 27 anni e pure loro sono arrivati da Gerico. Hassan, originario di un villaggio nei pressi di Hebron, raggiunge gli amici in piazza ma c’è troppa polizia e decide di fare dietro front: il suo permesso di soggiorno infatti è scaduto da un paio di settimane e, in attesa del rinnovo, non vuole correre rischi.

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