Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Il prestito degli ebrei al Vaticano che non venne mai restituito

‘Il debito’, ecco cosa sapere sul nuovo romanzo di Glenn Cooper. Autore da 6 milioni di copie propone una nuova avventura di Cal Donovan, protagonista de ‘Il segno della croce’. Un thriller che unisce religione, soldi e potere

Andrea Bressa

Fra le uscite editoriali più attese e interessanti di questo autunno 2017 segnaliamo Il debito, nuovo romanzo di Glenn Cooper, edito dalla casa editrice Nord. Si tratta della seconda avventura che vede come protagonista il professore di storia delle religioni americano Cal Donovan, già conosciuto nel precedente libro intitolato Il segno della croce e uscito lo scorso anno (avevamo anche intervistato l’autore), sempre per Nord.

LA TRAMA

Il sogno di ogni studioso di storia è di poter accedere senza limiti all’immenso patrimonio della Biblioteca Vaticana e dell’Archivio Segreto Vaticano. Ed è proprio ciò che ha ottenuto Cal Donovan da papa Celestino VI, grazie all’apporto dato al caso del sacerdote con le stimmate rapito nell’avventura raccontata ne Il segno della croce. Il professore non perde tempo ad approfittare dell’esclusivo lasciapassare papale, iniziando un’indagine sulla figura di un misterioso cardinale vissuto durante la metà dell’Ottocento, all’epoca della prima guerra d’indipendenza italiana. Durante le sue ricerche negli archivi Donovan scova una lettera, nella quale si parla di un banchiere e della necessità di trasferirlo segretamente fuori Roma. Si tratta del primo indizio di una serie, che contribuisce a ricostruire la storia di un grosso debito che la Chiesa avrebbe contratto in quegli anni con un’importante banca appartenente a una famiglia ebraica e mai saldato

Donovan porta a conoscenza della faccenda lo stesso papa Celestino, il quale, incredibilmente, esorta lo studioso a trovare le prove che quel debito sia ancora valido. Ma perché il papa vuole volontariamente mettere in difficoltà la Chiesa? Da qui in poi è necessario scoprire di più leggendo il libro, ovviamente costruito attraverso una fitta rete di trame di palazzo che toccano i più alti membri della Curia romana. Continua a leggere »

Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Intervento al Convegno “L’autobiografia ebraica. Identità e narrazione”. Università degli Studi di Milano. 13-14 novembre 2017.

Erica Baricci

Il Sefer hassidim, testo ebraico del XIII secolo redatto in Renania, ci parla tra le varie cose anche di copisti, libri e pratiche scrittorie. Esorta, per esempio, a non sprecare inchiostro mentre si scrive il Nome divino, a non usare come rilegature per un testo sacro vecchie pagine di romanzi cortesi, a non fare prove di penna e tanto meno liste di conti o della spesa sui margini delle pagine. E si parla anche, con note poco lusinghiere, dei copisti e del loro desiderio di parlare di sé. Ecco che cosa si dice:

Per quanto riguarda i copisti che aggiungono parole o le troncano per segnalare il loro nome in acrostico, se è per il loro disprezzabile nome che tagliano aggiungono o invertono l’ordine delle parole, è per loro che è detto: “il nome dei malvagi imputridisce” (Pr. 10.7)

Nonostante questa severa ammonizione, nascondere il proprio nome nell’opera trascritta non è l’unica soluzione che ha un copista per parlarci di sé: egli può ricorrere al colophon, lo spazio per eccellenza in cui dirci chi è.

Il colophon – e questo vale per tutti i manoscritti, non solo per quelli ebraici – è il breve testo che il copista scrive a fine lavoro in fondo al manoscritto che ha copiato, nel quale generalmente ci dice chi è lui, quale è il suo nome, dove e quando ha terminato il lavoro di copia, e per chi. Quando c’è, ed è completo dei suoi dati essenziali, il colophon è dunque un elemento para-testuale di forte rilevanza storica.

Alcuni colophon non si limitano alle informazioni basilari, ma diventano uno spazio di scrittura dove il copista ci racconta di quel che gli sta accadendo, della sua esistenza o della sua famiglia; in certi casi leggiamo persino di avvenimenti, di storia grande o piccola, di cui egli è stato testimone. Per quanto riguarda i manoscritti ebraici, i colophon di questo tipo sono stati già ampiamente studiati come testimonianze storiche; gli stessi testi, però, non sono stati osservati in una prospettiva autobiografica, come momento, cioè, in cui il copista narra sì di quanto accade intorno a lui, ma per parlarci di sé, dei suoi sentimenti, di come gli eventi hanno influito sulla sua vita.

Il presente intervento prenderà spunto da alcuni casi di colophon di manoscritti ebraici medievali per enucleare quali temi tipici dell’autobiografia in generale, e in particolare di quella ebraica – quali la memoria e la testimonianza, la centralità della famiglia, il riscatto attraverso la sapienza e la scrittura, nonché l’ironia – emergano in testi che non nascono come autobiografie compiute, eppure già ne contengono i presupposti fondamentali. Continua a leggere »

Rav Laras, che il suo ricordo sia di benedizione

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Dopo una lunga e difficile malattia, se n’è andato ieri mattina Rav Giuseppe Laras, che per venticinque anni è stato il rabbino capo di Milano e anche dopo il suo ritiro da quel ruolo ha conservato la responsabilità rabbinica di Casale e di Ancona e la presidenza del tribunale rabbinico del Nord Italia.

Giuseppe Laras ha rappresentato la personalità più importante dell’ebraismo italiano nella generazione successiva a Rav Toaff, quella cioè che ha iniziato a operare nella stagione dell’ammodernamento del paese e dell’apertura del mondo cattolico e ha proseguito la sua influenza determinante fino a poco dopo il volgere del secolo, quando i tradizionali schieramenti politici e culturali hanno iniziato a collassare, l’islam si è imposto come un problema diretto e pericoloso anche per i paesi europei, il terrorismo è dilagato e nel mondo ebraico si è proposta una nuova generazione di rabbini, formatasi per lo più almeno in parte in Israele e più attenta all’influenza di quel rabbinato.

Personalità forte, preparatissima, di carattere molto determinato, Rav Laras ha segnato profondamente la vita ebraica italiana di quei decenni,, fra l’altro guidando il dialogo ebraico-cattolico, grazie anche alla sua profonda amicizia col cardinale Martini. È stato anche e soprattutto un maestro di pensiero, non solo per aver formato generazioni di rabbini e aver insegnato i precetti e la dottrina tradizionale alle comunità che ha guidato, soprattutto ai giovani; ma per aver portato il pensiero ebraico al pubblico assai più grande delle università, degli incontri interconfessionali, dei giornali.

Questo lavoro si è tradotto in numerosi volumi, la cui forma è stata positivamente segnata dalla vocazione professorale: se si vuole leggere un’esposizione chiara, completa, logicamente strutturata sulla storia del pensiero ebraico nelle sue diverse periodizzazioni, e in particolare sull’amato Maimonide, ma anche su temi apparentemente più marginali come la concezione ebraica dell’amore e della coppia, i libri di Rav Laras sono indispensabili. Questo lavoro di chiarimento e insegnamento, di studio dei testi e di storicizzazione della vicenda intellettuale dell’ebraismo ha contribuito potentemente a far capire alla cultura italiana, da decenni chiusa nei recinti simmetrici di cattolicesimo e comunismo, altrettanto chiusi alla peculiarità della tradizione di Israele che esiste e vive da millenni una cultura ebraica, ricca e complessa. Continua a leggere »

Hedy Lamarr, l’attrice icona di Hollywood che finanziava la lotta al nazismo con i suoi baci

La biografia e gli scherzi sul set per superare la sua aria impassibile, oggi nel doodle di Google. Nessuno ricorda che inventò il WIFI.

A una diva come la Lamarr non può essere negato un libro e la sua biografia infatti è stata scritta da Ruth Baron. Si intitola “Hedy Lamarr, la vita e le invenzioni della donna più bella del cinema” e in Italia è stata pubblicata da Castelvecchi editore. Nel libro la scrittrice Baron analizza la vita dell’attrice e rivela anche degli aneddoti sulla vita nel set: “Questi scherzi spaziavano dall’uso di svariati oggetti,tipo spille, banane, manganelli, a commenti salaci, per non parlare di quando veniva addirittura presa e sbattuta fuori dal set. Alcuni di questi scherzi potrebbero però trovare una giustificazione nelle dichiarazioni degli attori e dei registi: si trattava di stratagemmi per insegnare a Hedy a recitare davanti a una macchina da presa. Molti degli autori degli scherzi hanno affermato di essere stati spinti dal desiderio di vederle esprimere qualche emozione. Cecil B. DeMille parlava della sfida di aprirsi un varco attraverso la sua aria impassibile” spiega la Baron nel libro dando alla figura di Hedy Lamarr un’immagine ancora più mitica e destinata a restare nella storia del cinema e non solo.

Tra i film più impegnati in cui ha recitato Hedy Lamarr c’è sicuramente I cospiratori, pellicola del 1944 di genere drammatico e diretta da Jean Negulesco. Il cast del film è molto ricco e conta anche su attori del calibro di Peter Lorre, Paul Henreid, Victor Francen e Joseph Calleia. La trama ci dice che tra i compagni di lotta olandesi che al momento sono nascosti per Lisbona in Portagallo c’è un infiltrato. Saranno diversi i sospettati e le indagini riveleranno molte sorprese. Hedy Lamarr interpreta Irene Von Mohr e sicuramente questo è una pellicola diversa rispetto al solito per l’attrice più impegnata in commedie sentimentali che in opere di questo tipo. Questa scena ci racconta un momento intenso nel quale lei si avvicina a Vincent Van Der Lyn interpretato da Paul Henreid. La telecamera indugia sui primi piani dei due cercando sempre di tenerli nello stesso quadro e dividendoli davvero poche volte. Emozionante quando poi la camera decide di avvolgerli con movimenti lenti e sinuosi.

Tra i film più famosi in cui ha recitato Hedy Lamarr c’è sicuramente Sansone e Dalila, dramma biblico in stile peplum girato nel 1949 da Cecil B. DeMille. L’attrice di origini austriache in questa pellicola interpreta il ruolo di Dalila. Quella che vi proponiamo è la sequenza finale del film dove Sansone, un grande Victor Mature, decide di portare la sua vendetta al centro del tempio del Dagon dove è stato torturato e deriso dalla folla. Questa non crede possa rompere le colonne in mezzo alle quali è stato accompagnato proprio da Dalila che prima l’ha tradito e poi s’è innamorata di lui. Sansone invece riesce a smuoverle e fa crollare il tempio compiendo la sua vendetta e finendo schiacciato in mezzo alle due colonne. In questa sequenza dove Hedy Lamarr sembra recitare un ruolo marginale possiamo vedere invece il valore intrinseco dello sguardo della diva, che inquadrata proprio nel momento del disastro attrae lo sguardo dello spettatore portandolo a ricercarla per sperare che si salvi da questa tragedia poi a lei dedicata. Un gioco di ombre e di luci ce la fanno vedere attraverso le colonne del tempio dove la donna si muove rapidamente e con lo sguardo ferito di chi si è accorto solo dopo tempo di cosa è accaduto realmente. Il montaggio alternato di DeMille ricorda quello intellettuale di Ejzenstein, perchè invece di mostrare la scena nella sua interezza va a indugiare sui protagonisti dando un senso emotivo alla vicenda. E’ così che diventa fondamentale la presenza di Dalila. Continua a leggere »

“Tariq Ramadan si è infiltrato nelle democrazie per portarci l’islam politico”

Parla Caroline Fourest, accusatrice dell’islamologo sospettato di stupro

Giulio Meotti

ROMA – Nonostante le accuse di violenza sessuale arrivate da una decina di donne musulmane tra Francia, Belgio e Svizzera fossero già uscite sulla stampa da due settimane, l’islamologo Tariq Ramadan tre giorni fa si trovava a Rimini ospite del Centro Studi Erickson, importante pensatoio di sociologi ed educatori di Trento, a parlare al loro convegno su una “scuola inclusiva”. Ramadan ha tenuto una lezione dal titolo “i requisiti educativi per insegnare e gestire la diversità” (fra gli ospiti, anche Eraldo Affinati e Benedetta Tobagi), “Non ho mai visto nessuno così talentuoso e machiavellico come Tariq Ramadan nel manipolare l’opinione pubblica”, dice al Foglio Caroline Fourest, che a Ramadan ha dedicato il libro “Frère Tariq” e che ha fatto parte per anni della redazione di Charlie Hebdo (oggi scrive per Marianne). Mentre proliferano le accuse di violenza sessuale ai danni di Ramadan, che lui respinge al mittente parlando di “complotto” mentre Oxford lo sospende dall’insegnamento, nel mirino ci finiscono i “compagni di strada” dell’islamologo svizzero. Charlie Hebdo ne ha messo uno in copertina, Edwy Plenel, il direttore e fondatore di Mediapart, Il giornalista ha reagito evocando il “manifesto rosso” del regime di Vichy sulla condanna a morte di 23 resistenti, citando Romain Rolland: “Mi possono odiare, ma non saranno in grado di insegnarmi l’odio”. Dunque i difensori di Ramadan sarebbero i nuovi “resistenti”. Il 17 gennaio 2015 a Brétigny-sur-Orge Edwy Plenel e Tariq Ramadan apparvero in pubblico a fare causa comune contro l”‘islamofobia”, benedicendo la convergenza tra proletari e musulmani, lavoratori e immigrati. I francesi in quelle stesse ore stavano piangendo i loro morti, quelli di Charlie Hebdo, all’Hyper Cacher e la poliziotta a Montrouge, Due giorni prima, in milioni erano scesi per strada per difendere la libertà di espressione e protestare contro il terrorismo islamista. Ma Plenel e Ramadan “non erano Charlie”.

“Si deve distinguere fra la duplicità di Ramadan sull’islam e le accuse di stupro” prosegue Fourest al Foglio. “La cosa più scioccante oggi per me è questo silenzio di una parte della sinistra, è cecità ideologica. Plenel e Ramadan hanno fatto conferenze assieme, e Plenel ha attaccato come ‘islamofobo’ chiunque criticasse Ramadan. Ha negato ogni accusa a Ramadan. Oggi che sappiamo chi sia Ramadan, la sua risposta è dire che è una vittima dell’odio. E’ una intellighenzia miserabile. Sono gli utili idioti di Ramadan, come Edgar Morin, che ha scritto due libri con Ramadan. C’è il direttore del Monde Diplomatique, Alain Gresh, e i sociologi che hanno difeso Ramadan e attaccato le persone che lo criticavano. In Belgio, in Svizzera, in Italia, in Marocco, Ramadan è stato in grado di insinuarsi in tutti gli ambienti che contano. E’ stato un fondamentalista molto intelligente e abile. Su Press Tv, la tv del regime iraniano, aveva un suo programma. E ogni volta che perdeva un incarico in un paese, come a Rotterdam, si spostava in un altro”. Continua a leggere »

Gli ultras, Anna Frank e la distruzione degli ebrei olandesi

Roberto Santoro

Molto rumore per le figurine antisemite degli ultras laziali e per le cadute di stile imbarazzanti del presidente Lotito, ma visto che si torna a parlare di Anna Frank qualcosa di più preciso diciamolo su cosa fu l’Olocausto in Olanda. La tollerante Olanda che ospitava una delle più antiche comunità ebraiche europee, dove prima della occupazione nazista giunsero decine di migliaia di profughi scampati alle persecuzioni tedesche in Europa Orientale, quando ancora non c’era Wilders e il problema per i governi arancioni di allora era questo tipo di immigrazione.

Qualcuno ha ricordato che dopo la guerra, nelle scuole olandesi, quando il professore chiedeva agli studenti ‘chi di voi in famiglia ha protetto un ebreo?’ tutti alzavano la mano, peccato però che l’Olanda fu uno dei Paesi europei dove la persecuzione della comunità ebraica avvenne nel modo più sistematico e brutale. La comunità ebraica di Amsterdam fu quasi completamente annientata durante l’occupazione nazista. Per vari motivi.  Dall’Olanda era difficile scappare e in Olanda era difficile nascondersi. L’encomiabile burocrazia olandese e l’amministrazione pubblica nordica prese già da allora a modello di efficienza spianarono la strada alla identificazione e successiva epurazione degli ebrei. Secondo lo storico americano di origine ebraica Noam Chomsky, lo sterminio in Olanda fu qualcosa di molto, molto peggio del trattamento che Paesi come l’Italia fascista riservarono agli ebrei. Continua a leggere »

Indignatevi per l’Onu, non per tre cretini

Fiamma Nirenstein

È difficile, per un’ebrea, scrivere di nuovo di antisemitismo. Nonostante sia universalmente noto che gli attacchi si sono moltiplicati in tutto il mondo, è un po’ come se si parlasse di uragani. Che ci si può fare? Io so che i lettori per la gran parte non capiranno, o meglio, non vogliono sapere di che cosa stiamo parlando, anche se è doveroso dire che le misure annunciate, viaggi ad Auschwitz, letture di pagine di Anna Frank, sono già un primo passo. Ci voleva Shakespeare per far dire al Mercante di Venezia che se si taglia la carne di un ebreo, essa sanguina come quella di qualsiasi altro. Poi, nei secoli, la cosa è stata di nuovo dimenticata. Il maggiore studioso del tema, Robert Wistrich, spiega che il tema non è mai stato separato dallo stigma legato al genocidio nazista, ma che in realtà è un mostro dalle molte teste, e che è in crescita sia per la crescita delle destre, come anche, e per lo più, a causa della crescita delle minoranze musulmane, o semplicemente per la banalizzazione dell’atteggiamento antisraeliano della maggior parte delle istituzioni internazionali.

Ma un ebreo oggi non ha più voglia di piangere, non ha voglia di chiedere aiuto o protezioni. Sinceramente, a me, pur apprezzando l’iniziativa, che i tifosi della Lazio vadano in pellegrinaggio ad Auschwitz non indica nessuna garanzia per il futuro. L’educazione alla memoria non corrisponde al senso di verità sul presente, e i pregiudizi si esercitano sempre nell’oblio, nell’ignoranza. Ai laziali importerebbe magari di essere cacciati dagli stadi, ma allora potrebbero, per esempio, accusare la lobby ebraica della loro sciagura, e in breve tempo troverebbero il modo di ritornarci. In ogni caso, uno per uno, farebbero qualcos’altro che esprima di nuovo ciò che essi sono: antisemiti. Possono scegliere di andare a una manifestazione antisraeliana in cui si grida «morte a Israele», come a Berlino qualche settimana fa, possono scrivere un post contro di me o contro la comunità ebraica sui social; possono dire volgarità o scrivere sui muri; possono far finta di non sentire quando Khamenei o Hamas chiamano alla distruzione di Israele. L’antisemitismo si aggiusta alla sensibilità della società di cui fa parte: la signora Linda Sarsour, palestinese che predica negli Usa la distruzione dello Stato d’Israele e si presenta sul palco con una terrorista che ha compiuto due attacchi su civili, ha raccolto fondi per la ricostruzione di un cimitero vandalizzato. È per questo meno antisemita? No di certo, ma piace lo stesso. Fra i sostenitori della Lazio ci sono anche dei signori raffinati, non solo dei proletari idioti: troveranno dunque il modo di accusare la «lobby ebraica», rideranno forse di qualche donna ebrea con gli occhi bistrati di azzurro, alla Carlo Emilio Gadda… chissà. C’è un’intera letteratura sulla donna ebrea, biblioteche sui perfidi soldati israeliani, files dell’Unesco su Gerusalemme, tutta islamica come ognuno sa; una summa teologica su Gesù Cristo che non era ebreo, ma palestinese. E dire che Israele è un «paesucolo» come disse nientemeno che Mikis Teodorakis oppure disegnare Sharon come un mostro alla Goya, mentre sgranocchia teste di bambini palestinesi il cui sangue gli gocciola sul petto nudo.

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