Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Ma chi è George Soros?

È un miliardario e filantropo che per la sua attività politica è diventato lo spauracchio di tutti i complottisti di destra (e non solo)

George Soros è uno dei trenta uomini più ricchi del mondo, un filantropo che ha donato centinaia di milioni di dollari a ong che si occupano di diritti umani e che si è spesso impegnato in politica, finanziando il Partito Democratico statunitense e i suoi candidati alla presidenza, come fanno molti altri miliardari americani. La risposta alla domanda nel titolo potrebbe esaurirsi qui, se non fosse che  Soros è anche un’altra cosa: la “bestia nera” dei complottisti di tutto il mondo.

Uno sguardo rapido alla sezione “Conspiracy” del sito Reddit, dove solo negli ultimi sei mesi sono state aperte 800 discussioni su Soros, restituisce un’idea abbastanza chiara dell’opinione che molti hanno del miliardario americano: «È un burattino miliardario della famiglia Rothschild che destabilizza intere nazioni finanziando programmi destinati alla “giustizia sociale” e corrompendo politici»; «È un tizio che vuole distruggere tutto ciò che c’è di bello nel mondo e non credo di aver mai sentito una buona ragione sul perché voglia farlo. Vorrei che questa fosse un’iperbole»; «Se non vado errato è il cugino del diavolo. In sostanza, finanzia ogni causa spregevole a cui puoi pensare e lo fa in nome del denaro e dell’influenza globale».

Soros è particolarmente detestato dai conservatori statunitensi per via delle sue idee progressiste, ma negli ultimi anni la sua persona ha iniziato a diventare famigerata anche tra gli esponenti della destra radicale italiana. Soros – che è ebreo, particolare citato sgradevolmente spesso nelle varie teorie del complotto – di recente è accusato soprattutto di essere la mente di un bizzarro piano che sembra uscito da un romanzo di fantascienza distopica: sostituire la popolazione italiana con immigrati da utilizzare come operai a basso costo. Questa strampalata cospirazione è stata sdoganata anche dai politici e dai media mainstream. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha parlato di questo complotto più volte, l’ultima proprio questa settimana: «Sono sempre più convinto che sia in corso un chiaro tentativo di sostituzione etnica di popoli con altri popoli: è semplicemente un’operazione economica e commerciale finanziata da gente come Soros. Per quanto mi riguarda metterei fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros».

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Il re del mimo francese salvò centinaia di bambini ebrei

Annalisa Lo Monaco

“L’arte del silenzio”: così il grande mimo francese Marcel Marceau definì la sua straordinaria capacità di esprimere, senza l’ausilio della parola, la poesia della vita. Bip il Clown, il personaggio che lo ha reso famoso, era una maschera al tempo stesso comica e tragica, com’è del resto la realtà. Nella sua vita Marceau non si è distinto solo come attore, ma anche come coraggioso membro della Resistenza francese, durante l’occupazione nazista. Molti bambini ebrei chiusi in un orfanotrofio riuscirono a salvarsi dalla deportazione nei campi di sterminio: Marceau li condusse sani e salvi in Svizzera, grazie anche alla sua capacità di stupire con la mimica, usata per tenere buoni i piccoli.

Marcel, il cui vero cognome era Mangel, apparteneva a una famiglia ebrea che viveva a Strasburgo, proprio vicino al confine con la Germania. A 16 anni comprese bene cosa avrebbe significato l’occupazione nazista, per sé e per la sua famiglia, che si trasferì a Limoges, nella Francia centrale.

Marcel Mangel capì che avrebbe dovuto lottare per sopravvivere, e quando l’esercito francese capitolò davanti alle forze di invasione tedesche, decise di cambiare il cognome in Marceau, in onore di un generale della Rivoluzione Francese. Insieme al cugino George Loinger si unì alla Resistenza, ma non riuscì comunque a salvare il padre, che venne catturato e mandato ad Auschwitz, dove morì. Continua a leggere »

Zwi Migdal: Il racket delle prostitute ebree

Dall’Europa Orientale al Sud America. Non solo “Keyla la rossa” di Singer

 

Quella che Isabel Vincent racconta in Corpi e anime è una storia vera e terribile, che trova le proprie radici nella tragedia dell’antisemitismo, e che tuttavia ci regala anche una luminosa speranza. “Corpi e anime” recupera infatti dalla vergogna e dall’oblio il destino di alcune giovani donne ebree, nate e cresciute nell’Europa Orientale, le quali, per sfuggire alla straziante miseria e ai pogrom, abbandonarono i villaggi e i ghetti urbani confidando in una sorte migliore. Finirono purtroppo nelle mani della Zwi Migdal, un’organizzazione criminale interamente costituita da malviventi ebrei, che fino al 1939 avviò molte giovani alla prostituzione, destinandole alle case di tolleranza che gestiva a New York, in Sudafrica, in India e in Sudamerica. Seguendo dalla Polonia al Brasile le tracce di tre di queste ragazze, Sophia Chamys, Rachel Liberman e Rebecca Freedman, “Corpi e anime” ci racconta una vicenda straordinaria e commovente. Perché Sophia, Rachel, Rebecca e le altre polacas, seppur ridotte in schiavitù, sfruttate e oltraggiate, seppero affrontare la loro sorte con dignità e fermezza: mantennero vivo il loro sentimento religioso, malgrado l’ostracismo della stessa comunità ebraica verso queste donne immorali, e costruirono una rete di solidarietà, la ‘Società della Verità’ fondata sull’amore, sul timor di Dio e sulla fiducia reciproca.

Tra la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 l’Argentina era appena uscita dal periodo turbolento delle guerre d’ indipendenza dalla Spagna e delle successive lotte interne tra le diverse fazioni che videro contrapporsi Buenos Aires alle altre province, che non volevano perdere la propria autonomia in favore della capitale, vero fulcro dominante di un paese che stava trovando una propria identità politica ed un proprio sviluppo economico.

L’economia argentina, favorita da una estesa rete ferroviaria che collegava tutte le regioni del paese con la capitale, ebbe un rapido sviluppo tra il 1880 ed il 1930, quando le sue merci venivano esportate verso i mercati europei.
In quel periodo la popolazione aumentò di sette volte, provocando un vero stravolgimento nella fisionomia culturale del paese. Continua a leggere »

“Fagin l’ebreo” di Will Eisner

In quest’opera Eisner, maestro del fumetto e riconosciuto padre del graphic novel, si confronta audacemente con un gigante della letteratura, Charles Dickens, rileggendo uno dei capisaldi della letteratura, Oliver Twist, dal punto di vista di uno dei personaggi più famosi dell’opera, l’”ebreo” Moses Fagin.

Eisner realizza un’opera rigorosa, animata da un forte impegno civile, dando voce al disprezzato Fagin per mettere in luce le nefaste conseguenze dell’uso degli stereotipi, in questo caso di carattere razziale.
Questa nuova edizione è partita dalla riscansione ad alta qualità di tutti gli originali delle tavole disegnate e ha permesso di recuperare tantissimi dettagli persi nelle precedenti edizioni.
Dopo L’ultimo giorno in Vietnam, continua l’edizione in grande formato cartonato delle principali opere di Eisner dove grazie alla cura della stampa, il bianco e nero del segno dell’autore emerge con forza e carattere.
L’edizione è arricchita da uno scritto dello stesso Eisner, da una prefazione di Brian Michael Bendis e da un saggio critico di Jeet Heer.

DALLA PARTE DEI VINTI, OVVERO “RILEGGERE” UNA STORIA PER RACCONTARE LA VERITA’…

 «Esaminando le illustrazioni dell’edizione originale di Oliver Twist, trovai indiscutibili esempi di diffamazione razziale all’interno della letteratura classica. Il ricordo dell’uso che ne fecero i nazisti durante la Seconda guerra mondiale, circa cento anni dopo, aggiunse prove alla persistenza di certi stereotipi negativi. Combatterli era diventato per me una sorta di ossessione, e non mi rimase scelta: dovevo realizzare un ritratto rispettoso di Fagin, raccontando la storia della sua vita nell’unico modo che mi si addicesse. Questo libro, dunque, non è un adattamento di Oliver Twist! E’ la storia di Fagin l’ebreo.» (Will Eisner)

«Io sono Fagin, l’ebreo di Oliver Twist. Questa è la mia storia, rimasta sconosciuta e ignorata nel libro di Charles Dickens» (Moses Fagin)

 

La storia dimentica spesso le ragioni dei vinti, mentre le spregiudicatezze dei vincitori si trasformano di solito in abili strategie. Will Eisner non ci sta, vuole ribaltare le regole.
Nel 2003 scrive Fagin L’Ebreo, decidendo di raccontare, utilizzando il fumetto, la storia di Oliver Twist dal punto di vista del perdente, ovvero di Fagin. Moses Fagin. Fagin “l’ebreo”.
Eisner immagina che Fagin e Dickens, il personaggio e il suo creatore, si incontrino, in carcere, la notte prima che Fagin sia impiccato. Fagin racconta la “sua” versione dei fatti allo scrittore, con la speranza che questi comprenda meglio le sue ragioni e che, finalmente, la verità venga alla luce.
Il libro di Dickens (pubblicato per la prima volta nel 1837) descriveva una Londra travolta dalla rivoluzione industriale, incapace di salvaguardare gli orfani e di frenare lo sfruttamento delle fasce deboli. E’ in questa storia di poveri che si colloca il personaggio di Fagin, lo sfruttatore ebreo, avido di ricchezza e incapace di amare, a meno che non sia per il proprio vantaggio. Fagin è il carnefice e il giovane e candido Oliver la sua vittima. Eisner prova, invece, a stravolgere l’immagine losca, ambigua e, tutto sommato, carica di malvagità del personaggio che Dickens offre ai suoi lettori. Lo fa semplicemente ponendosi una domanda: e se fosse Fagin a raccontarla, questa storia? Se fosse Fagin a spiegare come ha fatto a diventare quel turpe personaggio che corrompe l’innocenza di Oliver, avviandolo a una carriera criminale?

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Il carnevale romano e il palio dei judei

Fu Paolo II, nel 1467, a portare a Roma i festeggiamenti del Carnevale. D’altronde, Paolo II era nato a Venezia, e pensava che riportate l’antico “panem et circenses” a Roma sarebbe stata una buona idea. Furono introdotti diversi palii, divisi in linea di massima tra “bestie bipede” e “bestie quadrupede”. Se per queste ultime è facile pensare a cavalli, buoi e somari, rimarrete sorpresi che le corse tra bipedi vedevano impiegati essenzialmente tre categorie: “ragazzi, vecchi ed ebrei”. Il luogo preposto a queste corse era la zona oggi occupata da Piazza Venezia e Via del Corso (in quel periodo Via Lata) e sappiamo che, nel 1467, il “Pallio delli Judei” fu corso il 2 Febbraio, seguito da quello dei “Garzoni” (ragazzi) il 3 e “delli Vecchi” il 6.

Ancora all’inizio del XVI secolo, non sembra che la corse fosse vista come un’angheria nei confronti degli Ebrei, anzi, non c’era coercizione e coloro che volevano competere arrivavano in modo spontaneo e ben vestiti.

Le cose peggiorarono progressivamente dopo il 1550 (poco prima, quindi della creazione del Ghetto di Roma). Già nel 1581, tutte le categorie erano costrette a correre completamente nude e nel 1583 gli Ebrei ebbero l’ordine di correre dopo aver consumato un lauto pasto per il diletto della popolazione. Le ali di folla che seguivano il palio dei Giudei iniziarono a sfidare i cordoni che tracciavano il percorso di gara per tirare fango e frutta marcia ai corridori. Alcuni bandi dello stesso periodo prevedevano pene severe per chi avesse tirato uova marce, arance e “acqua guasta” (in pratica, liquidi più o meno identificabili”) ai corridori, cosa che ci fa comprendere quanti feriti e morti provocasse il delirio carnevalesco a roma. Il gusto per il grottesco e il becero sfogo dei sentimenti più bassi raggiunse l’apice nel XVII secolo, quando si tennero palii di persone deformi, di cui una fonte del 1633 parla in questi termini “fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli per la varietà delle loro gobbesche schiene”. Nel 1649, quando tutti penavano che il palio dei Giudei doveva essere rimandato a causa di un vero e proprio nubifragio, gli Ebrei furono costretti a correre sotto il diluvio per il divertimento della folla. Continua a leggere »

L’antisemitismo è il cuore pulsante dell’islamogoscismo francese

Miti sfatati e ideologie mai dome. Un saggio di Alexis Lacroix

Mauro Zanon

PARIGI – Alexis Lacroix, editorialista dell’Express, scrittore e storico delle idee, combatte da anni contro quel male che la sinistra francese non ha mai curato fino in fondo, e che in questi ultimi tempi è tornato a farsi sentire, mostrandosi ancora più aggressivo: l’antisemitismo. Sulla recrudescenza di questo virus che troppi si ostinano a non vedere, Lacroix aveva già scritto un saggio molto commentato nel 2004, quando aveva trent’anni, che si intitolava Le socialisme des imbéciles e aveva un sottotitolo che all’epoca fece rizzare i capelli agli intellettuali della rive gauche: “Quando l’antisemitismo torna a essere di sinistra”. Riprendendo la formula del politico e scrittore socialdemocratico tedesco August Bebel, Lacroix constatava l’insopportabile giudeofobia che ha percorso per troppo tempo il campo dei progressisti in Francia, e in che modo la gauche radicale continuava a mascherare il suo odio verso Israele e gli ebrei dietro un discorso antisionista. “Lo dico senza mezzi termini: se un giorno i riformisti dovessero implorare la misericordia dell’ultrasinistra, sarebbe la fine del dreyfusismo in questo paese”, scrisse allora Lacroix. Oggi, quest’ultimo, torna in libreria con un saggio altrettanto stimolante, J’accuse: 1898 – 2018. Permanences de l’antisemitisme (Editions de l’Observatoire), nel quale analizza la situazione francese in una prospettiva storica, sfatando molte idee dominanti a partire da quella secondo cui l’antisemitismo è soltanto di estrema destra e la gauche è immune da questo male. “Oggi, il cuore dell’islamogoscismo, che è permanentemente in una posizione di complicità tacita con l’antisemitismo di sinistra, è incontestabilmente il movimento degli Indigènes de la République, che si ramifica nelle banlieue e diffonde un discorso di ‘razzializzazione’ della società. E sappiamo bene che gli ebrei, in ragione dell’attaccamento allo stato di Israele da parte di molti di loro, sono i bersagli privilegiati”, ha detto Lacroix alla rete all-news Bfm.tv. E ancora: “Tutto ciò risveglia una vecchia tradizione dell’antisemitismo di sinistra che consiste nel dire che gli ebrei sono vicini a tutti i poteri, le banche e la politica. E l’aspetto inquietante è che questo discorso islamogoscista radicale attecchisce nella testa di una parte dei nostri compatrioti”. Continua a leggere »

Ebrei che si sognavano tedeschi

Gershom Scholem e la sua Berlino. Einaudi ripubblica i «ricordi giovanili» dello scrittore e studioso che nel 1923 lasciò la Germania per Gerusalemme. Il tema centrale è quello dell’assimilazione

Giorgio Montefoschi

«Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale — racconta Gershom Scholem all’inizio del suo libro di memorie intitolato Da Berlino a Gerusalemme — Berlino era tutto sommato una città molto tranquilla. Durante i miei primi anni di scuola andavo con la mamma a trovare i nonni a Charlottemburg con il tram a cavalli, partendo da Kupfergraben e attraversando il Tiergarten, che era ancora un vero, grande parco. Solo la metà delle strade era asfaltata, e in molti quartieri, soprattutto nell’est e nel nord, gli omnibus a cavalli strepitavano ancora sul selciato. I primi autobus furono una novità sensazionale, e salire sull’imperiale era un ambito piacere».

La comunità ebraica alla quale appartenevano gli Scholem, una tipica famiglia delle media borghesia di orientamento liberale che, da piccoli e modestissimi inizi, aveva risalito la scala sociale grazie al proprio lavoro — erano proprietari di una tipografia — raggiungendo il benessere, contava all’epoca 144 mila persone. A Berlino esistevano ovunque sinagoghe, scuole e licei ebraici, circoli culturali e politici di ispirazione ebraica, e stava nascendo il sionismo. Ma la pratica religiosa non era particolarmente seguita, mentre l’assimilazione all’elemento tedesco, nonostante il montante antisemitismo, era molto avanti. Un giovane ebreo che non fosse appartenuto alla minoranza fedele ai precetti si trovava, da un lato, di fronte a un progressivo sfaldamento spirituale dell’ebraismo, dall’altro, di fronte a una confusa mescolanza di tradizioni e di costumi, al desiderio della maggioranza degli ebrei di sentirsi parte della nazione germanica.

Il tema dell’assimilazione — al quale Giulio Busi, nella sua postfazione, dedica osservazioni illuminanti — è l’argomento centrale di questo libro imprescindibile per comprendere la tragedia dell’Olocausto. Scholem lo chiama autoinganno: «L’incapacità di giudizio della maggior parte degli ebrei in ciò che li riguardava direttamente, benché fossero altamente capaci di ragionevolezza, discernimento e lungimiranza quando si trattava di altri fenomeni, questa inclinazione all’autoinganno, rappresenta uno degli aspetti più importanti e sciagurati dei rapporti fra ebrei e tedeschi». Gli ebrei volevano essere tedeschi; volevano partecipare alla vita pubblica e a quella politica; volevano — e tra coloro ci fu Martin Buber — combattere in guerra nell’esercito tedesco. I loro collegi, al di là di alcuni elementi del rituale ebraico, erano rigidamente nazionalisti. Nelle famiglie, come in quella di Gershom Scholem, la figura dell’ebreo ortodosso, proveniente in prevalenza dall’Europa orientale, era vista con fastidio. E se qualcuno — per esempio un appartenente al gruppo Jung Juda — proponeva di istituire in una scuola religiosa un corso che comprendesse lo studio dell’ebraico, delle fonti bibliche e del Talmud, il progetto veniva lasciato cadere. «Oggi — scrive Scholem — nessuno mi crederà se dico che, prima della Grande guerra, la numerosa e ricca comunità ebraica di Berlino si rifiutava ostinatamente di permettere l’istituzione di un simile corso».

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