Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Come la Shoah diventa il prezzemolo ideologico per chiudere ogni discussione

“L’immigrazione e il linguaggio della menzogna. C’è chi spaccia per nuova Shoah la gestione dei nostri confini”

Giulio Meotti

Roma. L’approccio pragmatico all’immigrazione clandestina, il “metodo Minniti”, gli accordi con la Libia e la sua guardia costiera che compie i blocchi, il faticoso tentativo di gestione dei flussi, la firma di un protocollo di intesa con le ong. Come combattere tutto questo? Manipolando il linguaggio, aumentando il peso di parole e immagini portandole a livelli impossibili da sopportare, dispiegando il paragone storico più eclatante, appellandosi all’inaudito, al mai visto. I migranti sono la “nuova Shoah”. Come ha scritto Pascal Bruckner nella “Tirannia della penitenza”, “è così che diventiamo responsabili retroattivamente degli orrori commessi dai nostri antenati o dall’umanità intera”. Non è soltanto quello che fa Roberto Saviano su Repubblica, accusando Matteo Salvini di “attirare la canaglia razzista”, una bella stimmate. E’ quello che fanno a tamburo battente media e ong. “Quello dei migranti è un Olocausto”, iniziò Furio Colombo sul Fatto Quotidiano. Famiglia Cristiana: “Nell’olocausto dei migranti che avviene quotidianamente nel Mar Mediterraneo”.

Le proteste all’hub di Bagnoli, riportate questa settimana dal Corriere della Sera, sono scandite da queste frasi: “Mettiamo fine a questo scempio da campo di concentramento”. Linkiesta ha appena chiamato gli hotspot “campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B”, il gas usato dai nazisti per sterminare gli ebrei a Birkenau. Padre Zanotelli questa settimana alla trasmissione “In Onda” su La7: “Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah”. Il Manifesto ci va giù a raffica: “Crepano nei campi di concentramento della Libia”. E ancora Guido Viale: “Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista”. E Alessandro Dal Lago, che paragona le misure sulle ong a “quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo”. Sempre il Fatto Quotidiano la scorsa settimana: “Campi di concentramento gestiti dal governo”. Oxfam Italia, la ong critica dell’accordo del governo Gentiloni con la Libia, parla di “veri e propri lager”. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: “Hotspot? Solo lager”. Se sono “lager”, le autorità italiane e libiche sono “carnefici”. Continua a leggere »

La campionessa ebrea senza oro: niente Giochi, sostituita da un uomo

Addio a Gretel Bergmann. L’atleta, un vero prodigio del salto in alto, fu esclusa dalle Olimpiadi del 1936 di Berlino per le sue origini. Fuggita negli Stati Uniti, la sua storia è poi diventata un libro e un film

Riccardo Bruno

C’erano voluti 73 anni perché la Germania riconoscesse il suo talento negato. Solo nel 2009 era stato riabilitato il salto da un metro e sessanta che Margaret detta Gretel Bergmann aveva stabilito un mese prima dell’Olimpiade di Berlino. Gretel aveva tutto il diritto a partecipare ai Giochi e probabilmente avrebbe vinto l’oro, ma il regime nazista non poteva permettere che a trionfare fosse un’atleta ebrea. «Cara signorina Bergmann — le scrissero — ci dispiace comunicarle la sua esclusione. Lei non è stata abbastanza brava e non può dunque garantire risultati. Heil Hitler».
Gretel Bergmann è morta martedì scorso, a 103 anni, nel Queens, a New York, dove si era trasferita nel 1937. Fuggita dalla Germania, dieci dollari in tasca per iniziare, i primi lavori come cameriera e massaggiatrice, fino a quando non dimostra il suo valore d’atleta vincendo i campionati americani, non soltanto di salto in alto ma anche di lancio del peso.

Gretel è un simbolo. La sua storia è diventata un libro, un documentario della Hbo e un film, Berlin 36, uscito nel 2009. Dieci anni prima le era stato intitolato lo stadio della città dov’era nata e dove aveva iniziato gareggiare, a Laupheim, nel Sud della Germania, vicino al confine svizzero. Lei accettò di prendere parte all’inaugurazione, rientrando per la prima volta nella sua ex patria, accompagnata da un interprete perché si era ripromessa di non parlare più tedesco. «Penso che sia importante ricordare, così ho deciso di tornare nei posti dove avevo giurato che non sarei più tornata». In un’intervista spiegò di non «odiare i tedeschi, anche se l’ho fatto in passato. Molti di loro stanno cercando di ricompensare gli errori d’un tempo, le nuove generazioni non possono essere ritenute responsabili di ciò che hanno fatto i vecchi».

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Tutti contro Israele? Intervista a rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano

Vanessa Tomassini

Prima la sfida dell’Unesco, che lo scorso 7 luglio ha definito Hebron con la sua Tomba dei Patriarchi, in Cisgiordania, ‘sito palestinese’ Patrimonio dell’Umanità. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu l’aveva definita una “decisione delirante”, promettendo che Israele avrebbe continuato a custodire la Tomba dei Patriarchi per assicurare la libertà religiosa di tutti, anche perché la storia non può essere cambiata. Poi il venerdì di preghiera musulmano nella Città Vecchia di Gerusalemme, trasformato in un venerdì di sangue con l’attentato di tre israeliani arabi che hanno preso di sorpresa tre agenti di polizia, uccidendone due e mandandone un terzo in ospedale gravemente ferito. Da qui la decisione di Netanyahu di chiudere il sito e la conseguente sassaiola di protesta da parte dei palestinesi nella Spianata delle Moschee. Ma la scia di sangue non finisce qui: una famiglia sterminata dai terroristi di Hamas a Gerusalemme durante i festeggiamenti di quest’ultimo Shabbat in casa propria e poi l’attentato all’ambasciata di Amman di Israele in Giordania, dove un operaio giordano ha ucciso, pugnalandola, una guardia di sicurezza israeliana.

A tutto questo deve sommarsi una minaccia ancora più seria: Hezbollah. Il cosiddetto Partito di Dio, nato nel giugno del 1982 sotto la guida di Hassan Nasrallah, dispone di decine di migliaia di razzi a varia gittata capaci di raggiungere il territorio israeliano, non solo dal Libano, ma anche dalla Siria. Questa mattina la bandiera gialla del gruppo terrorista, che in Libano è anche un partito politico, è stata issata di fronte l’Ambasciata di Israele a Londra. Rendendo così, giorno dopo giorno, la minaccia sempre più reale e vicina.
Nonostante Israele, con i suoi sistemi radar antimissilistici e i suoi equipaggiamenti, non avrà di certo problemi seppur con qualche difficoltà iniziale a fronteggiare il nemico libanese, Hezbollah ha imparato da Hamas ad utilizzare scudi umani. Una mossa da parte di Netanyahu provocherebbe decine di migliaia di morti tra i civili libanesi, morti che non sarebbero sicuramente ben visti dall’opinione pubblica internazionale che sempre più parla di “boicottaggio” dello Stato di Israele. Cercando di far luce sui problemi e le possibili soluzioni della questione israeliana, abbiamo incontrato il rabbino capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, che ci ha ricevuti nel suo ufficio situato nella splendida cornice della Sinagoga centrale di via Guastalla, presidiata da camionette dell’esercito e forze dell’ordine. Il rabbino ha preferito non toccare i temi politici, ma abbiamo cercato di fare insieme un’analisi degli attuali guai di Israele.

L’UNESCO ha dichiarato Hebron e la Tomba dei Patriarchi patrimonio dell’umanità di appartenenza palestinese. Cosa rappresentano rispettivamente questi luoghi per gli arabi e per gli ebrei?

“Preferisco dirle cosa rappresentano per gli ebrei. Hebron, probabilmente, è il più antico luogo di residenza ebraica, è la città dei Patriarchi, è stata la città di Abramo ed è sempre stato un centro fondamentale: un punto di discioglimento. Secondo l’interpretazione dei Maestri, la parola Hebron deriva dal verbo ‘לאחד’ che significa unire: la città che unisce cielo e terra. La Tomba dei Patriarchi, secondo un passo di Isaia, rappresenta l’entrata verso il Paradiso, il punto di passaggio tra questo mondo e l’aldilà. Hebron è un centro spirituale, lo è sempre stato, sia nei tempi antichi che in quelli moderni. Una cosa che si dimentica di dire, parlando di Hebron, è che quest’area è stata da sempre abitata dalla popolazione ebraica e alla fine degli anni ’20 c’è stato un massacro con lo sterminio di tutta la popolazione ebraica locale. Hebron rappresenta un legame con l’antico, con l’origine dell’ebraismo, ma anche un legame con il moderno, che è molto forte e molto sentito. Dal punto di vista ebraico fa molto male sentir parlare di tutto questo come “colonia”, come se la storia fosse scomparsa. Non voglio entrare nella questione politica, ma si tratta del cuore della tradizione ebraica, di elementi essenziali, dell’origine, dei sentimenti, di tutto. Questo fa molto male”. Continua a leggere »

I fantasmi di Vilnius

Viaggio nella Vilnius segreta, tra le memorie di una città multiculturale e il presente

Wlodek Goldkorn

Il mio luogo del cuore non esiste più se non in una vecchia foto, scattata da Moryc Grossman fotografo a Wilno, oggi Vilnius, capitale della Lituania e una città che di nomi ne ha una dozzina: tutti quanti legati a una delle tante lingue che vi si parlavano. Vilnius era abitata da polacchi, ebrei, russi, lituani, e poi bielorussi e armeni, tatari e ucraini e via elencando. Diventò lituana nel 1939. In quella foto si vede una modesta casetta a un piano.

Apparteneva al signor Rosental che nel 1897 la mise per poche ore a disposizione di tredici persone. Erano uomini e donne, operai e intellettuali che qui fondarono il primo partito socialista dell’Impero zarista, il Bund, la Lega generale dei lavoratori ebrei. Il Bund ebbe una storia breve e gloriosa e non è il caso di raccontarla qui, se non per dire che i suoi militanti parlavano lo yiddish, consideravano quell’idioma, all’epoca disprezzato da ebrei borghesi e non ebrei antisemiti, la lingua più bella del mondo. I bundisti erano contrari all’idea di spostare gli ebrei in Palestina e far rivivere sulla riva del Mediterraneo l’antico ebraico. Loro volevano invece combattere, in yiddish, per la dignità e la libertà là dove vivevano i proletari ebrei, i più umili e derelitti tra gli umili e derelitti del nostro Continente. Finirono nelle camere a gas.

Eccomi quindi in Kraziu gatvé 4, via Krazai 4 (dal nome di una città in Samogitia, regione della pianura lituana) alla ricerca della memoria degli sconfitti, una memoria e tanti sconfitti cui sono devoto non perché finirono ammazzati, ma perché erano capaci di sognare un mondo migliore; e di agire di conseguenza, da episodi di lotta armata e fino a creare, nella Polonia di prima della seconda guerra mondiale, una rete di sindacati, associazioni sportive, scuole, case di cura, giornali, case editrici. Al posto della casetta del signor Rosental c’è un edificio a tre piani, con due ippocastani davanti. L’intonaco scrostato è color rosa in alto, ocra in basso. A trenta metri di là: le mura giallo nere della prigione Lukishki, con tutta la loro grezza ottocentesca crudeltà. Nel parcheggio tra le mura e l’edificio: macchine di grossa cilindrata e bici di lusso. Appartengono agli avvocati che qui hanno i loro uffici, come recitano le targhette piantate in un giardinetto dove l’erba stenta a crescere. Quando li vedo uscire e chiedo se sanno che cosa c’era qui prima, scuotono la testa e accelerano il passo. Finisce che sotto le finestre aperte metto in funzione il mio smartphone; a volume altissimo faccio suonare l’inno del Bund, cantato da un coro di militanti australiani, nostalgici come me. Gli avvocati si affacciano e non capiscono quelle parole in yiddish che dicono: “Giuriamo l’eterna fedeltà al Bund”. Eterna, perché “testimoni sono le luminose stelle”.

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Grillo non è nemmeno antisemita, è un paranoide venato di antisemitismo

Nominare gli ebrei è ancora malvisto, può attirare lo stigma delle persone civili e creare inutili clamori. Per questo la nuova stagione del pregiudizio antiebraico sembra una partita di Taboo

Guido Vitiello

La nuova stagione dell’antisemitismo mi ricorda una partita di Taboo, quel gioco di società in cui devi far indovinare una parola senza mai pronunciarla e senza usare parole affini che la svelerebbero troppo facilmente. Nominare gli ebrei è ancora malvisto, può attirare lo stigma delle persone civili e creare inutili clamori. Meglio allora richiamare da ogni angolo della terra stereotipi antisemiti vecchi e nuovi, e addossarli alle frontiere della parola impronunciabile, “ebreo”, fino a delinearne la sagoma vuota; meglio scagliarsi contro la finanza apolide, lo sradicamento, lo spirito cosmopolita, le lobby occulte di affaristi e banchieri, e chi deve intendere intenderà. Per i duri d’ingegno ci si può spingere a menzionare George Soros, Goldman Sachs e soprattutto Bilderberg, con quel suffisso così evocativo (“Chi ha affondato il Titanic? Iceberg, un altro ebreo!”, scherzava Serge Gainsbourg). Ma attenzione, se la parola “ebreo” ricompare in questo contesto egemonizzato dall’estrema destra e dai suoi assilli – euro, sovranità, mondialismo, migranti – non ce la possiamo cavare con un’alzata di spalle e qualche punzecchiatura sarcastica allo spaventapasseri del “politicamente corretto”: tocca tirare l’allarme.

L’ex missino Massimo Corsaro ha usato “circonciso”, che in una partita di Taboo sarebbe stata senz’altro tra le parole proibite. Lì avrebbe quanto meno perso un punto; nel gioco di società della politica italiana, invece, ha potuto non solo negare sprezzantemente le scuse, ma accusare Emanuele Fiano di speculazione. Non è il primo caso né il più grave. La stessa strategia di contrattacco l’aveva seguita Beppe Grillo in un passaggio incredibile di una conferenza stampa dell’aprile 2014. L’occasione era un post intitolato “Se questo è un Paese”, dove le sue consuete farneticazioni erano adattate al calco di una poesia di Primo Levi e illustrate da un fotomontaggio in cui sui cancelli di Auschwitz era scritto “P2 macht frei”. Un giornalista gli chiese un commento sulle reazioni della Comunità ebraica, che aveva stigmatizzato quell’uso di Levi. La risposta meriterebbe di essere analizzata parola per parola dagli studiosi del pregiudizio antiebraico.

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Expo antisemita a Londra

Nel weekend a Londra la grande fiera dell’odio di Israele. E gli imam arringano contro gli ebrei “zecche”.

Giulio Meotti

ROMA – Mentre in Italia la discussione politica si anima attorno all”‘apologia del fascismo”, in Inghilterra nel weekend un grande evento ha fatto apologia di un totalitarismo vivo e vegeto, l’antisemitismo di matrice islamista. E’ in un edificio pubblico della città di Londra, il Queen Elizabeth II Center di Westminster, che si è svolta la più grande fiera palestinese d’Europa, il Palestine Expo. “A cento anni dalla Dichiarazione Balfour, a cinquanta dall’occupazione di Israele e a dieci dell’assedio di Gaza”, recitava l’ambizioso programma della due giorni. Le autorità britanniche, a cominciare dal ministro Sajid Javid, avevano minacciato di bandire l’evento, per paura che veicolasse “idee estremiste”. Purtroppo così è stato. E’ stata la seconda manifestazione antisraeliana ospitata dalla capitale britannica in meno di un mese. Dopo due attentati nel Regno Unito si era tenuta la marcia “Al Quds Day” (il giorno di Gerusalemme). Slogan antisemiti, apologia del terrorismo e bandiere di Hezbollah avevano scandito una manifestazione dove non erano mancati riferimenti al rogo di Grenfell Tower, visto che “i sionisti” sono stati accusati di essere “fra i principali sostenitori del Partito Conservatore responsabili del rogo di Grenfell e della morte della gente”. Frasi che avevano spinto anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, a chiedere al governo di bandire future manifestazioni di Hezbollah. Ospite d’onore dell’expo palestinese è stato l’imam Ebrahim Bham, il capo del Consiglio dei teologi musulmani del Sud Africa, la Jamiatul Ulema, che ha paragonato gli ebrei alle “zecche”: “Un giorno Goebbels (ministro della propaganda nazista, ndr) ha dichiarato che ‘la gente mi dice che gli ebrei sono esseri umani. Sì, so che sono esseri umani. Proprio come le zecche sono animali'”.

A organizzare l’evento Palestine Expo a Londra sono stati i “Friends of al Aqsa”, l’organizzazione il cui portavoce, Ismail Patel, ha negato che Hamas sia una organizzazione terroristica. Ha parlato Inas Abbad, sorella di un terrorista palestinese in carcere, dopo l’islamologo svizzero Tariq Ramadan. C’era David Miller, docente sospeso dal Partito laburista in seguito ad accuse di antisemitismo. Gli organizzatori dell’evento Palestine Expo hanno difeso l’imam Ebrahim Bahm, che ha citato il ministro della propaganda di Adolf Hitler per illustrare il trattamento “simile” riservato ai “palestinesi sotto l’occupazione israeliana”. “Lo sceicco Bham utilizza chiaramente la citazione per dimostrare quanto sia terribile il trattamento degli ebrei sotto la persecuzione nazista”, ha detto Patel, organizzatore dell’evento. “Egli continua affermando che un trattamento simile è ora sperimentato dai palestinesi sotto l’occupazione israeliana”.

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L’insulto antisemita di Corsaro a Fiano: “Sopracciglia così per coprire i segni della circoncisione”

Comunità ebraica di Roma all’HuffPost: “Sono indignato da ebreo, ricorda il manifesto della razza”. Renzi: “Si dimetta da deputato”

Claudio Paudice

“Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…”. È con questo commento che Massimo Corsaro, ex Fratelli d’Italia e oggi nella componente fittiana al gruppo Misto alla Camera di Direzione Italia, ha attaccato via Facebook il deputato Pd Emanuele Fiano, primo firmatario della proposta di legge che mira a introdurre il reato di propaganda fascista. Un insulto, lo definisce Ruben Della Rocca, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, “antisemita e per giunta su un particolare fisico: ricorda esattamente le vignette antisemite degli anni ’30, il ‘Manifesto della razza’”, commenta ad HuffPost.

“Massima solidarietà a Emanuele Fiano. Ma io mi ritengo indignato da ebreo”, prosegue Della Rocca. La storia della famiglia di Fiano è ben nota: oltre a essere un esponente della comunità ebraica milanese, è figlio di Nedo, deportato ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e unico sopravvissuto al campo di concentramento nazista.

“Non è possibile che nella dialettica politica si scelga l’insulto per contrastare l’avversario”, prosegue il vicepresidente della comunità ebraica della Capitale. “Per di più è un insulto legato a una regola religiosa e sacra dell’ebraismo. Sono molto preoccupato per l’Italia perché mi sembra che questo fenomeno ricorra abbastanza spesso e da più parti. L’altro giorno abbiamo avuto gli ultras di una squadra di calcio che inneggiavano ad Hitler senza che nessuno dicesse nulla. Milioni di morti non sono una goliardata”, conclude Della Rocca.

“Sono tristemente dispiaciuto, benché non sorpreso, che sia nata la solita orchestrata speculazione riguardo il mio “post” sul collega Fiano”, ha spiegato Corsaro dopo aver innescato la polemica. “È fin troppo ovvio che nella mia battuta – certamente, e volutamente, indigesta ai sacerdoti del politicamente corretto – non vi è e non vi può essere alcuna forma né volontà di antisemitismo, o peggio ancora di coinvolgimento della comunità ebraica in un attacco esclusivo, circoscritto alla figura del deputato piddino che – lui sì – maggiore rispetto dovrebbe portare alla storia da cui proviene, evitando di immiserirla in quotidiane speculazioni ad uso personale. E se per davvero qualcuno, in buona fede, ha frainteso la mia espressione, solo verso quel qualcuno mi scuso”, continua.

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