La storia della Shoah inizia da una fake news | Kolòt-Voci

La storia della Shoah inizia da una fake news

Dall’antisemitismo all’Olocausto: ecco come si è arrivati alla pagina più nera della storia dell’umanità.

In principio furono dicerie: fumosi proclami in nome di una presunta superiorità della razza ariana. Poi, con l’ascesa di Hitler al potere (1933), gli slogan lasciarono posto a leggi discriminatorie. Così, in un crescendo, si arrivò ai ghetti, ai primi massacri e alla pianificazione della famigerata soluzione finale: il progetto che istituiva i campi di sterminio, luoghi deputati alla morte seriale di milioni di ebrei, le principali vittime della Shoah – anche se un’interpretazione più ampia di Olocaustocontempla anche altre vittime: Rom, Sinti, comunisti, testimoni di Geova, gay e disabili.

Prima del III Reich. La propaganda antisemita in Europa non iniziò con il terzo Reich, ma molti secoli prima. In origine aveva basi soprattutto religiose (i cristiani attribuivano agli ebrei la responsabilità della morte di Gesù).

Dopo la rivoluzione francese (1789), con la secolarizzazione della società, i partiti nazionalisti diedero all’antisemitismo una connotazione politica: ritenevano gli ebrei responsabili di una cospirazione giudeo-bolscevica che minacciava i valori della società tradizionale cristiana.

A gettare benzina sul fuoco fu, nel 1903, la divulgazione di una delle più celebri fake news della storia: i Protocolli dei Savi di Sion, un falso documento “ritrovato” nella Russia degli zar che parlava di una cospirazione ebraica e massonica per impadonirsi del mondo. Il presunto complotto fu poi presentato per la bufala che era nel 1921, dal Times, con alcuni articoli che ne svelavano genesi e falsità.

Capri espiatori. Hitler intercettò l’odio verso gli ebrei e ne fece la sua bandiera politica. Il malcontento in Germania, dopo la disfatta della I Guerra mondiale, stava mettendo a dura prova la tenuta sociale del Paese. Lui ebbe l’intuizione e la capacità di farsene carico e nel suo Mein Kampft (1925) disse di chi era la colpa: principalmente (ma non solo) degli ebrei. “Se gli Ebrei fossero soli su questa terra, essi annegherebbero nella sporcizia e nel luridume, combattendosi ed eliminandosi in lotte gonfie d’odio” scriveva. Il futuro Führer con queste parole sapeva di guadagnare consenso tra un popolo ridotto in miseria e di aprirsi la strada al cancellierato (1933).

Dalle parole ai fatti. L’obiettivo politico iniziale del regime nazista fu l’allontanamento degli ebrei dal Paese. Il Reich creò quindi le premesse per il loro isolamento. Prima proclamò le cosìddette Leggi di Norimberga (1935), che escludevano gli ebrei dalla vita sociale e dagli incarichi pubblici; tre anni dopo impose la arianizzazione delle attività ebraiche autonome, dei servizi, dell’industria e del commercio.

La notte dei cristalli, infine, li segregò: tra il 9 e 10 novembre 1938 su impulso del Ministro della propaganda Goebbels, in Germania, Austria e Cecoslovacchia furono distrutte le sinagoghe, i cimiteri e i luoghi di aggregazione della comunità ebraica. Migliaia di negozi e di case vennero oltraggiate e circa 30.000 ebrei furono privati dei beni e portati in campi di concentramento.

Nei ghetti. A quel punto, chi potè lasciò il Paese. Chi rimase andò incontro all’inferno. Nel 1939 con l’invasione della Polonia e lo scoppio della II Guerra mondiale la condizione di vita degli ebrei divenne ancora più critica. Molti finirono in ghetti sovravvollati, come quello di Varsavia, istituito nel 1940, che arrivò a contare 400.000 persone in uno spazio di quattro chilometri per due.

La vita all’interno del ghetto di Varsavia era terribile: la fame e le malattie decimavano la popolazione, e per qualunque cosa a dominare era la microcriminalità: la presenza dei Judenräte (kapò locali) e di una polizia ebraica al servizio dei tedeschi divideva la comunità in bande fratricide, tra recriminazioni e guerre senza quartiere.

Nel frattempo il “commissariato del Reich per la difesa della razza tedesca”, guidato dal comandante della polizia Himmler, pianificava le operazioni di pulizia etnica con l’obiettivo di svuotare dagli ebrei la Germania e i nuovi territori annessi (solo in Polonia erano 3 milioni): dove metterli tutti?

In Etiopia o in Madagascar? Himmler propose di creare una non meglio precisata colonia africana. Recuperò anche un vecchio piano di fine ‘800 che prevedeva la creazione di una colonia ebrea in Madagascar. Il previsto trasferimento via nave, però, presentava grosse difficoltà. Non ultima il fatto che gli inglesi, che avevano il controllo dei mari, non li avrebbero fatti passare.

Mussolini propose un “piano B”: la creazione di un territorio autonomo ebraico in Etiopia, che allora era colonia italiana. Probabilmente Hitler non prese neppure in considerazione l’ipotesi.

Quello che sappiamo è che con l’avanzare della guerra e con l’invasione dell’Unione sovietica (1941) la situazione precipitò. I ghetti non bastavano più a ospitare i milioni di ebrei residenti nelle regioni orientali: a partire dal luglio 1941 si scatenò così un’ondata di stermini di massa.

La Soluzione Finale. Il punto di non ritorno fu raggiunto dopo il 1942, quando durante la conferenza di Wannsee furono decise le modalità della “soluzione finale della questione ebraica”. Fu allora che, nella massima segretezza furono creati i “centri di sterminio” di Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek, Jasenovac e Auschwitz-Birkenau.

Nei campi di sterminio vennero deportati e uccisi circa tre milioni di ebrei (il 90% delle vittime totali), con una “procedura standardizzata” che ricordava il lavoro delle moderne fabbriche.

Molti storici lo ritengono un evento senza precedenti: mai fino a quel momento si era pianificata con tanta lucidità la morte di milioni di uomini, donne, vecchi e bambini. La media giornaliera di morti in un campo era di 6.000 persone: chi non veniva gasato, moriva per il troppo lavoro o per gli esperimenti pseudoscientifici cui era sottoposto.

La fine dell’incubo. Nonostante i campi di sterminio dovessero rimanere un segreto istituzionale, nei villaggi vicini iniziarono a circolare notizie inquietanti: i fumi delle ciminiere dei crematori di Auschwitz ad esempio erano sempre accesi ed erano visibili fino a 19 chilometri di distanza tra odori nauseabondi che si diffondevano nell’aria. La gente che voleva sapere, iniziò capire. Mentre gli altri chiudevano gli occhi.

Non mancarono casi eroici di persone che si distinsero per coraggio e umanità, mettendo in salvo centinaia di vite, ma sono stati casi sporadici. Nella primavera del 1945, però, anche chi non aveva voluto o potuto vedere, fu costretto ad aprire gli occhi, mentre il mondo si confrontava con l’enormità dell’Olocausto.

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