Il “nuovo” kibbutz | Kolòt-Voci

Il “nuovo” kibbutz

Israel De Benedetti

Negli anni sessanta-settanta il kibbutz era molto di moda: in Israele motivo di orgoglio, nel mondo un polo di curiosità e di attrazione. Oggi, in un mondo di attentati, terremoti, tragedie del clima e rinascita di nazionalismi destrorsi, del kibbutz non si parla, né si scrive più: non è più di moda. Tuttavia anche oggi kibbutzim e i moshavim sono i centri più vicini ai confini sia nella zona di Gaza che in Galilea, sono loro che rappresentano, oggi come ieri, la prima linea di difesa del paese. Ancora oggi, nonostante i continui tentativi del governo di affossare l’agricoltura del paese, rappresentano ogni anno la fetta più consistente della produzione agricola. Non solo producono, ma riaffermano con i lavori sui campi la proprietà dei terreni, contro il pericolo dell’avanzare del deserto, del pascolo abusivo dei beduini e delle pretese urbane.

Certo il kibbutz di oggi è ben diverso da quello di ieri: su 250 kibbutzim solo una trentina rispettano i principi originali di comunismo totale. In genere si tratta di kibbutzim economicamente forti che non hanno difficoltà ad offrire un tenore di vita elevato a tutti i membri. Tutti gli altri kibbutzim subiscono o hanno subito un processo di privatizzazione, processo diverso da kibbutz a kibbutz, ma tutti basati sul principio della autonomia del singolo, mentre la comunità continua a rendersi garante di determinati servizi. Il principio comune a tutti i kibbutzim privatizzati è che i singoli membri del kibbutz, pensionati compresi, pagano una tassa mensile alla comunità e la comunità fornisce in base ai fondi ricevuti servizi diversi gratis. Ovviamente più la tassa è alta, più sono i servizi forniti, e così avviene per il contrario. Ad esempio in molti kibbutzim privatizzati la comunità continua a fornire l`assistenza medica gratuita a tutti i membri grazie a una tassa mensile più alta, in altri kibbutzim la tassa è minore e minore è l’assistenza medica a spese della comunità. In tutti i kibbutzim, privatizzati o meno, la comunità assicura una pensione che completa quella governativa fornita dalla Assicurazione Nazionale (Bituach leumì). Il valore della pensione parte da un minimo conforme al salario mensile minimo a pensioni ben più alte a seconda delle possibilità finanziarie del kibbutz. Ai tempi del kibbutz vecchio si considerava inutile investire in fondi pensionistici dato che il kibbutz avrebbe continuato a fornire a tutti assistenza completa per altri 1000 anni. Dall’inizio della privatizzazione i kibbutzim si adoperano per coprire il deficit attuale e assicurare così a tutti i membri una giusta pensione.

Nel 2000 ho pubblicato il mio libro I sogni non passano in eredità, libro che termina con la descrizione di un kibbutz trasformato in un ospizio di vecchi, con uno o due bambini che si aggirano soli tra case vuote. Dal 2010 tutto questo è cambiato: oggi i kibbutzim, privatizzati o meno, hanno liste d’attesa per chi vuole venire a viverci. In parte sono figli nati in kibbutz che a suo tempo l’hanno lasciato. In genere si tratta di famiglie giovani tra i 30 e i 40 anni con bambini. Ci sono kibbutzim che hanno raddoppiato la popolazione: da noi a Ruchama si aggirano più di 100 bambini di tutte le età e la casa dei neonati si riempie ogni anno. (Questa casa, costruita nel 1970, era stata trasformata in abitazione nel 1990 per mancanza di neonati; dal 2002 si è riaperta di nuovo.)

I nuovi arrivati, “nuovi chaverim”, sono tenuti ad affittare una casa o a costruirne una nuova a loro spese a costi inferiori a quelli di città, poi gradatamente vengono accolti come membri aventi gli stessi diritti dei vecchi.

Cosa attira questi giovani, che in buona parte lavorano fuori dal kibbutz ?

A mio parere tre elementi:

–         Aria priva di smog

–         Il sistema educativo

–         L’assistenza medica

La maggior parte dei kibbutzim, lontani da centri abitati, godono di aria più pulita senza strade pericolose da attraversare per l’intenso traffico. I bambini possono aggirarsi a piedi o in bicicletta senza paura.

Il sistema scolastico accoglie nelle case dei bambini i nuovi nati dai tre mesi all’asilo dalle 7 del mattino fino alle 4 del pomeriggio. Per le scuole elementari, medie e superiori (quasi sempre in un centro per diversi kibbutzim) esiste un dopo scuola fino alle 4 del pomeriggio. Tutto questo per tutto l’anno salvo i giorni festivi; inoltre per gli alunni delle scuole sono previste attività quotidiane nei periodi che le scuole sono chiuse.

In ogni kibbutz esiste una infermeria (vi sono rari casi in cui kibbutzim vicini ne hanno creato una in comune) con visite regolari di dottori e dentisti.

Tutti questi elementi danno alle giovani famiglie un senso di sicurezza e tranquillità.

Oggi i kibbutzim privatizzati comprendono chaverim (compagni), nuovi chaverim e affittuari. Tutti partecipano alle spese comuni, mentre solo i chaverim nuovi e vecchi vivono secondo le regole della comunità. Da sottolineare che i nuovi arrivati partecipano attivamente alle attività culturali e sportive del kibbutz, anzi più di una volta sono loro stessi che si offrono volontari per dirigere queste attività, e in genere ci tengono a rinnovare lo spirito di socialità tra tutti coloro che vivono nel kibbutz.

Per concludere, i sogni non passano in eredità, ma ogni generazione può certamente provare a realizzare i propri sogni, anche se diversi da quelli della generazione precedente.

Israel De Benedetti
Kibbuz Ruchama

http://www.hakeillah.com/5_17_09.htm